Raid di Israele e finte dell’Iran. Il conflitto è (anche) messa in scena

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L’Iran ha cercato di “coprire” gli effetti del raid israeliano del 19 aprile. Nel mirino erano radar e apparati suggerendo la tesi che Israele volesse “saggiare” le difese messe a protezione delle basi e degli impianti dove Teheran porta avanti il suo temuto programma nucleare.

L’escalation in Medio Oriente non c’è stata. Neanche dopo l’attacco condotto da Israele per rispondere all’attacco missilistico lanciato dall’Iran per “vendicare” l’uccisione del generale della Forza Quds individuato ed ucciso insieme al suo staff mentre si trovava nell’ambasciata iraniana di Damasco. I missili e i droni iraniani, lanciati da basi dislocate su territorio iraniano, ma anche in Iraq, Yemen, Libano e Siria, sono stati abbattuti nella loro quasi totalità prima di colpire i loro obiettivi, non provocando danni alle strutture civili e militari in Israele ad eccezioni di una base area nel Negev. Lo stesso, secondo le fonti iraniane, sarebbe stato l’effetto dell’attacco sferrato dagli israeliani la notte del 19 aprile. Delle immagini satellitari, tuttavia, dimostrerebbe il contrario.

Alcune immagini scattate da satellite prima e dopo pubblicate dall’Economist mostrerebbero però un evidente tentativo di nascondere i danni dell’attacco israeliano, che avrebbe “attivato”, sempre secondo fonti iraniane, i sistemi di difesa aerea più sofisticati ma non avrebbe provocato danni e reazioni. Le immagini rivelano come l’Iran abbia sostituito il sistema di difesa aerea danneggiato nella base di Isfahan poco dopo l’attacco attribuito a Israele, con l’obiettivo di minimizzare l’entità dei danni e poter affermare che il raid israeliano era andato a vuoto. Rimane il dubbio sul perché i sistemi di difesa “attivati” non abbiano soppresso la minaccia imminente.

Un obiettivo non casuale

Come risposta all’attacco sferrato dagli iraniani pochi giorni prima Israele avrebbe lanciato “diversi missili balistici” dall’aria. I missili dovevano colpire una base aerea vicino al complesso nucleare di Natanz, a Sud di Teheran. Il sito in questione è stato descritto come parte fondamentale nel programma nucleare iraniano, ragione per cui è stata innalzata una rete di difese incentrate sul sistema antiaereo S-300, sistema missilistico di fabbricazione russa antecedente al più noto e temuto S-400, del quale si è spesso parlato negli scorsi anni. Nonostante lo schieramento dei sistemi difensivi, i missili israeliani sarebbero andati a segno e i vettori di lancio sarebbero tornati alla loro basi.

“Nuove immagini satellitari mostrano come l’Iran abbia salvato la faccia” facendo “marcia indietro”, hanno scritto sull’Economist, il noto settimanale d’informazione politico-economica britannica che spiega come gli iraniani, per minimizzare l’effetto dell’incursione, si siano “semplicemente” limitati a sostituire un radar della difesa aerea distrutto durante l’attacco con un apparato nuovo.

Nel giorno successivo l’attacco l’Iran aveva affermato di essere “stato attaccato da piccoli droni israeliani”. Droni che, secondo quanto riferito, sono stati “intercettati” e non avrebbero causato alcun danno. Secondo l’ex-funzionario dell’intelligence statunitense C. Biggers, ora impegnato presso la National Geospatial-Intelligence Agency, l’Iran ha “deliberatamente nascosto l’impatto del presunto attacco israeliano” al fine lasciar passare l’idea che il raid aereo – sia stato limitato all’impiego di droni, e non di aerei da combattimento come alcuni dati impliciti lasciano ipotizzare – non ha avuto successo. “È un caso di negazione e inganno suggerire che il sito sia ancora operativo”, ha detto l’esperto all’Economist. Dalle pagine del Telegraph viene invece reso noto che l’Iran ha spostato le sue batterie missilistiche lontano dal sito subito dopo l’attacco in previsione di un secondo attacco israeliano. Attacco che potrebbe essere lanciato al termine dell’importante ricorrenza ebraica della Pèsach, la pasqua ebraica che ricorda la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto e l’esodo verso quella che venne definita la Terra Promessa; o che potrebbe non avvenire mai, lasciando il “regolamento” di conti per il raid di Damasco, con lo scambio di attacchi privi di grandi conseguenze del 14 e del 19 aprile.

Cosa può significare?

Si ritiene che l’attacco israeliano, a lungo ponderato nella sua intensità e negli obiettivi da colpire con una forza “commisurata” all’attacco subito, sia stato appositamente orchestrato per dimostrare la capacità di Israele di “neutralizzare efficacemente i sistemi di difesa missilistica iraniani da una distanza considerevole”. Fungendo da avvertimento più che da vera azione offensiva. Il fatto che l’Iran abbia attivato i propri sistemi di difesa aerea collegati ai radar dimostra inoltre che la minaccia non potesse essere limitata a “piccoli droni” che non sono comunque stati abbattuti, dimostrando l’apparente “inefficacia” dei sistemi di difesa iraniani che non hanno mostrato nessuna prova di alcun tipo di abbattimento.

La decisione di colpire obiettivi attraverso un attacco chirurgico in un sito militare strategico come la base aerea di Isfahan, dove si ritenevano essere aerei ed elicotteri da combattimento dei Guardiani della Rivoluzione, parrebbe esser stata una specie di test: la dimostrazione della capacità di attaccare un sito ben protetto ed estremamente vicino ad un altro obiettivo strategico come il complesso nucleare di Natanz.

In questi giorni l’attenzione è tornata a focalizzarsi sul sanguinoso conflitto che si sta consumando all’interno della Striscia di Gaza, con l’assembramento di unità corazzate delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) nei dintorni di Rafah come segnale di una imminente offensiva. Per questo lo scontro Iran-Israele, dove non si sono manifestate ulteriori ostilità, è tornato dormiente. Ma ciò non vuole dire che le parti abbiano rinunciato a colpire l’avversario dopo aver effettuato quelle che per alcuni sono solo mere azioni dimostrative, e per altri azioni lanciate appositamente per rilevare dati sulle capacità di difesa del nemico, e colpire più duramente quando i vertici militari e politici lo riterranno necessario. La tensione in Medio Oriente resta alta.