La geopolitica della corsa allo spazio
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Sui crimini di guerra russi in Ucraina è stato scritto molto e, in epoca social, si è visto anche di più. Se poi decidiamo di parlare di Bucha, il terreno diventa davvero impervio. L’unica cosa certa, in questo caso, è l’estrema incertezza nello schierarsi da una parte o dall’altra, cioè dalla parte di quelli che gridano al massacro indiscriminato di civili inermi e da quella di chi, più o meno cautamente, si pone delle domande il più delle volte legittime sulla genuinità o meno delle informazioni e delle immagini circolate poco più di un mese fa e negli ultimi giorni. Legittime non perché si voglia a prescindere pensar male o negare l’orrore di una guerra ingiustificabile (come del resto ogni guerra). Legittime perché il porsi delle domande è sempre legittimo, purché non ci sia un retroscena strumentale, naturalmente. Eppure di questi tempi, anche porsi una domanda diventa eresia. E chi ha l’ardire di farlo viene messo al muro, mediaticamente linciato come un untore della peggior specie. Guai, insomma, a utilizzare il punto interrogativo. Bisogna credere ciecamente o si è fuori dai giochi, soprattutto se si è giornalisti. Più o meno quello che è capitato a un ex corrispondente di guerra dal curriculum sterminato come Toni Capuozzo che, per l’appunto, non ha negato la presenza di cadaveri nella cittadina a nord di Kiev, ma semplicemente si è posto delle domande sulle genuinità o meno delle immagini di via Yablonsca che hanno fatto il giro del mondo, quelle in cui si vede, tra i tanti altri, il cadavere di Irina Filikina, la ciclista apparentemente centrata da un colpo di carrarmato russo mentre pedalava. E poco importa se un altro cronista di guerra come Fausto Biloslavo, in diretta televisiva e per ben due volte, abbia invitato alla cautela nel dare per buone quelle immagini. Poco importa se Biloslavo proprio non possa essere indicato come un filo-russo. Capuozzo è stato mediaticamente malmenato per aver osato l’inosabile: fare il proprio mestiere di giornalista. Forse meno famoso di Capuozzo, ma non meno giornalista è Luigi Grimaldi, oggi autore de Le Iene, che di argomenti scivolosi se ne intende. Nella sua carriera si è occupato – tanto per citarne alcuni – di casi come quello della strage del traghetto Moby Prince, dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, dell’omicidio di Garlasco e dei rifornimenti di bombe italiane in Yemen. Giorni fa, Grimaldi ha deciso di dire la sua a proposito delle immagini di Bucha con un video caricato su YouTube in cui, meticolosamente, mette in evidenza alcune incongruenze di quella che è la ricostruzione dei fatti. Per capire quali siano queste incongruenze, rimandiamo alla visione del filmato. Quello che abbiamo fatto è stato fargli alcune domande.

Su Bucha è stato scritto e commentato di tutto. Perché hai sentito la necessità di metterti al lavoro su questo video?

Per due motivi: il primo perché sono stato molto colpito da quello che hanno scritto e da quello che hanno detto non solo Capuozzo o Biloslavo, ma tanti altri collaudati reporter di guerra che sono tali non da oggi, ma dal finire degli anni ’80, gente che quando parla di guerra sa esattamente quello che dice. Il secondo perché, osservando le immagini, ascoltando le parole che accompagnavano le immagini, mi sono reso conto che qualcosa non funzionava. Poi dall’avere una sensazione e trovare un elemento di riscontro un po’ bisogna lavorarci… non è una cosa che ho fatto in modo leggero, sono stato spinto da una riflessione: se ci sono state delle messinscene e questi cadaveri sono dei morti autentici, c’è una brutta manipolazione in corso. Andare a prendere dei cadaveri per mettere in piedi delle sceneggiate non è una cosa normale, nemmeno in guerra. Nessuno nega che a Bucha ci fossero dei cadaveri, il problema è: chi li ha uccisi, in quali circostanze e per quale motivo. Strumentalizzare la morte, che in guerra non può mancare, altrimenti non sarebbe una guerra, è una cosa che mette i brividi.

Dato per assodato, quindi, che non neghi la presenza di cadaveri a Bucha, secondo te c’è un problema generale nella comunicazione mediatica? È un problema che si presenta ogni volta in situazioni simili o questo caso fa eccezione?

Mi occupo di questo genere di argomenti dalla fine degli anni ’80 e in tutta la mia vita non ho mai visto niente una cosa del genere. Il fatto che gran parte della stampa prenda qualunque informazione arrivi da una parte in conflitto – in questo caso l’Ucraina – e la riporti come se fosse un’agenzia di stampa del governo, io non l’ho mai visto. Questo è grave soprattutto per la carta stampata, dove c’è più spazio di riflessione rispetto alla televisione, che ha dei tempi tecnici diversi. Questo mia ha molto amareggiato, mi sono sentito fuori dalla categoria, nel senso che non si può fare così. Quelle poche volte in cui le testate sono andate a verificare le notizie che arrivavano – e arrivano – dal fronte, quasi mai corrispondevano completamente a come erano state dipinte dalla propaganda ucraina, che è diversa da quella russa. La propaganda ucraina, diffusa dai media italiani come se fosse roba nostra, ha uno scopo preciso: quello di “mostrificare” l’avversario per giustificare interventi economici, militari, di supporto generale oltre i limiti di quella che sarebbe la disponibilità morale e politica degli europei e degli americani. Non è una questione di poco conto. Questa teoria da terza elementare di aggrediti e aggressori non regge, chi conosce la storia degli ultimi 70 anni del nostro pianeta se ne rende conto. È di un’ingenuità mostruosa.

La tua attività giornalistica si è sempre caratterizzata per posizioni non allineate, per certi aspetti scomode…

Io non sono un giornalista alternativo, a me non interessa di niente e di nessuno quando faccio il giornalista. Non faccio l’educatore o il propagandista, a me interessa che venga raccontato o raccontare le cose senza guardare in faccia a nessuno, senza logiche di schieramento. Mi interessa banalmente che venga detta la verità.

Chi si mette contro la narrazione dei fatti – che si parli di Bucha, che si parli di Mariupol o di qualsiasi altro argomento (e torno a ricordare la tua attività sul caso di Garlasco, ma questa è un’altra storia) – viene quanto meno additato come filo-russo. Come rispondi a questa eventuale accusa?

 Mi viene da ridere. Secondo me il mondo non può essere diviso in filo-russi o filo-americani [in questo caso, filo-ucraini, ndr], ci sono delle alternative a questo modo di essere. Secondo me il vero problema, la molla che mi ha fatto iniziare a lavorare dal punto di vista tecnico su questo video, è stata la palese incongruenza di quanto raccontato e di quanto si poteva vedere nei video diffusi. E mi riferisco al carrarmato che spara sulla ciclista. Chiunque poteva vedere che la ciclista, in quelle immagini, si infilava in un conflitto a fuoco che era già in corso. Il primo carrarmato che si vede sta sparando prima che la ciclista compaia sulla linea del fuoco. Dire che è stato un omicidio deliberato, che si è sparato sulla ciclista per pura brutalità, è una vera follia. Non occorre essere filo-Putin per dire questo, basta guardare quello che viene proposto. Quello che mi fa imbestialire è che siamo arrivati a un livello di spudoratezza oltre i limiti della decenza. In generale, se si vede che “non è così”, perché tutti devono dire che “è così”? Non è accettabile. Quando proponi un prodotto informativo alle persone, stai vendendo, appunto, un prodotto. E in questo caso vendi un prodotto tarocco, sapendo che è tarocco. Dal punto di vista etico e deontologico è vergognoso, al di là dei contenuti della guerra. È un mancato rispetto nei confronti di chi legge quello che scrivi o di chi guarda quello che mandi in onda.

A questo punto sorge una domanda: perché questo filmato non l’hai proposto a Le Iene?

Perché credo che rispetto a questo genere di questioni contino le opinioni a livello personale. Sono sicuro che se glielo avessi proposto lo avrebbero accettato o quanto meno avrebbero accettato di discutere se mandarlo in onda o no, però non ho voluto coinvolgere una testata a cui tengo moltissimo in una mia battaglia.

