Anche i libici, da qualche settimana a questa parte, sono costretti a misure restrittive per evitare il propagarsi del diffondersi del coronavirus. Bar chiusi, locali con le saracinesche abbassate, negozi senza merce esposta nelle vetrine. Non che i cittadini del Paese africano avessero tutta la libertà (e la voglia) di vivere un’esistenza normale con i rumori di una guerra sorda che infuria sempre di più, ma anche in una Tripoli coinvolta da quasi un anno dagli scontri un barbiere sotto casa aperto rappresentava una speranza. Adesso anche questo piccolo elemento di quotidianità è stato tolto e per i libici il sacrificio è forse maggiore rispetto a chi abita in altri Paesi. Per questo motivo oggi vengono visti ancora con maggior sospetti i tanti combattenti stranieri che è possibile notare in Libia, nell’ovest come nell’est. La paura è che, a fronte dei nuovi sacrifici chiesti ai libici, subentri la beffa di un’epidemia scatenata dai combattenti provenienti dall’estero.
I combattenti stranieri visti con diffidenza
Il conflitto in Libia, come si sa, coinvolge sempre più attori internazionali che hanno nel Paese non pochi interessi strategici. E ad essere inviati non sono più soltanto mezzi ed armi da consegnare al proprio alleato di turno, ma anche combattenti. In Libia sono migliaia le persone arrivate dall’estero per prendere parte agli scontri: da settembre sono presenti i contractors della società russa Wagner, che operano al fianco del generale Khalifa Haftar, mentre da dicembre stanno iniziando ad affluire sempre più mercenari mandati dalla Turchia e prelevati dalla provincia siriana di Idlib. Questi ultimi sono quasi sempre islamisti che hanno combattuto contro Assad in Siria, appoggiati anche da gruppi vicini ad Al Qaeda. Il governo di Ankara li sta arruolando adesso per dare manforte al governo guidato dal premier Fayez Al Sarraj.
I libici si chiedono come mai loro devono stare a casa, mentre nel Paese dall’estero continuano ad arrivare persone da schierare al fronte. Ufficialmente dalla Libia non si può né entrare e né uscire, gli aeroporti ed i porti sono chiusi, eppure diversi esponenti del Libyan National Army hanno mostrato le prove di voli sospetti tra Istanbul e le principali città della Tripolitania: “Trasportano anche miliziani siriani”, ha dichiarato ad Al Arabiya il capo dell’osservatorio dell’Lna, Gheith Asbaq. E secondo alcune fonti di stampa vicine all’esercito guidato dal generale della Cirenaica, a Tripoli i cittadini avrebbero iniziato a vedere come possibili “untori” i combattenti provenienti dalla Siria. Il fatto che, nel pieno di una pandemia, loro vengano ancora trasportati in una Libia ufficialmente blindata, è un elemento che insospettirebbe e non poco i tripolini. Tanto più che, come ha dichiarato il portavoce dell’Lna Ahmed Al Mismari nei giorni scorsi, lo stesso governo di Al Sarraj avrebbe arrestato alcuni combattenti islamisti accusati di non essersi messi in isolamento nonostante la loro positività al Covid-19.
Un’accusa grave, che arriva come risposta e contrattacco ad un’altra indiscrezione, questa volta lanciata proprio dal premier libico, secondo cui la Siria avrebbe inviato alcuni propri uomini per aiutare Haftar e questi potrebbero diffondere il virus tra la popolazione. Una guerra di accuse quindi, con il morbo virale sempre più al centro anche della propaganda, oltre che delle paure dei libici.
Il rischio beffa per i libici
Nella popolazione a serpeggiare però non è soltanto la paura prima descritta. C’è un altro sentimento che per adesso scuote l’animo dei libici: è quello della beffa. Il timore è che non solo i combattenti stranieri, a prescindere dal loro schieramento, uccidano propri connazionali e contribuiscano a portare la guerra ma, al tempo stesso, che facciano piombare il Paese nell’incubo del coronavirus. Anche perché un’epidemia da queste parti avrebbe effetti catastrofici: il sistema sanitario è carente e risente in maniera decisa degli effetti di 9 anni di guerra, nessun ospedale potrebbe reggere l’impatto di un’eventuale impennata dei contagi.
Attualmente in Libia si contano 10 casi di coronavirus, il primo è stato rintracciato lo scorso 26 marzo in un paziente rientrato da poco dall’Arabia Saudita. Ma il timore è che in realtà i casi siano già molti di più rispetto a quelli dichiarati e che un’emergenza sanitaria possa apparire per davvero dietro l’angolo.
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