In Iraq era l’1:30 del mattino, Erbil e il resto del Paese stavano già riposando. Poi i boati nel centro del capoluogo del Kurdistan iracheno hanno svegliato tutti. Vero che il territorio iracheno vive in uno stato di guerra perenne ma anche da queste parti le immagini provenienti dall’Ucraina hanno destato paura e scalpore. E inoltre proprio Erbil si è sempre mantenuta al riparo, grazie al suo ruolo di cuore politico della regione autonoma curda, dai principali fronti delle guerre irachene, inclusa quella contro l’Isis. Le esplosioni hanno quindi colto tutti di sorpresa. Quando si è capito che i missili caduti sul consolato Usa provenivano dall’Iran, a nessuno è sfuggito che l’orario ha coinciso con quello della morte, avvenuta per mezzo di un raid Usa a Baghdad il 3 gennaio 2020, del generale Soleimani. Una ferita quindi mai rimarginata che è tornata a sanguinare in territorio iracheno. Ci sarebbe questo dietro gli attacchi della notte di sabato.

In Iran non si è mai smesso di pensare alla vendetta

La morte del generale Soleimani ha scosso il mondo sciita e non solo iraniano. Prima ancora che un generale, lungo la strada che conduceva da Baghdad all’aeroporto è morto un martire dello sciismo. Teheran non poteva non reagire. All’epoca alla presidenza c’era il moderato Hassan Rohuani, ma anche lui non poteva rimanere con le mani in mano mentre folle di persone assiepavano il feretro di Soleimani rientrato in patria. La risposta però è stata peggiore dello smacco subito nell’attacco. L’8 gennaio l’Iran ha lanciato ordigni verso le basi Usa in Iraq, ma i danni alle infrastrutture di Washington sono stati limitati in quanto Teheran aveva preventivamente avvisato le autorità di Baghdad, le quali a loro volta avevano avvisato gli statunitensi. Ma a rendere un fiasco quell’intervento è stato soprattutto l’abbattimento per errore di un aereo civile decollato da poco dalla capitale iraniana. Si trattava, per un tragico gioco del destino, di un volo ucraino diretto a Kiev e tutti i 176 passeggeri a bordo sono morti.

Poi è arrivato il Covid, anche in medio oriente la guerra è passata in secondo piano. In Iran nessuno però ha mai smesso di pensare alle ritorsioni contro gli Stati Uniti per vendicare la morte di Soleimani. Specialmente adesso che alla presidenza c’è Ebrahim Raisi, un “falco” della politica iraniana eletto lo scorso anno. L’Ora X è arrivata ieri sera. Poco dopo l’una di notte, dalla regione di Tabriz sono stati lanciati almeno 12 missili Fateh-110 di fabbricazione iraniana. Sono caduti nell’area del compound di Erbil che ospita il consolato Usa. Le deflagrazioni sono state potenti e infatti si è subito parlato di vittime. Ma per fortuna non ci sono state persone coinvolte, almeno stando alle dichiarazioni rese alla Reuters dagli stessi funzionari del consolato.

I danni anche in questo caso sono stati limitati. Quello iraniano voleva forse essere solo un avvertimento. Oppure, come si è vociferato in ambito diplomatico nelle ultime ore, il vero obiettivo era un deposito segreto di armi israeliane situato poco lontano dal consolato Usa. E questo per vendicare un altro attacco subito dall’Iran, ossia quello di pochi giorni fa in Siria dove un missile israeliano ha centrato un deposito di armi a Latakia dove all’interno c’erano mezzi iraniani. Da Teheran hanno parlato i Guardiani della Rivoluzione, puntando il dito contro Israele: “Abbiamo mirato a obiettivi strategici di Israele – si legge in una nota dei Pasdaran – qualsiasi attacco ripetuto da parte di Israele incontrerà una risposta dura, decisiva e distruttiva”. Un riferimento esplicito quindi all’attacco subito in Siria. Ma tutto ruota, nella ricostruzione dell’episodio di Erbil, all’orario in cui sono caduti i missili. Impossibile non vedere un richiamo all’ora dei raid che hanno ucciso Soleimani

Perché l’attacco è avvenuto proprio adesso

Israele è da anni che in Siria attacca costantemente obiettivi iraniani. Teheran è ben presente in territorio siriano in quanto stretta alleata del presidente, sciita anch’esso, Bashar Al Assad. Assieme alla Russia è il principale partner di Damasco e questo ovviamente allo Stato ebraico non sta molto bene. Sorge quindi spontanea una domanda: come mai proprio adesso si è deciso di attuare un secondo round di attacchi ad obiettivi Usa in Iraq? La risposta riconduce anche all’attuale guerra in Ucraina. Washington è ovviamente distratta dal conflitto tra Mosca e Kiev che si sta combattendo alle porte d’Europa e ai confini della Nato. Gli Stati Uniti quindi, agli occhi di Teheran, non solo appaiono più vulnerabili ma anche meno decisi a rispondere ad eventuali attacchi in territorio iracheno.

Così è stato in effetti. Poco spazio è stato dato agli eventi di Erbil nei media Usa, la notizia è passata in secondo piano e dalla Casa Bianca al momento non c’è stata alcuna reazione. Inoltre in questa fase gli Stati Uniti appaiono vulnerabili in medio oriente a seguito del ritiro dall’Afghanistan avvenuto ad agosto. Per gli iraniani dunque era questo l’appuntamento ideale con l’Ora X. E non è detto che quanto accaduto ieri rimanga un caso isolato.

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