Di quale battaglia si tratta?

Una battaglia per il giornalismo serio. Io immagino le conseguenze di questa mia presa di posizione e siccome ognuno deve rispondere personalmente delle proprie azioni, senza cercare la protezione del “fratello più grande”, ho deciso di fare per conto mio. La cosa importante del lavoro che ho fatto è che solleva una domanda e un dubbio.

Quali sarebbero?

Beh, abbiamo capito che c’è un cadavere [quello della ciclista, ndr] piazzato in una sorta di esposizione macabra. Quanti dei cadaveri che abbiamo visto esposti a Bucha hanno subìto la stessa sorte? Alcuni sicuramente erano già per terra, ma il problema è di fondo. Questa è una guerra in cui muoiono anche e soprattutto i civili perché non si guarda in faccia a nessuno o è una guerra in cui c’è un accanimento contro la popolazione civile? Non è che non cambi niente, anzi. Lo stesso problema si presenta quando si parla di fosse comuni: quando si dice “fossa comune” si sottintende non il problema del trovare un posto per seppellire molti cadaveri, ma un avvenuto massacro, come se le fosse fossero state scavate preventivamente all’uccisione di molte persone. Ho letto cose del tipo “ci sono fosse comuni con 9 mila cadaveri”. Se ognuno di questi 9 mila cadaveri ha un parente, un amico, un vicino di casa – e sono ovviamente numeri a ribasso – ci sono almeno 90 mila persone che cercano qualcuno. Non è possibile, la cosa avrebbe un’eco mille volte superiore. Questa strumentalizzazione delle parole, questo giocare sui detti e non detti, sulle falsità, è vergognosa. Non si può dire che una notizia sia falsa per partito preso, ma non si può nemmeno dare tutto per scontato.

Quale soluzione vedi a questa deriva mediatica, se di deriva si tratta?

Bisogna perdere tempo e investire per verificare e cercare il vero dove c’è, altrimenti si rende un pessimo servizio dal punto di vista dell’informazione. E la gente forma le proprie opinioni e fa le proprie scelte politiche o di schieramento in base alle informazioni. Le persone devono essere poste nelle migliori condizioni per poter fare queste scelte. E non è certo questo il modo.

Un’ultima, inevitabile domanda: pochi giorni fa il New York Times ha pubblicato un video in cui si vede una colonna di prigionieri spintonati sotto la minaccia delle armi. Prigionieri con tutta probabilità diretti verso un’esecuzione sommaria. Siamo a Bucha e questo ha infiammato ulteriormente il dibattito tra chi grida al massacro indiscriminato e chi, come te, non grida, ma cerca di analizzare. Posto che non è questo l’oggetto del tuo approfondimento, come ti poni di fronte a questo nuovo filmato?

Esatto, si tratta di due argomenti distinti. Il video della ciclista l’ho analizzato perché avevo gli elementi a disposizione. C’è un “prima”, un “durante” e un “dopo”, e questo mi ha permesso di fare il lavoro che si può vedere nel video. In questo caso, manca il contesto. Faccio un esempio, senza per questo voler sminuire la gravità della situazione, cerco solo di essere realista guardando quelle immagini: noi non sappiamo chi siano quegli uomini incolonnati; il video è girato con un telefonino, si sente l’audio delle voci di chi riprende e commenta ma non si sente rumore di spari; chi ci dice che quegli uomini non fossero dei disertori russi?

Non temi che il porsi queste domande possa apparire come una provocazione?

No, qui stiamo parlando di metodo. Il metodo giornalistico.

Non affidarsi alla pancia ma ai dati oggettivi. 

Esatto, in questo caso sono state tirate delle conclusioni in modo affrettato. Certo è che quando si spara e c’è la guerra è impossibile che non ci siano morti e azioni che rientrino nel novero delle atrocità, non si sta mettendo in dubbio questo. Per concludere, un’analisi di questo video – allo stato attuale – è impossibile. Magari il New York Times ha dell’altro materiale, non lo so. Insomma, per ora si può dire tutto e il contrario di tutto, ma di certo servirebbe un po’ di equilibrio.

 

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