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Guerra

La strana posizione di Kiev sul sabotaggio del Kerch

Da un’esultanza molto vicina a una rivendicazione, a una cautela molto simile a un dietrofront. La giornata iniziata con la notizia del sabotaggio sul ponte Kerch, si è chiusa con una discordanza piuttosto evidente tra le posizioni espresse da Kiev...

Da un’esultanza molto vicina a una rivendicazione, a una cautela molto simile a un dietrofront. La giornata iniziata con la notizia del sabotaggio sul ponte Kerch, si è chiusa con una discordanza piuttosto evidente tra le posizioni espresse da Kiev sulla vicenda. In mattinata, dalla capitale ucraina sono arrivati commenti entusiasti per quanto accaduto sul viadotto e per i danni riportati dalla struttura che collega la Crimea alla Russia.

Mikhaylo Podolyak, consigliere del presidente Zelensky, ha parlato di “inizio”, lasciando intendere che quello era solo il primo di una serie di sabotaggi. Lo stesso, in serata, ha invece puntato il dito contro Mosca: “L’attacco – ha detto – è partito da lì”.

Intanto da una capitale russa in cui si parla di operazioni delle forze d’élite, mai confermate, il presidente Vladimir Putin ha firmato un decreto per il rafforzamento dei sistemi di sicurezza sul ponte colpito.

La doppia versione di Kiev

Alle 6:07 un’esplosione ha divelto due campate della carreggiata in direzione Crimea del ponte di Kerch. Subito è scattato l’allarme. Il pensiero è andato a un attacco missilistico, ben presto però le immagini di videosorveglianza hanno mostrato una deflagrazione partita da un tir che transitava sul viadotto.

L’esplosione ha innescato un incendio anche tra i vagoni di un treno merci in viaggio sulla sezione ferroviaria del Kerch. I danni materiali sono subito risultati ingenti. Nelle operazioni di ricerca e soccorso si è scoperto che almeno tre persone sono rimaste uccise. Il traffico è stato bloccato e, da Kiev, si è subito sottolineato che il sabotaggio ha inevitabilmente procurato gravi problemi alla logistica russa.

“I danni inflitti da un’esplosione al ponte di Crimea sono un grande vantaggio per tutti gli ucraini – ha dichiarato Vadym Denysenko, consigliere del ministero dell’Interno ucraino – poiché complicano per i russi le forniture di cibo, carburante e armi alla penisola occupata e alla regione di Kherson”. Ancora più netto il consigliere del presidente Zelensky, Mikhaylo Podolyak: “Crimea, il ponte, l’inizio – ha scritto su Twitter – Tutto ciò che è illegale deve essere distrutto, tutto ciò che è stato rubato deve essere restituito all’Ucraina, tutto ciò che appartiene all’occupazione russa deve essere espulso”.

Non certo una rivendicazione. Ma nemmeno una presa di distanza. Anzi, con le sue parole il consigliere del presidente ucraino ha in qualche modo apposto la firma di Kiev sul sabotaggio. Nel pomeriggio il Washington Post, raccogliendo fonti interne all’intelligence ucraina, ha confermato il possibile diretto coinvolgimento dell’Sbu, il servizio segreto di Kiev, nell’attacco. Del resto, il ponte ha doppiamente penalizzato i russi. A livello logistico, Mosca è costretta a portare via nave i rifornimenti verso la Crimea e verso le zone di guerra dell’Ucraina meridionale. A livello di immagine, il Cremlino dall’attacco ne è uscito malconcio: il ponte era uno dei principali vanti di Vladimir Putin.

In serata però qualcosa è cambiato. Le dichiarazioni di Podolyak hanno assunto un altro tenore. Non ha smentito alcuna rivendicazione, perché non c’era alcuna precedente rivendicazione da smentire. Al tempo stesso però, ha voluto togliere la firma di Kiev sul sabotaggio. “Occorre notare che, secondo tutti gli indizi – ha dichiarato ai media locali – il camion esploso è arrivato sul ponte dal lato russo. É quindi in Russia che bisogna andare a cercare le risposte. Tutti gli elementi indicano chiaramente una pista russa”.

Putin ordina di rinforzare le difese sul ponte

C’è da dire che le indagini condotte da Mosca hanno portato ad accertare l’ingresso del camion dalla regione di Krasnodar e non dalla Crimea. Quindi il sabotatore era nel cuore del territorio russo. Il camion era intestato a un cittadino della città di Krasnodar, anche se i suoi familiari hanno reso noto come già da anni il mezzo era stato venduto senza che il passaggio di proprietà fosse stato registrato. Ad ogni modo, il parziale dietrofront di Kiev è sembrato andare di pari passo a un parziale ridimensionamento della vicenda. Il ponte di Kerch non è stato distrutto e né reso del tutto inagibile. In serata il primo treno è tornato a scorrere sopra lo stretto tra Crimea e Krasnodar ed è stato riaperto anche il traffico automobilistico. L’unica limitazione è data dall’apertura alternata e regolata da semaforo sull’unica carreggiata rimasta integra nella zone dell’esplosione. Così come dal divieto di transito per i mezzi pesanti.

I disagi ci sono, soprattutto per la logistica militare. Ma il viadotto non è stato ridotto in cenere. E Kiev ha tolto la firma sul sabotaggio. Putin però teme nuovi attacchi. In serata, come detto, il presidente russo è corso ai ripari con un decreto. Una falla evidentemente c’è stata, una delle tante nella Russia impegnata in guerra, e ora il leader del Cremlino sta provando a tapparla. A testimonianza comunque che il ponte, integro o distrutto, è un elemento strategico tra i più importanti nell’economia dell’attuale conflitto.

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