Tornano a risuonare le armi nel Caucaso e, in particolare, lungo i confini tra Armenia ed Azerbaijan. I due Paesi sono alle prese con una guerra per il controllo della regione contesa del Nagorno-Karabakh che non ha mai trovato alcuna vera soluzioni politica e pacifica. La tensione è molto alta: gli ultimi scontri in questa zona risalivano al marzo del 2019 ma si è trattata in quell’occasione di una serie di singoli episodi che non hanno scalfito l’andamento del conflitto. Al contrario invece del 2016, quando una nuova vera e propria guerra ha lasciato sul campo decine di vittime sia civili che militari ed è stata interrotta soltanto con l’intervento del cosiddetto “Gruppo di Minsk“. Adesso una nuova potenziale crisi potrebbe essere alle porte.

Gli scontri delle ultime ore

C’è però una particolarità rispetto agli episodi degli ultimi anni: le tensioni non sono scoppiate lungo le linee di contatto che segnano i fronti della guerra nel Nagorno-Karabakh. Questa volta teatro degli scontri è stato il distretto di Tovuz, lontano dalla regione contesa. Qui passa sì una “calda” linea di frontiera tra Armenia ed Azerbaijan, ma distante diversi chilometri dalle province in cui gli eserciti dei due Paesi si fronteggiano da più di un quarto di secolo. Tovuz è un centro strategico: il territorio di questo distretto è infatti attraversato dall’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, vitale per l’Azerbaijan per portare il petrolio in Europa, così come dal gasdotto South Caucasus Pipeline e dalla ferrovia Baku-Tbilisi-Kars. Tutto è iniziato nel pomeriggio di domenica: non sono ben chiare le dinamiche dei fatti, anche perché così come prevedibile il governo armeno e quello azerbaigiano si accusano a vicenda di aver violato i confini e di aver voluto lanciare le prime provocazioni militari.

Si sa soltanto che per diverse ore intensi colpi di artiglieria sono stati lanciati da una parte e dall’altra del confine, con scontri che sono proseguiti anche lungo il corso della notte. Difficile tracciare un bilancio delle vittime. Da Baku si parla di almeno tre soldati azerbaigiani caduti in battaglia: “A seguito dei combattimenti, due militari dell’esercito azerbaigiano sono stati uccisi, cinque sono rimasti feriti, di cui uno defunto nelle ore successive”, si legge in un comunicato del Ministero della Difesa dell’Azerbaigian. A queste due vittime bisogna poi aggiungerne una terza, visto che un militare è deceduto in seguito durante gli scontri avvenuti in nottata. Potrebbe essere più pesante invece il bilancio da parte armena: fonti social vicine alle autorità di Yerevan infatti, parlerebbero di almeno trenta vittime e dozzine di soldati feriti. Tuttavia, è impossibile per adesso stabilire con precisione il numero dei morti sia tra le fila dell’esercito armeno che di quello azerbaigiano.

Le accuse reciproche

Ai duri scontri avvenuti lungo il confine, hanno fatto seguito dure accuse reciproche da parte dei rispettivi governi: “L’attacco dell’Armenia, con l’uso dell’artiglieria, contro le posizioni delle forze armate dell’Azerbaigian, lungo il confine Armenia-Azerbaigian, costituisce un’aggressione, un atto di forza e un’altra provocazione”, ha dichiarato ad esempio Hikmat Hajiyev, Assistente del presidente della Repubblica dell’Azerbaigian e Capo del Dipartimento di Politica Estera dell’Amministrazione del presidente. Secondo la versione riportata da Hajiyev, sarebbe stato l’esercito armeno a provare ad oltrepassare il confine nell’area di Tovuz, dando quindi il via alle ostilità: “La provocazione dell’Armenia, perpetrata lungo il confine, è l’ennesima prova del fatto che Yerevan non è interessata alla soluzione negoziata del conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaigian – ha proseguito Hajiyev – L’Armenia ha lanciato questa offensiva provocatoria proprio quando la comunità internazionale sta combattendo il Covid-19. Ciò, insieme alle continue violazioni del cessate il fuoco da parte dell’Armenia, dimostra che il sostegno dell’Armenia all’iniziativa del Segretario generale delle Nazioni Unite su un cessate il fuoco globale a causa di Covid-19 non è altro che ipocrisia”.

