Il bombardamento che ha colpito il centro migranti di Tajoura, in Libia, ora diventa un giallo internazionale. Il massacro dei migranti nella periferia di Tripoli si è infatti trasformato in un affaire con il governo di Fayez al Sarraj che prima ha puntato il dito sulle forze di Khalifa Haftar, poi sulle forze dell’Egitto e infine sugli Emirati Arabi Uniti. Secondo il ministro dell’Interno, Fathi Bashaga, il raid è stato infatti realizzato da un F-16 delle forze aree emiratine di fabbricazione americana. Ai microfoni della Cnn, Bashaga ha detto che “il rumore del jet è stato identificato da tecnici e piloti che lo hanno sentito. Il potere distruttivo (delle bombe) è molto grande ed è simile a quello delle bombe sganciate nel 2014”. E per avvalorare la tesi dell’accusa nei confronti di Abu Dhabi, il ministro ha anche ricordato che “Gli Emirati Arabi Uniti hanno bombardato Tripoli nel 2014 e interferiscono nel conflitto libico”.

Un’accusa importante, non solo perché data da un ministro del governo di Tripoli, ma anche perché l’accusa arriva pubblicamente e attraverso uno dei principali media statunitensi. Proprio quegli Stati Uniti che, come scritto su InsideOver, appaiono sempre più divisi al loro interno sul coinvolgimento nella guerra di Libia. L’amministrazione di Donald Trump appare spaccata al suo interno fra coloro che ritengono utile continuare a sostenere l’esecutivo guidato da Serraj oppure provare a intavolare un accordo con le truppe delle generale Khalifa Haftar, lo stesso con cui Trump ebbe un colloquio telefonico nel momento più delicato dell’assedio del Lna.

L’accusa non è da sottovalutare, perché indica una dinamica che da tempo sta trasformando il conflitto libico in una proxy war sempre più palese. Non che prima non lo fosse, ma adesso è sempre più chiaro. Mentre le truppe di Haftar hanno ormai ricevuto il palese appoggio dell’Egitto e delle monarchie del Golfo (lo stesso generale ha più volte raggiunto l’Arabia Saudita e gli stessi Emirati per incontrare i suoi interlocutori nella Penisola arabica), il governo di Tripoli può contare sull’appoggio dichiarato della Turchia di Recep Tayyip Erdogan e del Qatar. Non a caso entrambe legate a doppio filo alla Fratellanza musulmana ma soprattutto potenze rivali sia di Riad che di Abu Dhabi. E a Tripoli sono da tempo convinti (e lo dicono apertamente) che dietro alle mosse della Cirenaica ci sia un ruolo sempre più attivo delle forze emiratine, sia attraverso l’uso dei droni di fabbricazione cinese, sia adesso attraverso questo raid che ha colpito il centro migranti e ucciso 53 persone.

Un’accusa che nei confronti degli Emirati non è certo nuova. Già anni fa, quando ancora il conflitto in Libia non era considerato apertamente una guerra per procura come lo è stata (e continua a essere) la Siria, Abu Dhabi era stata accusata da un rapporto del Pentagono come responsabile di un bombardamento del 2014. Anche in quell’occasione il dito venne puntato sia sull’Egitto che sugli Emirati, ritenuti responsabili di raid segreti nel Paese nordafricano. I rispettivi governi respinsero immediatamente le conclusioni del rapporto della Difesa americana, ma al tavolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si discusse della regia emiratina ed egiziana dietro i raid. Segno che ciò che è deflagrato solo con più forza in questi mesi è solo la punta dell’iceberg di una guerra sotterranea che si lotta da tempo. Ma questa volta c’è un dato in più che di fornisce Bashaga nelle sue accuse: un F-16 e di fabbricazione statunitense. Forse un messaggio rivolto a Washington prima della riunione del Consiglio di Sicurezza sul conflitto a Tripoli? Intanto, quello che è certo, è che c’è un altro attore che in queste ore ha parlato di responsabilità anche degli Stati Uniti nell’assedio di Tripoli: la Russia. Questa accusa può essere l’inizio di un conflitto politico per decidere le nuove dinamiche della guerra.