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Un pescatore indonesiano lo scorso 20 dicembre si è ritrovato una strana preda nelle sue reti. Mentre si trovava nei pressi delle isole Selayar, un arcipelago che fa parte della provincia indonesiana di Sulawesi, nella parte centrale della nazione – quindi lontano dalle acque territoriali cinesi –, ha recuperato quello che è apparso un drone subacqueo di fabbricazione cinese. L’Uuv (Underwater Unmanned Vehicle) è stato successivamente consegnato alla polizia locale, che lo ha poi affidato ai militari indonesiani.

Il ritrovamento è stato effettuato in prossimità di due potenziali rotte tra il Mar Cinese Meridionale e l’Oceano Indiano: quelle che passano per lo Stretto delle Sonda e lo Stretto di Lombok, considerate strategiche in tempo di guerra.

Sulla base delle fotografie possiamo dire con una certa sicurezza che il drone è strettamente correlato alla famiglia di Uuv tipo Sea Wing. L’oggetto è un tipo di drone subacqueo del tipo glider (aliante). Questi particolari strumenti avanzano nell’acqua, aiutati dalle ali e dalla coda, immergendosi ripetutamente e poi riemergendo di nuovo. Eseguono queste manovre utilizzando un sistema interno, essenzialmente un palloncino che si espande e si contrae tramite olio sotto pressione, il che altera la sue doti di galleggiamento. Non sono alimentati, quindi devono usare un sistema chiamato propulsione a galleggiamento variabile che sfrutta questa sorta di “vescica natatoria” artificiale interna fatta costituita dal palloncino riempito ad olio. Il sistema è molto semplice: una serie di gonfiaggi e sgonfiaggi fa affondare e risalire i droni, e, mentre lo fanno, riescono a spostarsi in senso orizzontale, aiutati dalle ali.

L’Uuv ripescato nelle acque indonesiane è lungo 225 centimetri e ha un’apertura alare di 50; è dotato anche di un’antenna in coda lunga 93 centimetri. Come detto sembra appartenere alla famiglia Sea Wing ed è in particolare molto simile a un aliante subacqueo sviluppato dalla Cina, lo Haiyi, testato nelle acque dell’Oceano Indiano tra il dicembre 2017 e il gennaio del 2018. Quel test, come riportava l’agenzia stampa cinese Xinhua, aveva lo scopo di “osservare l’interazione tra i cambiamenti climatici globali e le condizioni marine”.

In quella occasione il robot subacqueo aveva raccolto dati spazzando un’area di 705 chilometri di lunghezza. In una missione precedente, a marzo del 2017, lo Haiyi aveva raggiunto la profondità di 6329 metri nella Fossa delle Marianne, battendo il precedente record di 6mila metri detenuto da un drone statunitense. Almeno così affermano le fonti cinesi, che però sono state messe in dubbio dagli analisti occidentali.

La Cas, la Chinese Academy of Sciences, utilizza i droni Sea Wings per la ricerca oceanografica grazie a sensori in grado di misurare parametri come la forza e la direzione delle correnti, la temperatura dell’acqua, i livelli di ossigeno e la salinità. Tutti questi dati raccolti sono utilizzabili sia dalla ricerca scientifica civile sia da quella militare: se da un lato tenere sotto controllo temperatura, correnti, e salinità delle acque marine profonde fornisce indicazioni sui cambiamenti climatici, dall’altro questi parametri vengono utilizzati in campo militare per la navigazione dei sottomarini.

Sapere, infatti, a che profondità è situato il termoclino (quell’orizzonte di acqua dove avviene un cambio di temperatura) o l’aloclino (che indica il cambio di salinità), significa sapere anche le proprietà acustiche di quel particolare battente d’acqua e pertanto fornisce al comandante di un sottomarino indicazioni da sfruttare durante la navigazione in immersione per nascondersi dai sistemi acustici avversari: il suono, infatti, si propaga in modo differente all’interno di un mezzo a seconda della densità (e quindi anche della temperatura) e un sottomarino può perfino nascondersi ai sistemi di scoperta avversari immergendosi in fasce di acqua a temperatura e salinità differenti rispetto a quelle adiacenti. Questo rappresenta il motivo principale per il quale tutte le maggiori marine militari del mondo effettuano studi oceanografici nei mari del globo. Anche l’Italia. La missione High North 2020, effettuata nelle acque dell’Artico, ha come “risvolto secondario” la raccolta di questa tipologia di dati per utilizzo militare.

