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L’Italia potrebbe ritrarsi dall’Afghanistan. La notizia è iniziata a circolare nella giornata di ieri da fonti molto accreditate del ministero della Difesa. E adesso è diventata oggetto di un ampio dibattito, sia per le implicazioni politiche dell’annuncio, sia per quelle strategiche. 

I dubbi della politica

Dopo l’annuncio di ieri, lo scontro è stato non solo fra partiti, ma anche (e forse più pericolosamente) fra nello stesso governo. Il ministero degli Affari Esteri si è detto meravigliato della presa di posizione della Difesa ricordano di non essere stato minimamente informato delle voci sul piano di ritiro dall’Afghanistan. E questo indica già di suo un problema di fondo sul possibile abbandono del campo afghano: fra i due ministeri principali che si occupano del dossier-Kabul c’è pochissima comunicazione e per di più anche contraddittoria.

Un problema non di poco conto nel momento in cui si tratta di cambiare radicalmente strategia in un conflitto in cui l’Italia ha speso molto, soprattutto vite umane. Sono 54 i caduti italiani nel Paese per combattere i talebani e sostenere l’impegno (fallimentare) dei vari governi degli Stati Uniti. E il fatto che vi sia una tale incertezza su questo piano annunciato e non smentito dalla Difesa, ma ancora non ufficializzato, dimostra anche i rischi di questa iniziativa. Anche per il ruolo molto delicato che svolge l’Italia nel Paese asiatico.

Il ruolo dell’Italia

Attualmente, le forze armate italiane sono in Afghanistan per la maggior parte con compiti di arruolamento, addestramento, assistenza e consulenza per le autorità e le forze di sicurezza afghane. Le nostre attività sono concentrate nell’ovest del Paese, in un’area che si compone delle province di che comprende le quattro province di Herat, Badghis, Ghor e Farah. Un’area molto complessa, difficile, dove l’impegno italiano è stato costante e non privo di tragiche conseguenze. 

L’attuale contributo italiano prevede un impiego massimo di 900 militari, 148 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei. Questo schieramento è suddiviso tra il personale di Kabul e il contingente militare di Herat presso il Taac-W (Train Advise Assist Command West). Di base, la colonna portante del nostro impegno in territorio afghano è rappresentata dall’Esercito, la cui componente attuale proviene dalla Brigata Aeromobile “Friuli”. A questa, si aggiunge il coinvolgimento di Marina Militare, Aeronautica Militare e Arma dei Carabinieri.

Dalla missione Isaf a Resolute Support, sono 17 anni che le nostre forze sono sul campo. I primi militari giunsero a Kabul nel 2002 dopo l’attentato alle Torri Gemelle che scatenò l’offensiva americana. La missione Isaf, varata a ottobre del 2001 dalle Nazioni Unite, aveva il compito formale di assicurare la sopravvivenza del governo di Hamid Karzai dai Talebani. Il mandato è terminato nel dicembre del 2014 per confluire nella missione Resolute Support.

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Da questo momento, ha preso forma l’attuale missione italiana, le cui funzioni sono contenute nello Status of Forces Agreement (Sofa) firmato a Kabul il 30 settembre 2014. La missione Rs, a guida Nato, prevede compiti su più livelli. Non c’è solo la guerra al terrorismo e la lotta alla guerriglia islamica formata dai Talebani. Nel mandato di Rs c’è anche l’obiettivo di assicurare trasparenza, affidabilità e vigilanza a favore delle autorità locali nella lotta alla corruzione e il supporto alla pianificazione, programmazione e impiego delle risorse finanziarie. Insomma, un impegno estremamente approfondito e non solo limitato a compiti esclusivamente “militari”.

missione ita afghanistan

La strategia del governo

Questo impegno è rimasto costante fino a oggi, quando il governo ha deciso di rimodulare la propria strategia non solo sull’Afghanistan ma anche sul Medio Oriente e sull’Africa. Quello che è in corso, è un vero e proprio cambiamento della politica strategica di Roma, che ha scelto da tempo di spostare la propria attenzione su altri fronti che ritene decisamente più prioritari e che riguardano in particolare l’Africa.

