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In queste ore la tensione ai confini ucraini ha raggiunto il suo parossismo: il dispiegamento di uomini e mezzi russi continua in modo costante, la diplomazia internazionale stenta a trovare un accomodamento nonostante i canali di comunicazione siano ancora aperti, molte nazioni hanno ritirato o ridotto il personale delle proprie legazioni a Kiev e anche l’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ha diminuito il suo personale in Donbass, facendo presagire il peggio.

L’Ucraina si dice pronta a rinunciare al suo possibile ingresso nella Nato, ma il meccanismo che si è messo in moto sembra ormai impossibile da fermare. Le parole dell’ambasciatore ucraino a Londra, riferite alla Bbc, sembrano un ripensamento tardivo. Vadym Prystaiko ha espresso la disponibilità di Kiev a essere “flessibile”, nonostante l’obiettivo di entrare nell’Alleanza sia inserito nella costituzione, affermando che l’Ucraina potrebbe rivedere la sua politica di adesione alla Nato “soprattutto se veniamo minacciati così, ricattati così e spinti in questa direzione”.

Kiev, trovandosi con la pistola russa alla tempia, ha cambiato radicalmente la sua retorica nelle ultime settimane: le affermazioni del presidente Volodymyr Zelensky, che nega che la Russia sia pronta a un’operazione militare parlando di propaganda destabilizzante statunitense e addirittura invita il presidente Joe Biden in Ucraina, suonano come il disperato tentativo di ridurre la tensione essendo consci che né Nato né Stati Uniti interverranno militarmente per contrastare la possibile invasione russa. Possiamo infatti ipotizzare che Kiev coltivasse una speranza in questo senso sino allo scorso dicembre, quando proprio Washington – e gli alleati – hanno fatto sapere che se Mosca opterà per la soluzione militare, andrà incontro esclusivamente a sanzioni, che, sebbene pesanti, non ostacolerebbero di certo i russi dall’avere ragione dell’esercito ucraino stante la disparità numerica e qualitativa dei mezzi impiegati.

L’Ucraina, in questo senso, è stata in un certo qual modo “scaricata” dagli alleati occidentali, che si sono impegnati – non tutti e non allo stesso livello – solamente a rifornirla di armamenti, munizioni e altri equipaggiamenti. Del resto non potrebbe essere altrimenti: Kiev non fa parte della Nato, quindi non ricade nelle clausole di intervento – che non è esclusivamente armato – dell’articolo 5, e in ogni caso il rischio di restare invischiati in un conflitto con la Russia è troppo elevato.



Mosca sembra quindi aver ottenuto il risultato diplomatico di far riconsiderare a Kiev il suo ingresso nella Nato grazie all’escalation di questi mesi, ma si tratta solo di dichiarazioni, per il momento, e anche qualora dovessero essere messe per iscritto, la garanzia che in futuro l’Ucraina non possa fare un altro dietro front non c’è.

La Russia non si fida più di certe intenzioni espresse oralmente dopo quanto accaduto negli anni ’90 in merito alla “promessa” che la Nato non si sarebbe allargata a oriente inglobando i Paesi dell’ex blocco sovietico, quindi sta optando per quello che sa fare meglio: azioni di forza che le permettono di avere una qualche forma di controllo diretto del suo vicinato e garantire così un certo margine di sicurezza. La breve campagna georgiana del 2008 e il colpo di mano in Crimea nel 2014 sono due esempi lampanti di questa postura.



Anche in Bielorussia recentemente è stato possibile osservare una declinazione di questo atteggiamento di politica estera: davanti alla possibilità che Alexsandr Lukashenko potesse essere destituito da una rivolta interna, che Mosca – e Minsk – ha ritenuto essere eterodiretta, il Cremlino ha non solo stretto ulteriormente i suoi legami con la Bielorussia attraverso il meccanismo di difesa comune, tanto da aver comunicato di essere pronta a intervenire militarmente, ma ha anche riallineato il satrapo bielorusso che, negli anni precedenti, si era dimostrato piuttosto tendente a colpi di testa mal sopportati dalla Russia: durante le rivolte, ad esempio, nella aule del Cremlino si crede che si fosse ventilata l’ipotesi di sostituire Lukashenko con qualcuno di più gestibile, che potesse anche garantire una transizione in senso più democratico, ma sempre sotto l’egida di Mosca.

Se la Russia invaderà l’Ucraina, come sembra che si stia preparando a fare per tutta una serie di motivazioni plausibili, come si articolerà l’operazione militare e quale sarà il suo obiettivo finale? Chi scrive ritiene difficile che Mosca opti per una invasione di tutto il territorio ucraino, in quanto le regioni più a occidente sarebbero difficili da gestire per questioni etniche, e perché dimostrerebbe, nel consesso internazionale, che la Russia non aveva l’obiettivo di garantirsi la sicurezza ma solo di espandere i suoi domini.

Mappa di Alberto Bellotto

Verosimilmente, pertanto, l’avanzata si fermerebbe sino al fiume Dnepr: questo garantirebbe a Mosca un’importante fascia di sicurezza ai suoi confini ma soprattutto per la Crimea, che fa ormai parte di fatto della Federazione, e in un sol colpo risolverebbe la questione del Donbass. Parallelamente le forze russe dovrebbero per forza entrare a Kiev, per rovesciare l’attuale governo e instaurarne uno nuovo fedele a Mosca. Non è nemmeno da escludere che, oltre a questa mossa, si decida di occupare tutta la fascia costiera ucraina che va dalla Romania sino alla Crimea: in questo modo la Russia eviterebbe qualsiasi possibilità di vedere unità navali “ostili” nei porti ucraini situati a poca distanza dalla penisola di Crimea e si assicurerebbe un maggiore controllo sul fondamentale Mar Nero, che vede già la presenza di tre Paesi della Nato (Turchia, Bulgaria e Romania).

È ragionevole supporre che all’invasione non seguirebbe un’annessione nella Federazione, fatto salvo per il Donbass “allargato”, sede di importanti risorse minerarie e industriali , ma una volta stabilito un governo filorusso si opterebbe per un lento ritiro, utilizzando, ancora una volta, la tattica del “fatto compiuto”.

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