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La scelta di Washington di fornire mine antiuomo all’Ucraina ha riaperto il dibattito attorno all’invenzione più bassa che l’umanità possa aver generato. Un mercato che muove un giro d’affari a nove zeri e che ha infettato, come un virus, ogni zona di guerra conosciuta.

L’Italia è stata una di quei Paesi che di mine antiuomo ne ha prodotte eccome, esportandole ovunque come la moda o la pizza. Fino al 1992, insieme alla Cina e all’ex Unione Sovietica, era il principale produttore mondiale di mine antiuomo, esportandole in Paesi come l’Iraq e la Nigeria. Paradossalmente, nacque tutto dagli orologi: era il 1877 quando i fratelli Herion, in qualità di agenti per l’Italia della tedesca Junghans, fondarono la prima fabbrica italiana d’orologi. In quel della Giudecca, a Venezia, nei primi anni del Novecento la Junghans dona lustro all’Italia. Ma è durante la Seconda Guerra Mondiale che la fabbrica viene convertita alla produzione di spolette militari. Con la chiusura dell’Arsenale di Venezia diventa una realtà specializzata nella fabbricazione di ordigni bellici, fino alla sua chiusura nel 1971. Le mine sono la sua “specialità”. A prendere quell’eredità la bresciana Valsella Meccanotecnica, che tra gli anni Sessanta e i Settanta diventerà la principale produttrice italiana di mine antiuomo, generando anche due nuove aziende fondate da ex Valsella: la Tecnovar e la Misar.

VS-50, VS-MK2, Valmara 59, Valmara 69, VS-JAP: dietro queste sigle misteriose dai nomi vagamente esotici si nascono le principali produzioni mortali che l’Italia ha prodotto e sparso nel mondo, copiate da numerosi altri Paesi. Tutte e tre le aziende di cui sopra erano coinvolte in esportazioni dirette e produzione estera su licenza. Favorite da un imponente sostegno bancario, finanziamenti pubblici e un regime di esportazione decisamente permissivo, hanno rapidamente raggiunto vendite e profitti notevoli fino alla fine degli anni Ottanta.

Valsella si concentrò sui clienti in luoghi complessi come Iraq, Marocco, forse Somalia, esportando sia mine antiuomo che anticarro. Tecnovar, con sede a Bari, si concentrò sul mercato interno, producendo mine per l’Esercito Italiano per poi rifornire clienti nel Nord Africa e del Medio Oriente, in particolare in collaborazione con uno stabilimento di assemblaggio in Egitto. Con lo scoppio della guerra Iran-Iraq nel settembre 1980, Valsella iniziò a ricevere autorizzazioni governative per le esportazioni in Iraq. Le pressioni politiche determinarono crescenti restrizioni verso Baghdad, ed è per questo che la società aprì una nuova filiale all’estero a Singapore. Nel 1984, la Fiat, attraverso una seconda società, la Gilardini, acquisì gradualmente il controllo di Valsella e Misar.

All’inizio degli anni Novanta, il mercato delle mine antiuomo entrò in crisi per diverse ragioni. Nonostante la fine della Guerra Fredda avesse a sua volta generato un cambio di passo nel modo di condurre i conflitti, traslando dalla guerra “totale” alle guerre civili e a bassa intensità, la fine di alcune guerre importanti che avevano fornito il mercato principale per le mine italiane, prima di tutto la guerra Iran-Iraq, contribuì al rallentamento della produzione. Ma alla frenata del mercato contribuirono anche alcuni progressi nella legislazione italiana che portarono alla Legge n. 185 del 1990 (Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento). L’Italia, a differenza di altri Paesi, non restò sorda ai primi vagiti della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo, fornendo un contributo fondamentale.

Corre l’anno 1992 quando nasce la campagna, una coalizione di organizzazioni non governative formatasi grazie al contributo dell’attivista americana Jody Williams. Quella che sembrava una battaglia velleitaria e utopistica smuove milioni di persone nel mondo tanto da portare cinque anni dopo al Trattato di Ottawa, con il quale i Paesi firmatari si impegnano a proibire nei confini nazionali l’uso, l’immagazzinaggio, la produzione e la vendita delle mine antiuomo, nonché alla loro distruzione. Sottoscritto dai rappresentanti di 122 governi, entrò in vigore meno di due anni dopo. Stati Uniti, Russia e Cina ne resteranno fuori. In Italia la campagna cresce: i cittadini vogliono sapere, anche grazie al rumore che la campagna fa sui giornali e in tv, grazie a testimoni celebri come la Principessa Diana. Come raccontò Gino Strada molti anni dopo: “In Italia non si sapeva che cosa fossero le mine antiuomo, né che il nostro Paese fosse tra i venditori più aggressivi. I pochi che erano a conoscenza di quel commercio di morte – industriali, politici, sindacalisti, e ovviamente chi materialmente le produceva – se ne stavano zitti“. Era il 1994, quando sul palco del Maurizio Costanzo show l’allora ministro della Difesa Cesare Previti si impegnò pubblicamente per la moratoria sulla produzione e il commercio delle mine antiuomo.

Il 29 ottobre 1997 il Parlamento italiano approvava la Legge n° 374, che sancì la messa al bando delle mine antiuomo. Con questa normativa, l’Italia si impegnava a rinunciare definitivamente alla produzione ed esportazione di questi ordigni. Se le aziende produttrici andarono incontro a chiusura o riconversione, restò sulle anime di molti -tecnici, ricercatori, operai- la macchia di aver contribuito a spargere nel mondo questi strumenti di morte. Tra loro, Vito Alfieri Fontana, a lungo patron della Tecnovar. Oltre 2,5 milioni di mine distribuite in tutto il mondo. Fino a quando suo figlio gli chiese: “Papà, sei un assassino?“. Così cominciò un’altra vita scandita dal peso costante di aver contribuito a portare morte e mutilazioni in contesti drammatici. Un peso che lo spinse fino a pensare di togliersi la vita. Fontana si allontana dalla sua famiglia e, dopo aver deciso di riconvertire la sua azienda, nel 1999 atterra a Pristina, scegliendo di diventare sminatore con INTERSOS. Dopo verrà la Bosnia, la Serbia, a smontare le bombe NATO per quasi vent’anni. Nei Balcani sono stati fatti grandi passi avanti, ma si muore ancora saltando sulle mine. Lì e altrove.

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