Dopo oltre un anno Israele riapre il valico di Rafah verso l’Egitto la cui chiusura, nel maggio 2024, ha sostanzialmente isolato la Striscia di Gaza dal resto del mondo mentre imperversava la fase più dura degli attacchi di Tel Aviv contro il territorio palestinese affacciato sul Mediterraneo.
Rafah riapre? Solo in parte
Parliamo di una riapertura limitata, che Israele definisce “un test” e che tramite la sua struttura militare controllerà, ma che rappresenta una novità: da maggio 2024 il valico è stato riaperto solo durante il fragile cessate-il-fuoco di gennaio 2025, collassato in poche settimane. Ora sarà possibile per i civili, specie per i feriti più gravi, uscire dalla Striscia di Gaza anche se Tel Aviv, che controlla poco meno del 60% del territorio, vigilerà sui movimenti.
Del resto, potranno muoversi le persone a piedi e in numero ridotto: 50 persone al giorno in uscita, altrettante in entrata. Nessuno spazio per aiuti umanitari, camion dell’assistenza internazionale, o osservatori internazionali. Insomma, apertura più sulla carta che nei fatti. Ma la speranza è che sia solo un inizio.
Il sentiero stretto per il negoziato
La situazione resta tesa. “L’annuncio di Israele è arrivato un giorno dopo che almeno 30 palestinesi, tra cui diversi bambini, sono stati uccisi dagli attacchi israeliani, uno dei più alti bilanci di vittime dall’inizio del cessate il fuoco con Hamas, il 10 ottobre”, nota la Abc. Tra sangue e speranza la popolazione gazawi spera di trovare una rotta per il futuro e almeno 20mila civili che hanno necessità di cure mediche possono vedere una via verso l’uscita da Gaza.
Il governo di Benjamin Netanyahu mantiene serrata la pressione su Gaza e si muove a tenaglia sulla Palestina dando, al contempo, mano libera ai coloni in Cisgiordania. Ma una mossa di questo tipo appariva politicamente necessaria per non far aumentare il confronto coi partner internazionali, dopo che il ritrovamento del corpo dell’ultimo ostaggio, Ron Gvili, ha chiuso gli oneri per la “Fase 1” del cessate-il-fuoco e aperto la strada all’attuazione della “Fase 2” su cui il presidente Usa Donald Trump ha a gennaio imposto uno strappo in avanti nominando il Board of Peace e spingendo per l’istituzionalizzazione della transizione della supervisione internazionale sul conflitto.
Avanti a piccoli passi
L’Institute for National Security Studies dell’Università di Tel Aviv notava nei giorni scorsi che “Israele ritiene che l’apertura del valico di Rafah in entrambe le direzioni, come richiesto all’inizio di questa fase, sia prematura” e che “in generale, teme una perdita di controllo sugli sviluppi nella Striscia di Gaza a seguito del trasferimento della gestione e del controllo al Board of Peace e ai suoi organi subordinati, in cui Israele non ha alcuna rappresentanza formale”.
Ebbene, l’apertura temporanea degli attraversamenti a Rafah è un colpo al cerchio della “Fase 2” e uno alla botte del prosieguo dello status quo, dato che Israele supervisionerà i movimenti, le manovre e i passaggi a Rafah. Si creerà un precedente? Il direttore generale del Board of Peace, Nicolay Mladenov, invita le parti a “esercitare moderazione”. Ma la marcia verso la concretizzazione del negoziato di pace sembra avere tappe ancora incerte. E né Israele né Hamas hanno fretta di accelerare.