Sono le 2 di notte del 17 maggio a Kinshasa. Kin, come la chiamano i cittadini della capitale della Repubblica democratica del Congo, è avvolta dalle tenebre, dall’umidità e da quell’odore onnipresente di vita, frenesia, miseria e violenza che non l’abbandona nemmeno quando cala l’oscurità.

È il 17 maggio, ventesimo anniversario della caduta di Mobutu ”il Leopardo”, l’ex dittatore congoloese che aveva fatto di quello che ai suoi tempi si chiamava Zaire, il possedimento personale che lui e il suo cerchio magico depredavano di ogni ricchezza a discapito di una popolazione che invece viveva sottomessa a un regime di miseria e repressione.

Ma a 20 anni di distanza, in Congo, la realtà non è cambiata da quando il caudillo con occhiali e fez di leopardo fuggì dal Paese. Non è stato, il 17 maggio di vent’anni fa, un 14 luglio in chiave africana, ma piuttosto un passaggio di testimone, un cambio di autocrati al timone: dal regime di Mobutu si passò a quello di Kabila padre prima a Kabila figlio poi e così il Paese continua a essere oggi un terra in balia di guerriglie e bande armate, di miseria e corruzione.

È per questo che a Kinshasa, la notte del 17 maggio, ci sono soltanto 60 poliziotti a sorvegliare il carcere di massima sicurezza di Makala. Dovrebbe esserci un intero battaglione di uomini della PIR (Police d’intervention rapide), tra i 700 e i 1200 uomini, ma invece ce ne sono solo alcune decine, gli altri, come dichiarerà giorni dopo un alto funzionario congolese ”siccome non ricevono una paga e una razione di cibo dignitosa, abbandonano il loro turno di guardia per taglieggiare i civili approfittando dell’oscurità”.

Nel penitenziario sono accolti 8200 detenuti, sia delinquenti comuni che leader di gruppi armati, come Ne Muanda Nsemi, il capo della setta Bundu dia Kongo che dagli anni ottanta combatte per la formazione di un regno indipendente dal potere centrale e che negli ultimi mesi ha invitato i suoi a ribellarsi contro il potere di Kabila e per questo è stato arrestato. E sono proprio i suoi uomini, i Makesa (combattenti in lingua kikongo), a rompere la quiete della notte di Kinshasa, alle 2 del 17 maggio.

Un centinaio di uomini avanzano silenziosi, alcuni impugnano Ak47 altri machete e spranghe. I ribelli si appostano intorno al perimetro del carcere, e al segnale convenuto sono i soldati armati di fucili automatici a prendere l’iniziativa. Aprono il fuoco e iniziano a sventagliare raffiche di colpi contro i soldati appostati sulle torrette di guardia del carcere. I militari provano a rispondere, ma nonostante dispongano di mitragliatrici e armi migliori rispetto ai kalashnikov dei miliziani, dopo una formale resistenza si danno alla fuga o si nascondono. Ecco che gli assalitori allora dapprima prendono controllo delle torri di guardia poi, intorno alle 3.30, danno fuoco ai mezzi parcheggiati all’esterno del carcere e mentre alcuni coprono i compagni d’armi tenendo sotto tiro e sotto scacco il quartiere, altri riescono ad aprire il cancello principale.

Due guardie vengono uccise con i machete e intanto i Makesa si dividono in due gruppi e iniziano a portare il loro attacco verso i padiglioni in cui sono rinchiusi i prigionieri. ”Nous sommes venus vous libérer”, noi siamo venuti a liberarvi, gridano gli uomini di Ne Muanda Nsemi che aprono le celle e iniziano a far fuggire i detenuti. Scappano tutti: minori, donne, anziani, detenuti politici e criminali locali. Viene appiccato il fuoco nel penitenziario e un grido squarcia la notte congolese: ”Kabila akufi, Kabila akufi!”. ”Kabila è morto!”. Gli evasi pensano che sia morto il leader del Paese, che il 17 maggio sia tornato per permettere al popolo congolese di saldare i debiti con la sua storia recente, come se una nazione intera avesse un conto in sospeso con quella data, traditrice dei sogni, tedofora di finte speranza. C’è euforia, c’è voglia di vendetta, quella rivalsa che incendia l’anima, che fa vivere l’istante come se fosse per sempre, come se il presente offrisse in sacrificio il passato. I prigionieri politici, finiti nel carcere per essersi opposti a Kabila, credono in quel grido, ma l’illusione che un nuovo vento si sia sollevato sulle foreste del Congo dura poco. Alle 5 del mattino arriva un contingente di soldati proveniente dal campo militare di Kokolo, ritorna la calma e i primi evasi vengono ricondotti in carcere.

Kabila non è morto, è saldo al potere di una nazione alla deriva che ora vanta un altro primato: quello di aver ospitato la più grande evasione della storia del continente africano. I fuggitivi alla fine sono oltre 5000, compreso il capo dei Makesa Ne Muanda Nsemi e le falle del sistema di sicurezza e governativo congolese sono messe a nudo, i punti interrogativi non trovano risposta e ad oggi il solo che ha pagato per ciò che è avvenuto è Thaddée Kabisa, il direttore del penitenziario, che è stato licenziato all’indomani dell’episodio, ma intanto la situazione della sicurezza rimane precaria, e apparentemente irrisolvibile, non solo a Kinshasa ma in tutto il Paese che oggi sta ascoltando l’eco di nuovi venti di guerra che provengono dalle regioni orientali.

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