Il ritorno alla normalità nel Karabakh Superiore si sta rivelando più arduo del previsto. A distanza di quasi due mesi dal raggiungimento dell’accordo di cessate il fuoco del 9 novembre, mediato dal Cremlino e che ha evitato l’ulteriore protrarsi delle ostilità, nella regione contesa continuano a registrarsi schermaglie intermittenti fra armeni e azeri, alcune delle quali di natura grave in quanto causa di morti.

L’ultimo scontro a fuoco – sul quale pesa l’ombra della disinformazione – sarebbe avvenuto il 27 dicembre nel distretto di Xocavənd e avrebbe provocato vittime da entrambe le parti.

Gli scontri del 27 e 28 dicembre

Le notizie provenienti dal Nagorno Karabakh sono discordanti, ma ciò non stupisce e non deve stupire: disinformazione e propaganda sono alcune delle costanti più importanti nei contesti di guerra. Il distretto di Xocavənd sarebbe stato teatro di un duro confronto fra i separatisti filo-armeni e le forze armate azere fra il 27 e il 28 dicembre, secondo quanto riferito dal Ministero della Difesa dell’Azerbaigian.

Gli scontri sarebbero avvenuti nei pressi di Aghdam, una città-fantasma la cui sovranità è stata trasferita a Baku sulla base degli accordi del 9 novembre, e sarebbero stati l’esito di un’imboscata da parte armena contro alcuni militari azeri impegnati in operazioni di pattugliamento. Il bilancio, hanno comunicato il Ministero della Difesa e il giornalismo azero, è stato di sette morti (sei armeni e un azero) e un ferito (di nazionalità azera). Altri combattimenti avrebbero avuto luogo nella regione di Hadrowt, ma non sono stati rilasciati ulteriori dettagli a riguardo.

Da parte karabakha, però, la replica è stata a base di smentite e accuse di propaganda. La mattina del 28 il Ministero della Difesa dell’Artsakh ha prodotto una nota ufficiale in cui si nega che siano avvenuti degli scontri armati fra Aghdam e Hadrowt. Nel comunicato si legge che “nessuna unità e nessun militare dell’Artsakh ha partecipato ad alcuna operazione, nessun incidente è avvenuto e nessun colpo è stato sparato dal lato armeno. In tali circostanze, la dichiarazione rilasciata dal ministero della Difesa azero non è altro che una provocazione propagandistica. L’esercito di difesa dell’Artsakh continua a osservare rigorosamente il regime di cessate il fuoco”.

Si intensifica il dialogo tra Azerbaigian e Turchia

Da quando è stato siglato l’accordo di cessate il fuoco si è assistito al consolidamento di una tendenza preguerra (in)evitabile: il ritorno di Yerevan sotto l’influenza di Mosca e la prosecuzione dell’inglobamento di Baku nell’orbita di Ankara. Nel nome del panturchismo, il vettore ideologico che sta guidando l’agenda estera di Recep Tayyip Erdogan nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale, l’Azerbaigian sta progressivamente diventando l’appendice estremo-orientale dell’Anatolia, il punto di collegamento fra Istanbul e gli –stan.

Le diplomazie turca e azera hanno approfittato dello status quo postguerra estremamente favorevole per finalizzare una serie di accordi che approfondiranno significativamente le loro relazioni bilaterali. I documenti più importanti riguardano la futura costruzione di un maxi-parco tecnologico nel Karabakh Superiore e l’appalto conferito ad Ankara per la realizzazione della linea ferroviaria Nakhchivan-Baku. Quest’ultima – e questo è l’aspetto più importante dell’intero progetto – verrà collegata alla già esistente Baku-Tbilisi-Kars, rientrando in un quadro infrastrutturale molto più ampio e a proiezione regionale, il cosiddetto corridoio panturco, che incrementerà l’interdipendenza tra le economie e i mercati di Turchia, Azerbaigian e Asia centrale.

Nel mese di dicembre, inoltre, sono aumentate in maniera consistente le voci secondo cui la Turchia vorrebbe stabilire una presenza militare fissa in Azerbaigian. La notizia, fino ad oggi relegata all’ambito delle indiscrezioni e circolante sui canali secondari, vedrebbe il governo turco implicato nella costruzione di una base aerea a Ganja, all’interno della quale schierare personale, armamenti, elicotteri e una squadra di F-16.

Il governo azero, infine, secondo quanto riportato dalla stampa del mondo arabo e israeliana, starebbe lavorando per rendere possibile la fine delle ostilità fra Turchia e Israele, un obiettivo ricercato da Erdogan per aggirare la condizione di crescente accerchiamento militare-diplomatico ed aumentare le prospettive di una collaborazione costruttiva con l’amministrazione Biden. La missione di Baku non è semplice, ma ha le potenzialità per funzionare: il Paese è in ottimi rapporti sia con Ankara che con Tel Aviv, in quanto riveste una centralità geostrategica pivotale per entrambi, perciò potrebbe rivelarsi l’intermediatore ideale.

Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA
Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA