Ricostruire Gaza: almeno 14 anni solo per rimuovere le macerie. E poi…

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Il 7 ottobre 2023, Israele ha premuto il pulsante rosso della distruzione, scatenando l’inferno sulla Striscia di Gaza. Quindici lunghi mesi di bombardamenti incessanti, un abisso incolmabile che ha segnato la storia di un popolo. Una guerra che ha superato in durata persino quella del 1948, quando nacque lo Stato di Israele. Un’epopea di dolore e sofferenza, conclusa da un fragile cessate il fuoco che, dopo tanta distruzione, sembra più un’illusione che una reale tregua.

Oggi Gaza è un deserto di macerie. Nove case su dieci sono state rase al suolo, le altre sono scheletri di cemento. Un paesaggio lunare dove solo il vento ulula tra le rovine. L’ottanta per cento del territorio è stato evacuato, le strade sono deserte, i volti sono scomparsi. Oltre 1,9 milioni di persone, il 90% della popolazione, vaga alla ricerca di un rifugio, un’umanità senza patria.

Le tendopoli, simili a piccole barche alla deriva in un mare in tempesta, sono diventate la nuova dimora di migliaia di persone, rifugi di fortuna dove la dignità è un’esigenza dimenticata. L’acqua è scarsa e l’igiene non è che un ricordo lontano. Va inoltre sottolineato che persino questi luoghi, pensati per offrire riparo, sono stati colpiti duramente dagli attacchi israeliani, trasformandosi spesso in trappole mortali.

In questo intricato labirinto di macerie, la guerra ha lasciato un’eredità di milioni di tonnellate di detriti. Sono i resti di edifici crollati, un cumulo di distruzione che potrebbe celare insidie mortali come trappole esplosive e bombe inesplose, un carico di morte pronto a riaffiorare. Questi detriti ricoprono ciò che un tempo era un fazzoletto di terra incatenato ma vivo, ora soffocato da un peso che sembra impossibile da rimuovere. Liberare Gaza da questa montagna di macerie, secondo le Nazioni Unite, richiederà oltre 14 anni.

Ricostruire case e infrastrutture è un’impresa titanica che proietta lo sguardo verso un 2040 lontano, un miraggio offuscato dalla polvere della tragedia. La ricostruzione non può che partire dal sistema sanitario, ormai annientato. L’emergenza sanitaria, che coinvolge centinaia di migliaia di persone, richiede un intervento immediato. Secondo stime preliminari, saranno necessari almeno 10 miliardi di dollari per ripristinare le strutture sanitarie nei prossimi cinque-sette anni. Come ha sottolineato Rick Peeperkorn, rappresentante dell’OMS, “Le necessità sono enormi“. Ma oltre ai fondi, è cruciale rimuovere gli ostacoli politici che impediscono la distribuzione degli aiuti. “Abbiamo bisogno di un accesso rapido, senza ostacoli e sicuro“, ha dichiarato, evidenziando l’urgenza di garantire la sopravvivenza della popolazione.

Un rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato a giugno, rivela che nella Striscia di Gaza ogni metro quadrato è ora coperto da oltre 107 chilogrammi di detriti, spesso contaminati da ordigni inesplosi, sostanze pericolose e, in alcuni casi, resti umani. Il rapporto, inoltre, sottolinea che il volume complessivo dei detriti prodotti dal conflitto è oltre cinque volte superiore a quello generato dal bombardamento di Mosul nel 2017 da parte degli Stati Uniti, un confronto che mette in prospettiva la vastità della tragedia umanitaria e delle sfide future.

Venerdì, il Times UK ha riportato che la rimozione delle 50,8 milioni di tonnellate di macerie accumulate a Gaza a causa dei bombardamenti israeliani rappresenta un’impresa colossale. Le stime indicano un costo di quasi 1 miliardo di dollari solo per sgomberare i detriti, mentre l’intero processo di ricostruzione, che include edifici residenziali, ospedali, moschee, chiese, scuole e infrastrutture essenziali come reti elettriche e fognarie, potrebbe richiedere fino a 80 miliardi di dollari.

Queste e altre cifre ufficiali, pur sconvolgenti, non riescono a rendere appieno la portata della tragedia. I dati del Ministero della Salute di Gaza parlano di oltre 46.000 vittime accertate, prevalentemente donne e bambini. Tuttavia, uno studio del Lancet rivela che il numero reale delle vittime sia sottostimato almeno del 40%, oscillando tra 149.000 e 598.000, considerando sia le vittime dirette che quelle indirette.

Come è giusto che sia, ci siamo già proiettati verso il futuro parlando di ricostruzione di Gaza. Occorre però chiedersi cosa significhi ricostruire in una situazione del genere. È il tentativo di ridare vita là dove la morte ha prevalso, di risvegliare la speranza in una comunità dominata dalla disperazione. E, al tempo stesso, è il momento di riflettere sul futuro che vogliamo tracciare come collettività mondiale, se davvero un futuro per Gaza e per il mondo sia ancora pensabile.