Guerra /

Un vero e proprio colpo da ko: questo rischia di essere l’attacco sferrato dai droni dei ribelli yemeniti Houthi a due importanti siti di produzione petrolifera dell’Arabia Saudita, la cui ripercussione rischia di essere uno sconvolgimento dei prezzi del mercato mondiale del greggio.

Dieci veicoli senza piloti hanno compiuto l’operazione. Sono stati colpiti due siti nell’Est: uno a Buqyaq, gestito da Saudi Aramco, capace di lavorare sette milioni di barili al giorno e un’altra raffineria a Khurais, gangli vitali dell’industria petrolifera del regno wahabita. Il Wall Street Journal scrive che l’azione rischia di dimezzare temporaneamente la produzione saudita di greggio, decisiva per gli equilibri dei mercati mondiali. Questo, secondo quanto dichiarato dall’economista e presidente di Nomisma Energia Davide Tabarelli all’Agi rischia di causare un’impennata dei prezzi del petrolio per una settimana o dieci giorni: il rischio è di ritrovarci lunedì “con un prezzo del petrolio sopra i 100 dollari e la benzina che passerebbe da 1,55 euro a 1,80 euro al litro”.

Il regno saudita mette nel circuito quotidianamente quasi dieci milioni di barili di petrolio, e con l’attacco tale quota rischia di essere dimezzata, portando dunque fuori dal mercato il 5% del petrolio globalmente commerciato, influenzando in profondità le dinamiche energetiche planetarie. La mossa degli Houthi risulta capace di assestare un colpo durissimo a Riad e a metterne in evidenza la vulnerabilità strategica. Indicando, inoltre, le nuove frontiere a cui la guerra per procura tra sauditi e iraniani può arrivare.

Lo scenario prospettato da Tabarelli non è affatto irrealistico. Specie considerando l’onda d’urto di lungo periodo che può essere creata dal colpo dei ribelli yemeniti. I quali da tempo hanno appreso a destreggiarsi con Uav dal raggio d’azione di 1.500 chilometri capaci di giungere al cuore delle installazioni petrolifere gestite da Aramco, che si scopre vulnerabile nel momento in cui si prepara la gigantesca quotazione in borsa del colosso del regno dei Saud. Con che credibilità potrà in futuro Aramco presentarsi di fronte agli investitori internazionali per un Ipo da decine di miliardi di dollari se non sarà in grado di certificare la capacità del governo saudita di proteggerne le installazioni chiave? Con quale faccia l’Arabia Saudita potrà avocare un senso di minaccia per azioni provenienti da un teatro di guerra che il principe Mohammad bin Salman,con le sue politiche scriteriate, ha contribuito a infiammare? Quale sarà la posizione futura dell’Opec, che dipende dalla stabilità del pilastro saudita?

Bisogna ammetterlo: se la guerra asimmetrica da manuale produce un effetto più che proporzionale tra mezzi impiegati e danni causati al nemico, gli Houthi hanno compiuto in tal senso un vero e proprio colpo da maestro. Portando la guerra nel cuore del territorio saudita, con pochi droni facilmente sacrificabili hanno mostrato la vulnerabilità del colosso del Golfo. E gettato nuovamente tutto il contesto regionale imperniato sull’Arabia Saudita nell’incertezza. La guerra in Yemen che l’Arabia Saudita ha fomentato ora arriva nel territorio del regno: e di questo Bin Salman e i suoi collaboratori possono incolpare solo loro stessi. Specie ora che gli Houthi hanno trovato la chiave di volta per poter assestare colpi decisivi.