Quel che non torna nella fuga degli studiosi di Limes

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Guerra, Politica /

Le mappe di Limes hanno sempre funzionato come dispositivo narrativo. Molti di noi hanno in mente quella di Caoslandia vs Ordolandia, di qualche anno fa, con il perimetro del disordine che racchiudeva i conflitti non sedati dall’altro mondo, quello liberista in crisi d’identità. Ma io penso pure all’immagine dell’Ucraina appena invasa, con una colorazione audace che naturalizzava annessioni e zone grigie, raffigurava un’Ucraina “divisa per natura”, con l’Est antropologicamente più vicino a Mosca, e l’inserimento di elementi simbolici e testosteronici (“terra sacra”, “zona di alienazione nucleare”) che non spiegavano ma suggestionavano.

Un’operazione quasi psicopolitica, per parlare a un pubblico né di destra, né di sinistra, che su quella guerra voleva farsi raccontare una storia diversa da quella prodotta dai media mainstream. Perché Limes non si limita a informare: seduce un pubblico stanco dell’idealismo post-1989 offrendo una visione del mondo fondata su potenza, confini e un non troppo velato cinismo, in cui i proclami progressisti sono ridicolizzati, e relegati a un rumore di fondo.

E che dire di Dario Fabbri, diventato uno dei volti più noti della geopolitica italiana nonostante – o forse proprio perché – pochi sembrino capire davvero il nucleo del suo pensiero? Il giornalista passato da Limes alla ribalta televisiva durante la guerra in Ucraina ha costruito una visione dei rapporti tra Stati che cerca dentro ogni popolo una “psicologia collettiva” spiegabile come se fosse individuale. Si parla di nazioni ma sembrano bio lette su Tinder – conflittuali, guidate da insicurezze e aspirazioni di gloria, e queste caratteristiche profonde spiegherebbero più degli interessi economici il perché delle guerre.

Carismatico e asservivo, capace di trasformare idee complesse in narrazioni affabulatorie, Fabbri riflette lo stile della rivista che l’aveva lanciato: carismatico e assertivo. Diventando, come ha scritto Alessandro Lolli, un “esperto senza opposizione”, per cui molte delle sue affermazioni vanno ascoltate, ma raramente discusse o criticate davvero.

Delegittimazione e categorie grossolane

Questo per dire che il qui scrivente può vantare un badge di puntacazzista con Limes, e della religione geopolitica di cui si è fatto chiesa, da almeno un lustro. Proprio per questo, penso di avere le carte in regola per dire che la storia delle fuoriuscite di questi giorni è strana, e forse persino sospetta.

L’addio di Federigo Argentieri, Franz Gustincich e Giorgio Arfaras alla rivista di Lucio Caracciolo è stato amplificato in modo piuttosto sospetto in alcuni ambienti politici, soprattutto in quelli più massimalisti e intransigenti sulla resistenza ucraina: “Bisogna fare scelte chiare, senza ambiguità sull’Ucraina”, è la sintesi dei disconoscimenti. Un po’ tardiva, in verità. Se Limes è troppo stile Kyiv, è così da vent’anni, e dal 2022 almeno pubblica sistematicamente mappe con la Crimea colorata come Russia. Se il problema è l’avvelenamento del pubblico, perché ribellarsi solo ora?

È utile riconoscere i problemi di metodo, linguaggio e impostazione di Limes, ma è corretto liquidare come “complottista” in direzione filorussa o euroscettica un’intera comunità di studiosi? Lo fa Nona Mikhelidze, politologa georgiana dell’Istituto Affari Internazionali, presenza assidua in Tv, che ha accusato più volte “il giornale di geopolitica più venduto del Paese” di aver “distrutto intere generazioni di studenti” con una visione cospirazionista.

Un’accusa, peraltro, rivolta anche dai segmenti terzopolisti liberali a Caracciolo e sodali, che ignora però le responsabilità e gli errori marchiani del campo euro-atlantico nel dibattito pubblico, e trasforma una critica politica in una delegittimazione indiscriminata. Soprattutto se dall’altro lato si usano, come fanno Mikhelidze e tanti altri hater di Limes, categorie altrettanto grossolane come “impero del male” o “colonizzazione” per descrivere l’Urss e la sua storia.

