I fortunali della competizione tra grandi potenze hanno scoperchiato il tetto della polveriera del Medioriente, l’Israele-Palestina, cagionando lo scoppio della guerra per la Terrasanta più violenta di sempre. Mai così tanti morti. Mai così tanta distruzione. Mai così tanto odio seminato. Mai così tanti attori coinvolti.
Quella scoppiata il 7.10.23 non è la solita guerra israelo-palestinese, né è il tipico confronto a distanza irano-israeliano, ma è il nuovo episodio di quella partita a risiko con vere pedine che papa Francesco ha ribattezzato la terza guerra mondiale in frammenti, che i giornalisti amano definire la nuova guerra fredda e che i politologi chiamano più sobriamente la competizione tra grandi potenze. Perché il mondo è in Terrasanta.
From the River to the Sea
L’ultima guerra tra i soldati delle Israeli Defence Forces e i mujāhidīn della costellazione dell’indipendentismo palestinese a mano armata non è mai stata una semplice questione tra Israele e Palestina. Per nulla simile alla crisi del 2021, e neanche paragonabile alla guerra fra Tel Aviv e il Partito di Dio del 2006, l’operazione militare lanciata da Hamas (e ciò che ne è seguito e scaturito) è stata la figlia della sua epoca, l’epoca della guerra mondiale in frammenti, sin dal giorno zero.
Due belligeranti, Israele e Hamas, una schiera di cobelligeranti, da Hezbollah al Movimento per il Jihad Islamico, e una moltitudine di sponsor e supporter non-statali e statali, dalle organizzazioni criminali ai collettivi di hacktivisti, hanno combattuto o contribuito altrimenti allo sforzo bellico dei contendenti principali.
Israele ha potuto godere del prevedibile, incondizionato e incrollabile sostegno degli Stati Uniti, che soltanto nei primi sessanta giorni di guerra hanno provveduto all’invio di duecentotrenta aerei e di venti navi carichi di armi, munizioni e altro equipaggiamento militare, del Regno Unito, che ha mandato voli di ricognizione sui cieli mediorientali per raccogliere intelligence, e dell’Occidente, i cui membri, anche se non tutti, hanno chi spedito armi e chi emesso sanzioni – il caso UNRWA.
Hamas e fratelli non hanno ricevuto armi ulteriori rispetto a quelle che già avevano, perché Israele ha blindato i confini e fatto esplodere i tunnel sotterranei per il contrabbando, ma in loro soccorso sono giunti eserciti cibernetici di ogni appartenenza, tra i quali gli hacktivisti di AnonGhost, gli islamisti di WildCard e i russi di Killnet, che hanno iniettato virus, sferzato attacchi DoS ed eseguito altre operazioni contro portali giornalistici, server statali e database di ministeri e infrastrutture critiche israeliani.
Nello schieramento filopalestinese, comunque, ad avere maggiore rilevanza non è tanto ciò che è successo dopo, bensì quello che è accaduto prima – e di cui poco e nulla è stato scritto. Perché se non fosse stato per il fondamentale supporto dell’improbabile trio Russia-Cina-Iran, l’operazione Alluvione di al-Aqṣā difficilmente avrebbe avuto luogo.
Analisi basate sull’intelligence delle fonti aperte hanno permesso di ricostruire le origini dell’arsenale utilizzato dai mujāhidīn palestinesi, scoprendo quantitativi significativi di armi di provenienza cinese, nordcoreana e russa. Analisi blockchain, come riepilogato da Elham Makoum per il Centro studi politici e strategici Machiavelli, hanno invece appurato come l’operazione Alluvione di al-Aqṣā sia stata finanziata: con (centinaia di) milioni di criptovalute reperiti nell’anno e mezzo precedente al 7/10, che sono stati in parte spesi per fare compere (di armi) sui darknet market illegali russi e in parte lavati e investiti nelle opache piazze di scambio russe e cinesi.
From the Sea to the World
La guerra tra Israele e la famiglia di Hamas ha superato i confini della Terrasanta, per avvolgere il mondo, molto rapidamente. Più che regionale, alla luce degli attori coinvolti e del loro perimetro d’azione, è una guerra globale.
Il cosiddetto Asse della resistenza, un agglomerato di guerriglieri, paramilitari e terroristi rispondente più o meno rigidamente a Teheran e con una diffusione a macchia di ghepardo tra Levante, Mesopotamia e Arabia, nei primi quattro mesi di ostilità ha compiuto oltre duecento attacchi contro obiettivi israeliani, americani e occidentali in Medioriente. Bilancio: tre morti, dozzine di feriti, traffico commerciale lungo il Mar Rosso dimezzato.
Il Medioriente non è stata e non è l’unica area interessata dall’internazionalizzazione delle ostilità. L’Europa è stata la casa di alcuni attentati terroristici compiuti dal moribondo ma non morto Daesh, come la sparatoria di Bruxelles del 16/10, mentre in Latinoamerica, storica sebbene semisconosciuta trincea delle guerre irano-israeliane, è stata sventata l’attivazione di cellule locali di Hezbollah da parte dell’Iran.
Tutti, eccetto i palestinesi, hanno guadagnato qualcosa dall’arrivo della competizione tra grandi potenze in Terrasanta. Il cui destino è di vivere un ritorno al passato: la tensione, i giochi di spie e il terrore della Guerra fredda.
Per Israele è stata un’opportunità incredibile di rinsaldare le vecchie alleanze e per collaudare le nuove – il patto di Abramo. Per l’Iran è stata l’occasione irripetibile di dare un assaggio delle potenzialità dell’Asse della resistenza tanto ai rivali quanto agli amici. Per i palestinesi è stata una seconda nakba: ogni possibilità di avere uno stato libero e indipendente è andata perduta, sebbene la loro causa continuerà a vivere in altri luoghi e modi.
Ma ad aver messo a segno più punti di Israele e dell’Iran nel risiko di Giudea sono state Russia e Cina, che, continuando a fare affari con Israele ma saltando sul carro della Palestina, hanno ottenuto ulteriori simpatie e consensi nella strategica Arab street, il mondo arabo, nella consapevolezza che gran parte del successo del progetto BRICS+, il mezzo per il fine della transizione multipolare, dipenderà dalla direzione verso cui rivolgerà il capo la prole di Maometto: ovest o est.

