La vasta area che va da Aleppo ovest, attraversando la provincia di Idlib, fino a raggiungere il confine turco, è ancora pesantemente infestata da gruppi jihadisti e per il governo siriano risulterà fondamentale ripulirla da tali presenze per poter poi procedere con la riunificazione del Paese.

Non a caso, il presidente siriano Bashar al-Assad e il Minstro della Difesa russo Sergei Shoigu si sono recentemente incontrati per discutere alcuni dettagli degli ultimi accordi russo-turchi siglati a inizio marzo e le continue violazioni messe in atto dai vari gruppi jihadisti presenti sul territorio. Uno dei nodi fondamentali discussi è la rimozione di questi gruppi che continuano ad operare lungo l’autostrada M4 che collega Latakia ad Aleppo.

Accordo temporaneo e sostegno turco agli islamisti

Gli accordi siglati a Mosca lo scorso 5 marzo, oltre alla tregua, prevedono pattugliamenti congiunti russo-turchi, con la creazione di una zona di sicurezza che si estende per sei chilometri a nord e a sud dell’autostrada M4, ma per Assad l’obiettivo primario continua ad essere la riconquista di Idlib e la riunificazione territoriale sotto Damasco. Gli accordi in questione possono essere dunque considerati soltanto una fase temporanea dalla durata incerta, visto che se da una parte Assad punta a riconquistare Idlib, dall’altra la Turchia non sembra assolutamente intenzionata a lasciare quel pezzo di territorio siriano che sta occupando militarmente.

In teoria, Ankara dovrebbe occuparsi di disarmare i jihadisti e di separarli dai cosiddetti “ribelli moderati” anti-Assad, ammesso che quest’ultimo termine abbia alcun senso. Il cessate il fuoco di inizio marzo veniva concordato in seguito a settimane di violenti scontri tra esercito governativo siriano (sostenuto da Mosca) e gruppi jihadisti affiancati dai militari turchi, specificatamente nella provincia di Idlib, ultima roccaforte in mano agli islamisti.

A fine febbraio era emerso un filmato sul web che mostrava militari turchi in radunata al grido “allahu akbar” assieme a jihadisti dalle lunghe barbe, poco prima dell’ennesima offensiva contro l’esercito governativo siriano nella zona di Idlib. Un episodio che andava a sommarsi al bombardamento siriano contro postazioni jihadiste che aveva però causato la morte di 36 militari turchi e che aveva fatto emergere un quesito più che lecito: cosa ci facevano i soldati di Ankara assieme ai tagliagole? Una domanda retorica, visto che il legame tra Ankara e gruppi islamisti è nota da tempo, fin da quando i jihadisti dell’Isis venivano curati negli ospedali turchi.

A inizio febbraio, fonti curde avevano addirittura denunciato come Ankara avesse rifornito i jihadisti con uniformi dell’esercito turco, dopo averli addestrati oltre-confine. Sempre secondo i curdi, le torrette di osservazione attorno la città di Saraqib (poi abbandonate) avevano l’obiettivo di fermare l’avanzata dell’esercito governativo e non quella di monitorare i gruppi jihadisti. A inizio marzo il Ministero della Difesa russo aveva inoltre dichiarato che le postazioni di osservazione turche si erano fuse con le basi dei terroristi a Idlib e indicando anche la presenza nell’area del leader dei qaedisti di Hayyat Tahrir al-Sham, Abu Mohammed al-Julani.

Un vespaio di jihadisti

Non è difficile immaginare che al-Julani sia nascosto da qualche parte nella zona di Idlib, del resto tutta quell’area che da Aleppo va verso verso ovest e sud’ovest fino al confine turco è un vero e proprio vespaio di jihadisti, gli ultimi rimasti dopo l’offensiva russo-siriana che ha dilaniato Isis e altri gruppi islamisti.

Basta pensare che già nell’ottobre del 2017 fonti russe indicavano in Idlib la base del gruppo Ajnad al-Kavkaz, composto in prevalenza da jihadisti provenienti dal Caucaso, una presenza segnalata anche nell’agosto del 2019 con circa 200 uomini; plausibilmente l’ultimo bastione di un contingente composto da migliaia di jihadisti ceceni, daghestani e ingusci, poi decimati dall’offensiva russo-siriana.

Nell’ottobre del 2019 il leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, veniva ucciso in un raid statunitense a Barisha, 25 chilometri a nord di Idlib, 40 chilometri a ovest di Aleppo e a soli cinque dal confine turco. Curioso come il leader jihadista più ricercato al mondo avesse lasciato i territori iracheni per rifugiarsi proprio lì.

Un mese dopo ad Atimah, villaggio situato nord di Barisha e a pochi chilometri dal confine turco, veniva invece eliminato Abu Ahmed al-Muhajir, leader locale del gruppo qaedista Hayyat Tahrir al-Sham.

A febbraio 2020 nella zona di Saraqeb veniva segnalata la presenza di Ali Jaber Pasha, leader del gruppo jihadista Ahrar al-Sham. Un mese dopo a Jish al-Shugur, veniva eliminato Ala Umad Abu Ahmed, a capo della brigata “Abbas” di Ahrar al-Sham. Nel contempo, l’esercito governativo siriano scopriva ad Aleppo ovest il quartier generale di Hayyat Tahrir al-Sham, con tanto di trincee e tunnel di collegamento verso le zone limitrofe.

Come se non bastasse, a febbraio il canale France24 intervistava l’esperto in reti jihadiste, Wassim Nasr, il quale rendeva noto come vi fossero anche jihadisti francesi a Idlib, capitanati dal reclutatore Omar Omsen, leader del gruppo Furkat al-Ghuraba e noto per aver giustificato l’attentato a Charlie Hebdo. Questi sono solo alcuni dei casi noti che non possono non lasciar emergere una serie di quesiti e riflessioni, non solo sulla presenza così folta di taglia-gole nella zona, ma anche per quanto riguarda la massiccia presenza militare turca.