Ma prendiamo anche l’ex capo di Stato Maggiore Vincenzo Camporini, che giorni fa ha scaricato Caracciolo per “incompatibilità con la linea di mancato sostegno al principio di diritto internazionale” riguardo all’aggressione russa in Ucraina: poco più di un anno fa, lo stesso Camporini aveva detto, ospite della Federazione delle Associazioni Italia-Israele a Roma – di fatto appiattita su Netanyahu – che “le procedure, gli atti compiuti, i provvedimenti correttivi e la gestione degli incidenti da parte dell’esercito israeliano a Gaza rispondono a criteri condivisibili, tipici delle democrazie occidentali“. Se i vertici dello Stato ebraico fossero sanzionati dalle corti penali internazionali, spiegava Camporini, questo provocherebbe “un danno alle forze armate dell’Occidente“.

E un anno prima ancora, Camporini aveva detto, in un’intervista a Start Mag, che se a Gaza c’erano danni collaterali, “la colpa è di chi ha impedito l’evacuazione dei civili preferendo usarli come scudi umani“. “Sento molti commentatori denunciare addirittura i crimini contro l’umanità di Israele“, aveva aggiunto l’ex militare, spiegando che “non esiste un codice delle cose che possono o non possono essere fatte. Esistono caso mai delle convenzioni largamente interpretabili… Sento dire che la risposta di Israele non è proporzionata al danno subito. Ma il concetto di proporzionalità nell’ambito delle operazioni militari non è riferito a quello che si è subito, bensì a quello che si vuole conseguire”.

Un altro dei fuoriusciti, Federigo Argentieri, si è confidato due giorni fa a Giorgio Rutelli di Adnkronos lamentandosi che nel 2014, anziché dare spazio al libro che lui aveva curato sulla carestia staliniana, Limes pubblicava L’autobus di Stalin di Antonio Pennacchi, “un’orrenda apologia cinica del dittatore, mascherata da allegoria grottesca”.

I sepolcri imbiancati

E se Limes ha un problema di metodo, di gergo cinico compiaciuto e di crudele ironia su Kyiv, lo stesso Argentieri, membro di Sinistra per Israele, su Facebook produceva settimane fa analisi di questo tipo a proposito di Gaza, sulle “similitudini tra Russia e Hamas che, fatte le debite proporzioni, appaiono assai numerose: sterminio indiscriminato di civili, stupri, mutilazioni anche di cadaverisequestro di minoriregime dittatoriale spietato… maxi rivoltamento della frittata, ovvero accuse di ‘nazzismo‘ e ‘ggenoscidio‘ (la versione romanesca rende meglio l’infondatezza) a coloro che si sono aggrediti… colossale ‘cojonamento‘ mediatico dell’Occidente…”.

Insomma, con molte accuse che appaiono selettive e strumentali, c’entra davvero il diritto internazionale in questa storia dai tanti, troppi sepolcri imbiancati?

Fatta salva la legittimità delle riserve sulla galassia caraccioliana, diciamo: queste dimissioni eccellenti, amplificate con grancassa, non ci sembrano un semplice dissenso editoriale, bensì un caso anomalo e politicamente rivelatore. Che coincide con la crisi più ampia del gruppo Gedi, di Repubblica (di cui Caracciolo resta un opinionista abituale, con grosse proteste di alcuni think tank ultra-atlantisti) e di tutto il panorama mediatico attraversato dalla famiglia Agnelli.

Abbiamo il sospetto che nel riassetto di questo mondo, con un misterioso armatore greco che deve decidere se, insieme a Repubblica, accollarsi anche una rivista politicamente indecifrabile, questa operazione sia stata pensata anche per far percepire al nuovo compratore un rischio di discredito presso alcuni ambienti. Questo non vuol dire assolvere Limes dai suoi limiti, ma tener conto del clima politico-mediatico in cui il dissenso sulla guerra diventa sempre più difficile da collocare senza pagare un prezzo.