Non è nota l’origine del drone ripescato nelle acque dell’Indonesia: possiamo però ipotizzare che appartenga alla famiglia di Uuv lanciati proprio a dicembre 2019 dalla nave da ricerca cinese Xiangyanghong 06 nell’Oceano Indiano orientale. Il Cas, infatti, in quella occasione riferì inizialmente che erano stati messi in mare 14 di questi piccoli droni, salvo poi affermare che erano 12. C’è quindi il sospetto che due siano andati persi, ma non è chiaro se le correnti prevalenti siano state in grado di trasportare un Sea Wing disperso fino alle acque al largo delle isole Selayar.

Da quello che sappiamo non è nemmeno la prima volta che un Uuv cinese viene trovato nelle acque indonesiane. A gennaio, uno è stato recuperato vicino alle isole Masalembu, circa 400 miglia a ovest delle isole Selayar. Nel marzo 2019, un altro è stato trovato nelle acque intorno alle isole Riau ancora più a nord-ovest. Quello che hanno in comune tutte queste isole è di far essere situate in specchi d’acqua attraversati da importanti rotte marittime che si estendono tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale.

Una cosa invece è certa: questi ritrovamenti sono un segnale della crescita dell’attività navale cinese, e pertanto nei prossimi anni diventeranno sempre più comuni. La volontà della Cina di dotarsi di una blue water navy, ovvero una marina militare d’altura, capace di effettuare operazioni di lunga durata a grande distanza, passa anche attraverso la necessaria conoscenza degli oceani dal punto di vista scientifico, appunto per poter avere delle carte dettagliate per la navigazione sottomarina (e anche in superficie, sebbene per altri scopi).

La stessa attività di ricerca oceanografica, se svolta “battendo bandiera”, ovvero tramite navi appositamente concepite per lo scopo, può anche essere un forte segnale di rivendicazione della sovranità territoriale su determinati specchi d’acqua: la Cina lo ha fatto – e sta facendo – nel Mar Cinese Meridionale; più vicino a noi la Turchia, molto di recente, ha effettuato una campagna di rilevamento oceanografico nel Mediterraneo Orientale in quel tratto di mare che, formalmente, appartiene alla Zona di Esclusività Economica della Grecia, causando una crisi diplomatica tra i due membri della Nato che non si registrava da decenni.

Tornando ai droni subacquei, c’è anche la possibilità che vengano usati non semplicemente come raccoglitori di dati: sappiamo che il governo cinese stava testando questi particolari “alianti sottomarini”, forse una versione particolare del Sea Wing, in modo che potessero agire come snodi di comunicazione per la trasmissione di dati in modo da poter trasmettere rapidamente informazioni riguardanti il rilevamento e tracciamento dei movimenti dei sottomarini stranieri nel Mar Cinese Meridionale.

Si tratterebbe di un sistema più “spendibile” ed economico rispetto a quelli fissi tipo Sosusla cui catena vede anche coinvolta l’India proprio per sorvegliare gli accessi all’Oceano Indiano. Un nugolo di Uuv alianti, che potrebbe restare in acqua per settimane, è un modo efficace e silenzioso per seguire i movimenti dei sottomarini avversari senza svelare la propria posizione, in quanto sarebbero sempre in movimento: il limite del sistema Sosus è proprio quello di essere ancorato al fondale, e sebbene sia in grado di captare i rumori (e identificarli) a una vastissima distanza, in caso di conflitto, note le posizioni, si potrebbero neutralizzare in qualche modo, ad esempio con attacchi di Uuv kamikaze precedentemente all’uscita in mare dei propri sottomarini.

Qualsiasi ulteriore speculazione sul drone ripescato recentemente dalle acque indonesiane è rimandata al momento in cui i suoi sensori verranno analizzati, ma i risultati, molto probabilmente, resteranno coperti da segreto per parecchio tempo.