È lo scontro più sanguinoso tra gli Houthi e le forze governative dal 2022. Almeno 300 morti e quasi 2.000 famiglie sfollate dall’inizio dell’offensiva dei ribelli di Ansarullah del 3 settembre, ma i dati sono in costante aggiornamento, perché in Yemen la battaglia continua. Le forze governative, sostenute dall’Arabia Saudita, hanno avviato nella giornata di ieri decisi contrattacchi su più fronti per arginare la spinta degli Houthi. Aden ha dichiarato di aver assunto il totale controllo del distretto di Hays, nella provincia di Al Hodeidah, a meno di 30 km dalla costa. Le truppe hanno messo in sicurezza le aree rurali circostanti, conquistando il valico di Al Barah.
L’8 settembre, gli Houthi hanno preso di mira diverse città del Sud dell’Arabia Saudita, tra le quali Abha, Khamis, Mushait, Jazan e Najran, e attaccato impianti energetici sauditi. Una vera e propria minaccia agli asset petroliferi del Regno: a Jazan si producono circa 400mila barili di greggio al giorno. I bombardamenti hanno ferito 73 persone.
Il gruppo sciita ha aperto le ostilità lo scorso 3 settembre, con l’obiettivo di interrompere le vie di comunicazione verso la città costiera di Mokha, sotto controllo governativo, e di spingersi fino allo stretto di Bab el-Mandeb, snodo fondamentale che regola l’accesso marittimo meridionale al Mar Rosso. Per i sauditi, il passaggio ha un ruolo cruciale per le esportazioni di greggio da quando l’Iran ha interrotto il transito commerciale nello Stretto di Hormuz.
La risposta di Aden
Con il supporto dell’Arabia Saudita, le forze governative hanno contrattaccato su più fronti. Oltre al distretto di Hays e alla città di Taiz, che restano il fronte più caldo, Aden sostiene di aver “distrutto e neutralizzato” il campo militare Houthi di Al Labnat nella provincia settentrionale di Al Jawf, una posizione strategica per la vicinanza con lo snodo petrolifero di Marib. Raid governativi hanno sferrato 13 attacchi aerei contro postazioni e rampe di lancio missilistiche degli Houthi nelle aree di Al Bayda, Al-Sharyah, Dhi Na’im e Al-Sawadiyah. Altri bombardamenti hanno colpito un centro di comando e sensori termici sul monte Nasah, nella provincia di Al-Dhalea, e accampamenti ribelli sul fronte meridionale di Marib.
Nonostante la controffensiva, gli Houthi sono riusciti ad avanzare a Ovest di Taiz, nel settore strategico di Al-Kadhah, dove hanno interrotto la strada di collegamento tra il capoluogo, Taiz, e Mokha, sul Mar Rosso. Il portavoce militare di Ansarullah, generale Yahya Saree, ha rivendicato l’abbattimento di un drone da ricognizione saudita di tipo CH-4 nella provincia di Al Jawf. Ha poi minacciato, dopo gli attacchi houthi contro siti energetici e città, di lanciare un’operazione ancora più in profondità nel territorio saudita.
Una catastrofe umanitaria
L’escalation rappresenta l’ondata di combattimenti più sanguinosa dalla fine della tregua del 2022. Da giovedì 3, inizio dell’offensiva Houthi, fino a domenica 6 settembre, il bilancio delle vittime ha superato le 300 persone. Tra sabato e domenica si sono registrati oltre 140 morti, 84 soldati delle forze governative e 57 combattenti Houthi. Diverse vittime anche tra i civili. I ribelli hanno lanciato un missile balistico a sud di Taiz, uccidendo 4 civili e ferendone 9. Altri tre missili hanno colpito la stessa Taiz, senza vittime. A rendere ancora più drammatico il quadro, oltre 1790 famiglie hanno abbandonato le loro case per rifugiarsi in aree più sicure, come il campo per sfollati di Al-Bareen.
Il conflitto colpisce una nazione già stremata da un decennio di devastazioni, dove mancano servizi di base come scuola e sanità, e con oltre 20 milioni di yemeniti bisognosi di assistenza umanitaria.
Nuovi equilibri
La tregua firmata nel 2022 sotto egida Onu si era già incrinata a luglio, quando gli Houthi avevano accolto con tutti gli onori militari un aereo iraniano atterrato a Sana’a con a bordo una delegazione di ritorno dai funerali di Khamenei, gesto che aveva innescato una prima serie di rappresaglie. La nuova escalation tra il movimento sciita, sostenuto da Teheran, e le forze governative appoggiate da Ryad, alimenta le tensioni regionali cominciate con l’attacco congiunto di Israele e Usa all’Iran di febbraio.
Gli Houthi, che dal 7 ottobre 2023 si sono schierati esplicitamente dalla parte dell’”Asse della Resistenza” a guida iraniana, si trovano ora a dover fronteggiare una sfida difficile, perché Teheran è indebolita così come Hezbollah, fortemente ridimensionato dalla guerra con Israele in Libano. L’obiettivo di Ansarullah è quindi quello di mostrarsi partner efficaci dell’Iran (da cui ricevono armi e supporto tecnico) e al tempo stesso mostrare forza in maniera autonoma, cercando di allargare la loro influenza.
Dall’altra parte, l’Arabia Saudita non può più contare sull’alleanza sul campo con gli Emirati Arabi Uniti, spezzata all’inizio di quest’anno. A dicembre 2025, infatti, il Consiglio di transizione del Sud (Cts), movimento separatista sostenuto dagli Emirati, ha lanciato un’offensiva contro le forze governative di Aden, sostenute da Ryad, nell’Hadramaut e nel governatorato di al Mahra. Da quel momento, gli Emirati sono stati marginalizzati a vantaggio di un’influenza diretta saudita sul blocco anti-Houthi.
La pressione israelo-statunitense sull’Iran e i suoi alleati viene vista dal fronte anti-Houthi come un’opportunità per rovesciare – con la forza – il movimento sciita. I nuovi equilibri nella proxy war tra Teheran e Arabia Saudita si delineeranno nei prossimi giorni, e andranno letti e inquadrati nel più ampio spettro del conflitto regionale e dell’importanza sempre più evidente degli stretti e degli snodi commerciali marittimi.