Macerie ovunque, briciole di umanità sparse a terra, insieme a quel che resta della Striscia. Prima prigione a cielo aperto, ora Gaza è un inferno in terra, dal quale, come prima non c’è modo di uscire. Ce lo ha raccontato Roberto Scaini, responsabile medico di Medici Senza Frontiere, di ritorno dalla sua ultima missione. Sono dieci giorni che è rientrato in Italia, ma la sua mente è ancora lì. I suoi occhi sembrano essere lo specchio di quel che ha visto: troppa sofferenza e la consapevolezza di una desolata impotenza di fronte a tanto orrore. Già, perché in quel piccolo lembo di terra che va da Rafah alla costa, ora ci abitano oltre un milione di persone, sfollate con la forza dal nord della Striscia. Ammassati gli uni sugli altri vagano per strada in cerca di acqua potabile, cibo e qualche oggetto, magari un paio di scarpe da rivendere. Le giornate a Rafah si passano così: si va alla ricerca di quello che manca, e quindi di tutto, anche fosse solo per ingannare il tempo, che lì pare essersi fermato.
Ci racconti del suo impatto con la Striscia di Gaza
E’ una situazione semplicemente disumana. Qualsiasi limite è stato già da tempo superato e ogni giorno ti chiedi fino a che punto la crisi umanitaria possa deteriorarsi ancora. E’ un inferno che posso descrivere con un’immagine chiara: vivere nella Striscia è come trovarsi al settimo piano di un palazzo che va a fuoco. Non puoi scendere, e difatti da qui non puoi uscire. Devi aspettare e sperare che l’incendio si spenga, che arrivi un cessate il fuoco.
Qual è la parte più difficile del vostro lavoro?
Senza dubbio la consapevolezza di non poter fare abbastanza, che è difficilissima da digerire. Mi sono ritrovato spesso a dover abbassare gli occhi… non perché fosse colpa mia, ma perché ti chiedi come sia possibile tutto questo. Ho visto bambini mutilati, senza braccia o gambe, non fare una smorfia di dolore. Ecco, quando sul viso di queste vittime non compare neanche più lo strazio, quando la sofferenza entra a far parte della normalità, non si è molto distanti dall’inferno.
Riuscite ancora ad assicurare un qualche servizio sanitario?
Non c’è più alcun tipo di organizzazione. Sarebbe importante, ad esempio, riuscire a fare un triage, il primo passo, la valutazione iniziale dei pazienti, per capire le priorità e intervenire in maniera efficace. Ma non è possibile. Quello che dovrebbe essere un triage da noi è definito il tour degli orrori. Gli ospedali sono in preda al caos: c’è gente che vive lì, ci sono persone sdraiate a terra che non capisci se siano state medicate o meno. Ci sono corpi ovunque, e a volte si fa fatica a capire da dove iniziare. Del resto, nell’ospedale di Al-Aqsa ogni settimana arrivano in media 270 feriti e 150 morti: con questi numeri è impossibile mantenere un sistema organizzativo che non sia destinato a collassare.
Medici Senza Frontiere raccoglie donazioni per sostenere la popolazione di Gaza vittima della guerra. A questo link la campagna per contribuire
Da quel che leggiamo e vediamo, a Gaza c’è bisogno di tutto…
A livello organizzativo negli ospedali manca qualsiasi cosa. E quel che c’è non è sufficiente a tamponare le ferite di questo massacro. Paradossalmente, c’è una cosa di cui avremmo tanto bisogno, al pari delle garze e dei medicinali. Nella clinica di MSF a Rafah, vicino la costa, quando si poteva, un nostro operatore portava i bambini in attesa di essere visitati, a giocare fuori. Può sembrare banale, ma queste sono le attività che hanno più impatto sui bimbi e sui ragazzi che hanno perso tutto. Il loro mondo è stato distrutto, molti di loro non hanno più i genitori e non vanno a scuola da mesi. Ecco, distrarli con qualsiasi tipo di attività ludica è prezioso quanto la somministrazione di un farmaco.
Da settimane si parla di un imminente attacco a Rafah. Come vivono i palestinesi questa attesa?
E’ il grande inganno di questa guerra. Non si può fuggire, ma ti fanno spostare, da Nord a Sud come è accaduto in questi mesi. Se ci fosse un attacco a Rafah sarebbe un disastro, e non solo perché lì ci sono un milione e mezzo di sfollati. Sarebbero spazzate via, o comunque rese inagibili, anche tutte le strutture umanitarie che nel frattempo sono sorte. Un’incursione a Rafah vorrebbe dire far spostare nuovamente i civili, ma stavolta in direzione Nord, dove non c’è più nulla se non le macerie. La cosa assurda è che nelle scorse settimane alcune persone hanno persino provato a ritornare in quelle terre dove prima c’erano le loro case. Gli è stato impedito a colpi di fucile. Da noi sono arrivati feriti da arma da fuoco a cui avevano sparato ad altezza uomo. L’esercito israeliano spara persino alle barche a remi. L’ho visto con i miei occhi, dalla finestra al terzo piano della casa in cui dormivo, che era a duecento metri dalla costa. Le navi israeliane sparavano a queste piccole imbarcazioni, con due persone a bordo, che erano in mare per pescare.
Ci racconti una giornata a Rafah…
Una cosa che mi sorprende ancora (Roberto Scaini è in missione con MSF dal 2011, n.d.r.) – è come la vita continui ad andare avanti, anche nelle zone di guerra. A Rafah, il primo obiettivo della giornata è svegliarsi e restare vivi. Dopodiché le persone lasciano il giaciglio dove hanno dormito, e iniziano a girare per strada, in cerca di qualcosa. Che sia cibo, acqua potabile, o qualche oggetto di fortuna. Delle volte sembra di essere in un mercato brulicante, dove vengono allestite delle bancarelle di cartone su cui vendere scarpe vecchie e impolverate, forse dello stesso numero, chissà. Può sembrare un’immagine pietistica, ma non lo è. E’ un grande meccanismo di resilienza.
Voi curate i corpi spezzati, i feriti. Ma che ne è delle persone apparentemente sane?
Da Gaza non si guarisce. Nessuno si salva veramente da quel che sta vivendo qui. Ricordo bene il rumore assordante delle bombe, ma soprattutto quel che viene subito dopo: il pianto dei bambini. L’effetto collaterale delle esplosioni, anche di quelle relativamente distanti, è il terrore negli occhi dei bambini. In un futuro prossimo qui vivranno solo persone mutilate: chi nel corpo, chi nell’anima.