Nel 2019, nelle acque territoriali della Cina, sono stati rinvenuti alcuni droni spia realizzati da Paesi stranieri. Secondo quanto riportato dalla Bbc, nell’anno appena consegnato agli archivi, undici pescatori cinesi hanno trovato ben sette strani dispositivi impigliati nella loro rete. Non erano pesci. Erano sette apparecchi subacquei e perfettamente funzionanti, creati ad hoc da qualcuno per captare informazioni preziose.

Pochi giorni fa, come accade ormai annualmente dal 2016, i fortunati pescatori sono stati premiati dal governo nel corso di una cerimonia con ricompense enormi, da 72mila a 55mila dollari, cioè 17 volte il reddito medio cinese. Per l’occasione i media hanno preparato titoli trionfali: “La Cina premia i pescatori che hanno trovato i dispositivi spia stranieri”.

Non è la prima volta che i pescatori del Jiangsu, il nome della provincia orientale cinese dove è avvenuto l’ultimo ritrovamento, si sono imbattuti in droni spia. Nel 2018, 18 uomini sono stati premiati per aver rinvenuto nove dispositivi. La Cina non ha mai rivelato da dove provenissero quegli apparecchi, e non lo ha fatto neppure quest’anno.

Informazioni preziose

A questo punto è lecito farsi delle domande: da dove vengono le spie sottomarine? Chi le ha mandate e cosa fanno? Pechino si è limitato a dire che “sono stati fabbricati in altri Paesi”.

Secondo alcuni esperti si tratterebbe di droni che potrebbero avere a che fare con la Marina degli Stati Uniti, le forze di autodifesa del Giappone o Taiwan. Le tre ipotesi non sono state partorite a caso: lo Jiangsu si affaccia su Giappone e Corea del Sud, in un’area geografica ricca di rivalità a causa della limitrofa presenza stabile di soldati statunitensi. Ricordiamo infatti che Tokyo e Seul sono i principali alleati di Washington, spesso utilizzati dalla Casa Bianca per contenere l’ascesa della Cina.

Gli apparecchi non vengono visualizzati dai radar, e ciò spinge a ritenere che possano essere gestiti da qualcuno situato nei paraggi. In tal caso, è probabile che il loro ruolo sia quello di raccogliere informazioni, fra cui la misurazione della profondità dei fondali, della salinità delle acque e delle correnti. Dati che all’apparenza potrebbero risultare inutili, ma che in caso di un ipotetico conflitto nel Mar Cinese risulterebbero fondamentali per organizzare un’adeguata strategia militare.

Come sono utilizzati i droni spia subacquei

In cima alla lista dei colpevoli troviamo i sottomarini americani con sede a Pearl Harbor. Sono gli stessi che frequentemente fanno tappa nei porti di Guam, Corea del Sud e Giappone e che conoscono bene quell’area così turbolenta.

Le coste orientali non sono tuttavia l’unica zona in cui la Cina ha rinvenuto droni spia. Nel 2012, nei pressi dell’isola di Hainan, nel Mar Cinese Meridionale, un peschereccio ha scoperto un drone a forma di siluro. Era in titanio e dotato di comunicazioni satellitari e telecamere. Nel 2016, inoltre, Pechino ha sequestrato un drone sottomarino appartenente alla nave da ricognizione oceanografica della Marina degli Stati Uniti, Usns Bowditch.

Ad alimentare i sospetti che i droni rinvenuti annualmente nelle acque cinesi possano appartenere agli Stati Uniti possiamo citare un piano varato nel 2009 proprio dalla Marina Usa dedicato alla sponsorizzazione della ricerca sui droni sottomarini.

Quella ricerca ha suggerito sette funzionalità collegate all’utilizzo dei “veicoli sottomarini senza pilota (Uuv), tra cui il tracciamento di sottomarini avversari, la ricerca di mine nemiche subacque in acque straniere e il monitoraggio di infrastrutture sottomarine (come ad esempio cavi di comunicazione).

In ogni caso la Cina ha iniziato a prendere le adeguate misure su come prevenire e scovare ospiti inattesi nelle proprie acque territoriali. Come se non bastasse, è bene ribadire che molti pescatori cinesi fanno parte (o hanno fatto aprte) dell’esercito e per questo motivo sono a conoscenza dei principi basilari che regolano i droni spia. Gli Stati Uniti – o chi per loro – sono avvertiti.

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