Mentre l’aviazione israeliana continua a indagare sull’abbattimento dell’F-16 da parte della contraerea siriana, come riporta Defense News, sono in molti, a Tel Aviv come a Washington, che si interrogano in via confidenziale sul perché l’aviazione israeliana non abbia optato per l’utilizzo del suo nuovo F-35 preferendogli il già rodato F-16. E questo nonostante non ci fosse alcun effetto sorpresa nella missione dell’aviazione essendo già chiari gli obiettivi dell’attacco.
All’inizio di dicembre, laHeyl Ha’Avir, l’aeronautica militare israeliana, aveva dichiarato la piena capacità operativa iniziale dei nove F-35 in suo possesso. E da quanto si evince dai dati dell’attività aerea nella base di Nevatim, nel sud di Israele, i nuovo aerei stanno accumulando un tempo di volo significativo e già utile al suo utilizzo per ogni tipo di operazioni. Tuttavia, nonostante questa piena operatività, nessuno degli F-35 utilizzabili faceva parte dello stormo di otto aerei incaricato di distruggere quello che era stato indicato come il centro di comando iraniano nella Siria centrale, ovvero la base T-4 da dove Israele dice che sia partito il drone iraniano che ha violato lo spazio aereo israeliano. E nessuno di questi nuovi aerei ha guidato l’ondata di raid nelle operazioni “di rappresaglia” lanciate nelle ore successive all’abbattimento dell’F-16I.
Gli esperti si interrogano e si dividono. Per alcuni, come riporta l’inviato a Tel Aviv per il sito di Difesa americano, i caccia multiruolo della Lockheed Martin sono troppo preziosi per essere utilizzati. Un paradosso, considerato che è un mezzo nato per combattere, che tuttavia si sposa con la mancanza di fiducia di una parte dell’aeronautica israeliana nell’uso immediato di questi aerei, sia per l’aeromobile in sé, sia per la capacità dei piloti di padroneggiare ancora il caccia. Il gen. Abraham Assael, Ceo del Fisher Institute for Air and Space Strategic Studies, ha dichiarato che l‘Air Force non aveva motivo di rischiare “asset strategici” come gli F-35 contro quello che veniva definito un obiettivo “strategicamente insignificante”. “In passato, era andato tutto bene, quindi perché mettere a repentaglio qualcosa di così prezioso in un’operazione che non comportava ostacoli significativi?” Ha detto Assael. “Se avessero pensato che gli obiettivi fossero così importanti a livello strategico, sono sicuro che avrebbero considerato il loro utilizzo. Ma non lo erano. Quindi, perché rischiare di utilizzare gli F-35 in una fase così precoce della loro maturità operativa?”
E molti, adesso, si domandano se non sia arrivato il momento di vedere all’opera quegli F-35 ritenuti già pienamente capaci di combattere. A questi interrogativi, arrivati direttamente al portavoce dell’esercito israeliano, Jonathan Conricus, è stata data una risposta che non aiuta, il più classico dei “no comment”. Ma in via ufficiosa, alcuni ex alti ufficiali dell’aeronautica hanno offerto un ventaglio di spiegazioni che meritano di essere analizzate e che possono essere sintetizzate o nella mancanza di esperienza dei piloti con gli F-35 o con la necessità di riservare questi caccia a missioni ritenute più importanti e contro difese nemiche più difficili da bucare rispetto alla contraerea di Damasco.
In genere, però hanno tutti hanno convenuto su un fatto: in quella missione, l’Israeli Air Force ha sbagliato i calcoli. Tel Aviv avrebbe peccato di superficialità pensando che la contraerea siriana non avrebbe potuto rispondere al fuoco e l’abbattimento, per quanto non di fondamentale importanza nella supremazia nei cieli mediorientali, ha comunque scalfito quell'”aura di invincibilità attentamente elaborata” che Israele si era guadagnata nel corso dei decenni. Molti, come ha sostenuto un ex generale del’aeronautica, pensavano semplicemente che l’F16 potesse tranquillamente tornare indenne dai raid senza necessità di ulteriore approfondimento, come se gli strike in Siria fossero. Un altro ex ufficiale ha ipotizzato che l’armamento usato da Israele in quell’attacco iniziale alla base T-4 non fosse ancora integrato nei sistemi dell’F-35. Le Forze di Difesa israeliane, a questo proposito, hanno rifiutato di specificare quali missili siano stati usati nell’attacco iniziale sulla base.
Secondo alcuni, invece, la questione non sarebbe di natura tecnica, ma strategica. Una congettura ufficialmente smentita da Conricus, ma che alcuni militari israeliani ritengono plausibile, secondo cui Washington potrebbe aver scoraggiato o addirittura posto il veto sull’utilizzo israeliano dell’F-35 in questa fase di sviluppo del progetto e di consegna dei mezzi, preoccupata che gli specialisti russi e iraniani in Siria possano raccogliere informazioni sulle sue capacità di eludere i radar o di altre caratteristiche che solo vedendolo in operazione si possono cogliere e interpretare. “Sarebbe altamente improbabile e costituirebbe un pericoloso precedente”, ha detto a Defense News un ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele. “Una volta consegnati, questi velivoli sono interamente di proprietà e gestiti dagli israeliani”. Ma i dubbi restano.
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