Nelle cancellerie internazionali si fa fatica a chiamarla guerra. Ma quella scoppiata in Sudan alcune settimane fa altro non è che una nuova guerra interna al continente africano. Ci sono due parti contrapposte che si sparano a vicenda e che hanno, nelle proprie disponibilità, armi e militari. E che, soprattutto, si contendono il controllo del territorio. A Khartoum, così come in altre aree del Paese.

Come ogni guerra, anche quella sudanese rischia di avere importanti implicazioni internazionali. Del resto, il Sudan è una vera e propria cerniera tra mondo arabo e subsahariano, tra Magreb e Corno d’Africa, tra Sahara e Mar Rosso. L’implosione del Sudan potrebbe coincidere con la deflagrazione di tutte le aree circostanti. Elemento preoccupante per l’Europa e per l’Italia in particolar modo.

Il collegamento tra la crisi sudanese e il dossier libico

La prima area a subire potenziali gravi conseguenze dal conflitto in Sudan è quella libica. Il perchĂ© è determinato dall’interessamento nella guerra sia dell’Egitto che del generale libico Khalifa Haftar. Quest’ultimo controlla la Cirenaica con il suo Libyan National Army ed è appoggiato da quasi un decennio dal presidente egiziano Al Sisi. Un’alleanza, quella tra i due, giudicata solida e guidata dalla necessitĂ  dell’Egitto di vedere una situazione sostanzialmente stabile lungo i propri confini occidentali.

Ma Haftar è anche appoggiato dai mercenari sudanesi. Si tratta di combattenti il cui apporto è fondamentale per aiutare il generale nel controllo del Sahara libico. Gran parte dei mercenari sudanesi appartengono alle forze di Hemeti Dagalo, ossia l’uomo forte del Sudan e colui che ha dato inizio ai combattimenti a Khartoum. Ex janjaweed, miliziani arabofoni che durante la guerra nel Darfur si sono macchiati di gravi eccedi contro le popolazioni fur, Dagalo si è visto nel 2013 consegnare il comando delle Forze di Supporto Rapido (Rsf) dall’allora presidente Al Bashir. In tal modo ha iniziato a guidare una milizia paramilitare molto autonoma rispetto all’esercito regolare sudanese.

Forze di evacuazione tedesche in azione in Sudan Foto: EPA/FILIP SINGER

Ha così stretto accordi con emiratini, russi e ha offerto il proprio supporto ad Haftar. La guerra scoppiata in Sudan è nata dal tentativo di Dagalo di detronizzare il governo di Khartoum retto dai militari guidati dal generale Al Burhan. Un golpe fallito trasformatosi in un conflitto armato contro i soldati regolari. L’Egitto, dal canto suo, si è mosso a sostegno di Al Burhan. A dimostrarlo, tra le altre cose, la presenza di soldati egiziani in Sudan tratti in arresto e poi rilasciati dalle forze di Dagalo all’inizio della guerra. Haftar e Al Sisi sono quindi su due fronti opposti. Ed è la prima volta che questo accade.

Al Araby, come sottolineato su AgenziaNova, ha riportato di un incontro avvenuto a Bengasi nei giorni scorsi tra emissari egiziani e lo stesso Haftar. Gli uomini di Al Sisi hanno avvisato il generale di non prestare alcun aiuto alle Rsf. Inoltre, avrebbero espresso preoccupazione per un eventuale intervento di Haftar in Sudan. L’uomo forte della Cirenaica, stando sempre alle indiscrezioni della stampa araba, avrebbe offerto rassicurazioni agli egiziani. Ma a Il Cairo non si fidano. I servizi segreti di Al Sisi sono a conoscenza di movimenti di mezzi della Wagner, impegnati a sostenere Haftar in Libia, verso il Sudan. Informazioni condivise e girate agli Usa e ai Paesi occidentali. Segno di una preoccupazione che potrebbe dar vita a una clamorosa svolta in Libia. Dopo quasi un decennio, l’alleanza tra Haftar e l’Egitto potrebbe svanire o quantomeno essere messa in discussione.

L’effetto domino nel Sahel

Ma le conseguenze non si fermerebbero solo alla Libia. I combattimenti stanno causando una profonda crisi umanitaria in tutto il Sudan. Un’economia giĂ  a pezzi quella del Paese africano, a cui adesso la guerra sta dando un irreparabile colpo di grazia. A Khartoum molti ospedali sono chiusi o danneggiati, scarseggiano gli aiuti internazionali, acqua e cibo non sono alla portata di migliaia di persone. E così l’unica ancora di salvezza è data dalla fuga verso i Paesi vicini. L’Egitto ha registrato almeno 16mila accessi dalla propria frontiera dall’inizio del conflitto, ma tanti altri stanno raggiungendo il confine. Sono almeno ventimila invece le persone che sono scappate in Ciad. Almeno stando ai dati ufficiali delle Nazioni Unite. In molti potrebbero aver oltrepassato la frontiera senza essere registrati.

Il Cairo è alle prese al proprio interno con una grave crisi economica. Sopportare il peso della pressione migratoria dal Sudan rischia di aggravare la situazione. Ma gli occhi in tal senso sono puntati soprattutto sul Ciad. Il Paese da anni ospita 400mila rifugiati sudanesi, arrivati negli anni del conflitto del Darfur. L’afflusso massiccio di migranti potrebbe ora far collassare la situazione economica e sociale. A lanciare l’allarme nei giorni scorsi è stato il direttore del programma alimentare in Ciad, Pierre Honorat. Nelle prossime settimane potrebbero mancare cibo e medicine per i profughi e per la stessa popolazione ciadiana. Il governo di N’Djamena non è in grado di far fronte alla situazione. Il rischio concreto è quello di assistere al crollo del Ciad, a sua volta in grado di destabilizzare l’intera area del Sahel.

I rischi per l’Italia

Ovviamente quanto sta accadendo in questa regione rischia di avere un impatto pesante sull’Europa e sul nostro Paese. L’intreccio tra dossier libico e sudanese, unita alla pressione migratoria capace di far collassare il Sahel, per Roma significa vivere con un doppio spettro: quello di una destabilizzazione della Libia e quello di una maggior flusso migratorio. Un flusso generato direttamente dal Sudan oppure spinto dalle difficoltĂ  dei Paesi del Sahel e della stessa Libia di far fronte all’emergenza.

Guai quindi a sottovalutare il conflitto nel Sudan e a considerarlo come mera guerra tra bande. Si tratta di una guerra civile vera e propria, capace di incidere molto negativamente su un’area strategica e vitale anche per i nostri interessi nazionali.

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