”Un fischio graffiò l’aria e una riga luminosa e curva incise il cielo… Clement ed Emanuel non lo sapevano, ma quello chera esploso in aria era l’aereo presidenziale. Pochi minuti prima della mezzanotte di quel mercoledì 6 aprile 1994 due missili Sam-7 avevano abbattuto un aereo ed ucciso il presidente del Rwanda e il suo omologo burundese. Quella notte iniziava il genocidio. Quella notte si apriva la strada che in soli quattro mesi avrebbe portato alla morte di 800mila persone in tutto il Paese. Quella notte si decise che l’inferno era arrivato”. È con queste parole che Roberto Mauri, nel suo libro Rwanda, la notte delle stelle cadute‘, inizia il racconto di quello che è stato uno degli episodi più drammatici della nostra contemporaneità.

Venticinque anni fa oggi, nel piccolo Paese della Regione dei Grandi Laghi, il Rwanda, incominciava quello che la storiografia ci ha tramandato come il ”genocidio del Rwanda”, un massacro di oltre 800mila persone (oltre un milione secondo le stime del governo di Kigali) avvenuto tra l’aprile del 1994 e il luglio dello stesso anno.

Un quarto di secolo è trascorso da quando nel cuore del continente africano si perpetrava un massacro di uomini, donne e bambini. Odio etnico, pianificazione meticolosa e complicità internazionali hanno prodotto uno dei massimi orrori contemporanei e oggi, per evitare che l’anniversario sia solo una compunta celebrazione di un avvenimento che riteniamo ormai consegnato alle pagine della storia, occorre ripercorre gli eventi più salienti di quei mesi di sangue e terrore, occorre provare a riavvolgere il rocchetto della storia e immergersi di nuovo nell’inferno; per riviverlo, per sentirsi continuamente minacciati da quel Male, per evitare che la retorica e le date lo confinino nel ”ciò che è stato”, per esserne continuamente terrorizzati.

I prodromi del genocidio del Rwanda vanno ricercati a partire dalla fine degli anni Cinquanta quando nel Paese delle Mille Colline nasce il partito Parmehutu, che pubblica il ”Manifesto dei Bahutu” e dà vita ad una serie di attacchi contro la minoranza tutsi.

Il partito razzista, rappresentanza della popolazione hutu (la popolazione del Rwanda è composta per l’84% da hutu, il 15% sono tutsi e l’1% twa), nel 1960 abbatte la monarchia, proclama presidente della Repubblica Gregoire Kayibanda e questi instaura un regime razzista che da subito avvia persecuzioni e attacchi contro le comunità tutsi.

E anche con il regime di Juvénal Habyarimana, che prende potere con un colpo di stato nel ’73, discriminazioni e attacchi su base etnica continuano. In Uganda intanto i profughi tutsi ruandesi capeggiati da Paul Kagame e Fred Rwigyema danno vita al Fronte Patriottico Ruandese, un movimento ribelle che ha l’obiettivo, anche facendo ricorso alla guerriglia, di permettere il rientro in patria degli sfollati tutsi.

Ma mentre gli scontri tra regolari e insorti lasciano sul terreno morti e feriti sul Rwanda sta per abbattersi una terribile crisi economica: la scintilla che darà fuoco alla polveriera del genocidio. La guerra civile infiamma la nazione e l’aumento demografico mette in ginocchio il Paese che non ha abbastanza risorse per provvedere al fabbisogno dei suoi cittadini.

Il governo belga prima, e quello francese poi, danno il proprio supporto all’esecutivo di Habyarimana e il 4 agosto del 1993, grazie alla mediazione di Bruxelles, vengono siglati agli accordi di Arusha che prevedono il rientro di tutti i profughi tutsi e una spartizione del potere tra il partito hutu e l’Fpr e sempre Burxelles decide di inviare entro la fine dell’anno un contingente di 450 caschi blu. Ma la spartizione e la condivisione del potere non viene accettata dal cerchio magico di Habyarimana e dallo zoccolo duro dell’hutu power e così iniziano ad essere importati machete dalla Cina, vengono create milizie paramilitari, gli interahamwe, vengono stilate liste contenenti i nomi dei tutsi da uccidere, ”Radio Machete” e ”Radio des Miles Colines” diffondono messaggi che invitano a massacrare gli ”scarafaggi tutsi”.