Non sono ovviamente dello stesso avviso a Yerevan, dove nelle scorse ore con una nota è intervenuto il primo ministro Nikol Pashinyan: “La leadership politico-militare dell’Azerbaigian si assumerà tutta la responsabilità delle conseguenze imprevedibili dell’indebolimento della stabilità regionale”, ha dichiarato il capo dell’esecutivo armeno. Ciascuna parte, quindi, attribuisce all’altro la responsabilità dei tentativi di sconfinamento e della violazione del cessate il fuoco. Un ulteriore segno di come la tensione non è affatto risolta, con la concreta possibilità che gli scontri possano proseguire anche nelle prossime ore.

Le parole dell’ambasciatore dell’Azerbaijan in Italia

Su chi ricade la responsabilità più importante delle tensioni di queste ore, non sembra avere dubbi l’ambasciatore di Baku in Italia, Mammad Ahmadzada: “L’aggressione dell’Armenia contro l’Azerbaigian dura da quasi 30 anni. L’Armenia ha compiuto un’aggressione militare contro l’Azerbaigian e ha occupato la regione del Nagorno-Karabakh dell’Azerbaigian e i sette distretti circostanti. Le risoluzioni 822, 853, 874 e 884 del Consiglio di sicurezza dell’Onu chiedono il ritiro completo e incondizionato delle forze armate dell’Armenia dai territori occupati dell’Azerbaigian, tutte ignorate dall’Armenia”

“Gli attacchi dell’Armenia iniziati domenica con l’uso dell’artiglieria – ha proseguito l’ambasciatore – contro le posizioni delle forze armate dell’Azerbaigian, lungo il confine Armenia-Azerbaigian in direzione del distretto di Tovuz, costituiscono un’aggressione, un atto di forza e un’altra provocazione”. Ahmadzada ha poi auspicato un interessamento da parte del nostro Paese in virtù dei rapporti tra Roma e Baku: “L’Italia come membro del Gruppo del Minsk dell’Osce – si legge nelle sue dichiarazioni – ha sempre sostenuto la soluzione politica del conflitto. La Dichiarazione Congiunta sul Rafforzamento del Partenariato Strategico Multidimensionale tra l’Azerbaigian e l’Italia, firmata a Roma il 20 febbraio scorso, durante la visita di stato del Presidente Ilham Aliyev in Italia, conferma il reciproco sostegno all’indipendenza, alla sovranità, all’integrità territoriale e ai confini riconosciuti a livello internazionale di entrambe le parti, nonché all’inammissibilità di atti di aggressione nelle relazioni interstatali. Nel documento si sottolinea che l’Italia sostiene una risoluzione pacifica del conflitto del Nagorno Karabakh tra l’Armenia e l’Azerbaigian, sulla base dei principi fondamentali dell’Atto Finale di Helsinki, in particolare la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini internazionali, come sancito nei pertinenti documenti e decisioni dell’Onu e dell’Osce”.

Il perché del conflitto tra i due Paesi

Come detto in precedenza, questa volta gli scontri non hanno come scenario le linee del fronte che interessano la regione del Nagorno – Karabakh. Tuttavia, ogni tensione tra Armenia ed Azerbaijan non può non passare dalla lunga storia di conflitti e contese che coinvolge questa strategica e delicata zona. Qui la guerra è sorta all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica: il Nagorno-Karabakh era un oblast autonomo all’interno della Repubblica dell’Azerbaijan, anche se abitato in maggioranza da armeni.

Ecco perché quando Baku si è staccata da Mosca, la comunità armena ha iniziato a fare pressione affinché ci si ricongiungesse con Yerevan oppure, come poi dichiarato nel 1991 dal parlamento dell’oblast, si dichiarasse l’indipendenza, che non è mai stata riconosciuta da nessun paese al mondo inclusa la stessa Armenia. Da qui dunque l’intervento militare con una guerra durata due anni, dal 1992 al 1994, che ha causato l’occupazione del 20% circa dei territori dell’Azerbaigian, incluso il Nagorno Karabakh e i sette distretti adiacenti.

Dopo il cessate il fuoco, però, una soluzione politica non è mai stata trovata: attualmente l’Amenia continua a mantenere il controllo di tutto il territorio occupato. Nel 2016 è nato un nuovo conflitto tra Baku e Yerevan, con un cessate il fuoco arrivato a seguito degli accordi raggiunti dal cosiddetto “Gruppo di Minsk”, struttura creata nel 1992 dall’Osce per monitorare la situazione nella regione contesa.

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