Il governo di Addis Abeba nelle scorse ore ha rivendicato importanti successi di natura economica. Le stime di crescita del Pil infatti, per il 2026 prevedono la doppia cifra percentuale: in particolare, l’economia etiope dovrebbe far registrare a fine anno un +10%. Questo conferisce al Paese senza dubbio il ruolo di traino a una regione, quella del Corno d’Africa, sempre più centrale nel contesto internazionale. Ma i risultati economici attesi, cozzano con una realtà sul campo che, al contrario, appare sempre più difficile. L’Etiopia infatti, mentre celebra la sua crescita, deve oggi più che mai stare attenta alla sua tenuta interna. Sono molti i fronti che minacciano la sua stabilità, con il rischio concreto di trascinare nell’abisso l’intera regione.
La guerriglia in Amhara e la tensione a Gambella
Quando dieci anni fa il premier Abiy Ahmed ha lanciato il termine “etiopianismo“, entusiasmo e scetticismo hanno viaggiato di pari passo. Con quella parola infatti, si è voluto indicare il nuovo corso etiope caratterizzato da una visione maggiormente unitaria del Paese. Il tutto contrapposto invece alla tradizionale divisione su cui è basata l’attuale federazione, lì dove ogni etnia ha il suo Stato. Il Tigray, tra tutti gli Stati etiopi, è l’unico ad aver rifiutato questa visione. E, per tutta risposta, Abiy Ahmed ha lanciato lì le truppe federali contro il Tplf. Ossia il partito tigrino al potere nella regione e per quasi trent’anni al potere ad Addis Abeba.
La guerra che ne è scaturita è stata solo parzialmente fermata nel 2022 con gli accordi di Pretoria. Nessuno ha vinto sul campo, ma a livello politico Ahmed ha perso in reputazione. Inoltre, il suo governo ha ricevuto in eredità l’attivazione di molti gruppi armati contrari al potere centrale. Tra questi, il principale è noto con l’acronimo di Fano. I combattenti sono di etnia amhara, la più numerosa del Paese. Nonché quella stanziata nell’omonima regione, la quale circonda per intero il territorio del distretto federale di Addis Abeba. La guerriglia Fano ha messo l’esercito in difficoltà, avvicinandosi alla capitale.
Ma se la situazione nell’Amhara è più legata a una questione interna, le tensioni nella regione di Gambella sono figlie dirette del contesto internazionale circostante. Qui da giorni sono in corso scontri settari tra le due più importanti etnie che abitano la regione: i Nuer da un lato e gli Anuak dall’altro. I primi sono presenti anche nel Sudan del Sud, lì dove a sua volta sono esplose nuove violenze con le forze governative. Di conseguenza, molti Nuer sono scappati al di là del confine etiope, andando a creare ulteriori tensioni con gli Anuak. Il governo di Addis Abeba appare quasi impotente: l’invio di soldati non è bastato al momento a sedare le tensioni e a riportare la calma. Al contrario, diverse località sono preda di scorribande tra i due lati del confine.
La mai risolta questione del Tigray
Ma il fronte più pesante continua a essere, nonostante tre anni di sostanziale tregua, quello del Tigray. Qui, in primo luogo, si continua a patire la fame per via della mancanza di seri piani di ricostruzione. Inoltre, all’interno del prima citato Tplf sono nate nel 2025 importanti spaccature. Da un lato c’è la fazione di Getachew Reda, a capo del governo regionale e ritenuto più moderato. Dall’altro invece, c’è la corrente di Debretsion Gebremichael, apertamente contrario ad Addis Abeba. Da alcuni giorni vengono segnalati scontri, con Reda che ha accusato il rivale di voler prendere il potere con la forza.
L’attuale governatore del Tigray ha tirato in ballo anche Eritrea ed Egitto. Secondo Reda è Asmara infatti ad armare la fazione scissionista del Tplf. Con Il Cairo accusata di assecondare le velleità eritree. E questo in virtù di un trattato militare che lega per l’appunto Egitto, Eritrea e la Somalia.
Qui l’intrigo diventa ancora più pesante. La Somalia infatti è ai ferri corti con l’Etiopia per via della mossa del 2024, da parte di Abiy Ahmed, di stringere patti commerciali con il Somaliland. Mogadiscio ha così chiesto aiuto anche all’Egitto. Al Sisi non si è fatto certo pregare: il rais de Il Cairo infatti, da tempo è in rotta di collisione con l’Etiopia per via della Gerd, la grande diga sul lato etiope del Nilo che secondo gli egiziani è destinata a lasciare a secco il proprio Paese. Il Cairo, secondo questa ricostruzione, potrebbe quindi aver armato la mano eritrea. Asmara, a sua volta, potrebbe approfittarne per avanzare storiche rivendicazioni territoriali nel Tigray.
Cosa rischia l’Etiopia
Se i vari conflitti dovessero avere ulteriore seguito, l’Etiopia rischia seriamente di essere risucchiata da una spirale di instabilità senza precedenti. Con i vari fronti aperti capaci di trasformarsi in una vera e propria incudine per la tenuta di Addis Abeba. A sua volta, un’ulteriore destabilizzazione del Paese verrebbe pagata dall’intera regione, vista l’importanza del ruolo etiope in ambito economico e politico. Un circolo vizioso quindi, con sullo sfondo anche la questione legata al Somaliland. Ossia la regione separatista somala recentemente riconosciuta, non senza reazioni da parte di diversi governi del Corno d’Africa, da Israele.