Poi la notte del 6 aprile: l’aereo con a bordo il presidente del Ruanda Juvénal Habyarimana e l’omologo burundese Cyprien Ntaryamira viene abbattuto mentre sta per atterrare sulla pista di Kigali, immediatamente nascono spontanei posti di blocco in tutta la città: il genocidio ha inizio.

La notte avvolge Kigali, ma è un’oscurità abbagliata dalle raffiche di kalashnikov, dai fuochi degli incendi e affogata dal rosso del sangue delle vittime. I principali politici tutsi vengono assassinati, il premier Agathe Uwilingyimana, leader di un partito hutu d’opposizione, viene prelevata dalla sua abitazione e, dopo essere stata stuprata e seviziata, viene uccisa e come lei altri hutu moderati che si oppongono alla carneficina (i dati dicono che il 20% delle vittime del genocidio furono hutu moderati che dagli estremisti vennero considerati alla stregua di traditori).

L’inferno ha inizio, passano i giorni, le settimane, i mesi, il Paese è una piaga di morte e violenza dove non c’è rifugio. Pure le chiese divengono il proscenio di massacri, stupri ed esecuzioni a colpi di machete e mazze chiodate. L’Onu intanto ritira i caschi blu, lasciando il generale Romeo Dallaire, che invoca disperatamente supporto, solo con uno sparuto contingente di soldati. Gli americani, ancora scottati dall’esperienza somala non muovono un dito e la Francia, che aveva inviato armi e addestrato le Forces Armées Rwandaises, diviene invece complice pianificando l’Operation Turquoise.

È giugno, i morti, i feriti, gli sfollati non si contano più e l’Eliseo decide di creare una zona sicura al confine con lo Zaire. In realtà la safe-zone, diviene la nuova roccaforte dei genocidiari hutu che installano la nuova stazione di ”Radio des Milles Collines”, lo strumento con cui viene coordinato il massacro, perpetrano stragi e poi quando la guerra sta volgendo al termine utilizzano quella zona cuscinetto voluta, creata e presidiata dai militari francesi, per riparare nel vicino Zaire di Mobutu.

L’incubo volge al termine quando il 4 luglio Kagame, alla testa dei ribelli dell’Fpr, entra in Kigali e il 16 luglio il conflitto viene definitivamente considerato concluso. 25 anni sono passati da quando il Male ha deciso di travolgere il Paese africano e oggi, a un quarto di secolo da quell’orrore, che cosa dobbiamo fare per evitare che questa data, il 6 aprile, sia solo un anniversario da commemorare con compunzione e da consegnare poi con pilatesca remissione alle pagine della storia?

Innanzitutto quello che non si è fatto venticinque anni, ovvero ascoltare le parole di Romeo Dallaire, il generale canadese dei caschi blu, uno degli occidentali che più si è dato da fare per impedire il genocidio e una delle persone che più ha patito le conseguenze di quell’inferno perché ha dovuto assistere impotente a un orrore che avrebbe potuto impedire se solo i suoi capi, i vertici delle Nazioni Unite, avessero ascoltato le sue richieste. Dieci anni fa durante un’intervista, il generale Dallaire dichiarò in merito a quella tragica catastrofe: ”Ci vorrà molto tempo prima che non ci siano più conflitti dovuti alle differenze etniche, religiose, economiche. E nel frattempo milioni di persone moriranno e soffriranno. Ma la strada dei diritti umani sta avanzando. Dovremo imparare sempre più ad assistere coloro che sono in pericolo, come accade nel Darfur. E questo accadrà. Ma le lezioni si imparano lentamente. Dobbiamo lavorare nel lungo termine e non accontentarci mai dei risultati nel breve periodo”. Venticinque anni fa le sue grida non furono ascoltate e vennero soffocate dal silenzio. Oggi più che mai è il momento invece di stare in silenzio ed ascoltare.