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Il bombardamento al reattore nucleare siriano del 2007, reso noto soltanto ieri dalle forze armate israeliane, poteva condurre a una guerra con la Siria. E Israele si era esercitato proprio su questo possibile scenario di conflitto.

A rivelarlo è stato il generale Gabi Askenazi, 19esimo capo di Stato maggiore delle Israel defense forces (Idf), in una breve intervistata rilasciata al media israeliano Ynetnews. L’allora guida delle Idf non ha dubbi: quell’azione fu realizzata al solo scopo di distruggere quel reattore e doveva essere fatta in modo tale da non condurre a una guerra su vasta scala. Ma le possibilità c’erano e Israele si era esercitato proprio nell’evenienza che tutto ciò accadesse.





“Non si può mai essere sicuri, ma ho pensato che ci fosse una possibilità”, ha detto Ashkenazi.”Non è stato per caso che abbiamo addestrato unità sulle alture del Golan, non era una coincidenza che ci fosse un’esercitazione. Non voglio approfondire tutti i dettagli, ma in realtà eravamo sufficientemente pronti per un’altra opzione“, ha continuato il generale. Insomma, tutti erano consapevoli che la guerra poteva effettivamente deflagrare. E questo nonostante la guerra in Libano avesse scalfito duramente le certezze delle forze israeliane.

L’ex capo di Stato maggiore ha descritto quei momenti elencando quali sono stati i passaggi per giungere a quella decisione dello strike chirurgico al reattore nei pressi di Deir Ezzor. Dopo aver ottenuto la prova certa dell’attività dell’impianto nucleare nella provincia settentrionale siriana, fu deciso che Israele avrebbe condotto l’operazione nella maniera più anonima possibile.

Nessuno doveva sapere dell’azione israeliana. L’aeronautica si sarebbe mossa di nascosto, evitando ogni tipo di prova che che affermasse un qualsiasi ruolo israeliano nel raid. Si voleva evitare quello che sarebbe stato, in fondo, del tutto legittimo: che il presidente siriano Bashar al Assad reagisse scatenando una guerra. Del resto, la strategia israeliana prevedeva e ha previsto una violazione della sovranità nazionale con un bombardamento in un territorio di uno Stato.

“Dopo che i piloti sono atterrati, sono salito al 14esimo piano del quartier generale delle Idf di Kirya, ho guardato fuori dalla finestra Tel Aviv che stava dormendo e mi sono detto che speravo che non avremmo dovuto svegliare i residenti in modo innaturale”, e cioè con le sirene d’allarme che annunciavano l’arrivo di missili o bombardieri siriani. Le prime ore dopo il bombardamento furono delicatissime. I sospetti siriani, chiaramente, si concentrarono sullo Stato di Israele. Ma non fu lasciata alcuna traccia.

Come riporta il Jerusalem Post, il generale Amos Yadlin, che all’epoca era a capo dell’intelligence militare, disse che la notte dell’attacco, le forze israeliane avevano due obiettivi: distruggere il reattore ed evitare la guerra. Due obiettivi non del tutto compatibili. Se fossero stati scoperti, Damasco avrebbe dichiarato guerra, scatenando un’escalation potenzialmente esplosiva per tutta la regione. 

Secondo Yadlin, che durante la sua carriera ha preso parte alla distruzione di due reattori nucleari, prima come pilota nell’attacco del 1981 in Iraq e poi come capo dell’intelligence militare durante l’operazione in Siria, Israele ha finalmente ammesso di essere stato l’autore dello strike in Siria solo perché adesso è improbabile che Assad possa volere una rivalsa.

E intanto, nonostante la censura sia ancora forte, le Idf hanno declassificato una lettera di sei punti, del 5 settembre 2007, inviata dall’allora comandante Eliezer Shkedi ai piloti che avrebbero eseguito la missione. La lettera parlava dell’importanza “suprema”della missione, della necessità di evitare ogni tipo di traccia sull’attacco, di mantenere il segreto totale fino a nuovo ordine e si concludeva con un semplice “buona fortuna”. 

Dieci anni dopo, mentre la Siria è coinvolta in una guerra catastrofica e senza alcuna possibilità, almeno per ora, di riavviare il suo programma nucleare, i funzionari coinvolti nell’operazione del 2007 dicono senza troppa difficoltà che l’ammissione di Israele sia un monito ai suoi nemici, in particolare all’Iran. Ma è probabile che lo sia anche nei confronti degli altri vicini, come lo è l’Arabia saudita. La corsa al nucleare nella regione preoccupa Israele, che è l’unico Stato ad avere un suo arsenale atomico mai reso noto. E la strategia israeliana prevede che tutti i suoi vicini siano privi dell’atomica. 

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