Più volte il ministro Elisabetta Trenta ha affermato che era necessario un cambio di prospettiva. E l’idea di un possibile ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan per concentrarsi su Niger e Libia è stata più volte paventata dalla titolare del dicastero della Difesa. E confermata anche da tutta la maggioranza di governo.

L’idea piace ed è quello che si sta provando a portare avanti anche in sede internazionale. Ma per farlo occorre un accordo che necessita soprattutto di un place: quello degli Stati Uniti. E il placet sembra essere arrivato anche grazie alla notizia dell’accordo (possibile) fra Stati Uniti e Talebani.

Il ritiro italiano e il placet Usa

L’Italia, qualora si ritirasse dall’Afghanistan in tempi più o meno lunghi, seguirebbe di fatto la strategia degli Stati Uniti di Donald Trump, che è quella di fare in modo che i suoi soldati abbandonino Kabul e le province estreme del Paese. Si tratta di una sorta di ritiro strategico che per molti non può che equivalere a una resa. La guerra in Afghanistan è indubbiamente persa dopo 20 anni di sangue e morti. E adesso, da Washington è arrivato forse l’input definitivo per terminare l’impiego di uomini e mezzi del Pentagono. Forze che gli Stati Uniti vorrebbero utilizzare in altri teatri più interessanti e strategicamente più rilevanti.

Gli alleati occidentali evidentemente non possono sostituire l’America né lo vogliono fare. Non hanno la forza per farlo visto il numero impressionante di uomini e mezzi del Pentagono rispetto a quello europeo e degli altri alleati. E l’Italia sa che gli scenari in cui deve essere coinvolta sono altri, molto più vicini alla sua area. Sono quelli del Mediterraneo allargato, la cui regia è stata concessa proprio da Trump a Giuseppe Conte durante il loro incontro alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti ci vogliono altrove e noi possiamo sfruttare questa volontà per ritirarci dall’Afghanistan. Ma è chiaro che questo comporta molte concessioni, dimostrate anche dall’allineamento italiano in molti ambiti.

Afghanistan: e adesso?

Se il placet Usa è arrivato e il governo è convinto, il ritiro italiano comporta comunque delle domande. E la prima riguarda soprattutto cosa lasciamo. L’Italia si è comportata in maniera egregia in questi lunghi anni di coinvolgimento. Abbiamo dimostrato capacità organizzative, gestionale e sapienza nelle relazioni con le tribù locali. E abbiamo avuto conferma del nostro valore sul campo di battaglia.

Ieri, i senatori M5S della Comissione Difesa di Palazzo Madama hanno detto:  “Le scomposte reazioni delle opposizioni alla storica notizia del disimpegno italiano e alleato dall’Afghanistan dopo 17 anni, costati al nostro Paese 54 caduti, 650 feriti e mutilati e 7 miliardi di euro, dimostrano che certe forze politiche sono prigioniere di tabù ideologici interventisti che impediscono loro di capire una cosa molto semplice, cioè che non ci ritiriamo con disonore perché abbiamo perso una guerra, ma che si torna a casa perché finalmente – ci auguriamo – la guerra finisce grazie a un accordo di pace che garantisce gli obiettivi di sicurezza dell’Occidente”.

Vero, non abbiamo perso e ce ne andremo con onore. Ma i dubbi che l’Afghanistan sia una vittoria sono parecchi. I Talebani controllano di fatto la metà del Paese e saranno coinvolti direttamente nel governo dopo atroci attentati e imposizione della legge islamica. L’Isis cresce e Al Qaeda ha intessuto di nuovo ottime relazioni con le frange più estreme della guerriglia talebana. E di fatto, il ritiro entro 12 o 18 mesi sarebbe la certificazione di una sconfitta non italiana, ma di tutto l’Occidente. Anche perché il terrorismo non è sconfitto.

Come spiegato dall’analista Claudio Bertolotti a Il Fatto Quotidiano, “l’Afghanistan rappresenta nuovamente una meta per aspiranti jihadisti, così nel Paese si sono riversati da fuori numerosi miliziani afghani, ma anche uzbeki, uiguri, ceceni, arabi e anche europei che non possono tornare nel vecchio continente. Sono qui per ‘liberare’ l’Afghanistan sotto la bandiera di Isis, al-Qaeda o del Movimento islamico dell’Uzbekistan (Imu)”. Insomma, non è certamente una vittoria.