La geopolitica della corsa allo spazio
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L’assedio dell’Azovstal rimane una delle pagine più lunghe, complesse e drammatiche della guerra in Ucraina. Le forze russe hanno posto sotto assedio l’acciaieria di Mariupol senza lasciare scampo ai soldati, miliziani e civili asserragliati al suo interno. E quel dedalo di tunnel e fabbriche si è trasformato ben presto in un enorme reticolato di bunker prima martellato dalle bombe di Mosca, poi posto sotto un terrificante assedio da cui da ieri sono iniziati a uscire i primi feriti dopo l’accordo per un corridoio umanitario.

Ieri, il ministero della Difesa russo aveva comunicato che il corridoio per evacuare i feriti aveva un solo termine: le strutture sanitarie di Novoazovsk, nel territorio appartenente all’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk. Successivamente, quando è stato raggiunto l’accordo per evacuare i primi 264 militari, la viceministra della Difesa ucraina Hanna Maliar ha dichiarato che una parte era diretta a Novoazovsk mentre “211 persone sono state portate a Olenivka“, sempre comunque in territorio sotto contro dei filorussi. “Tutti i militari dovranno essere riportati sul territorio controllato dall’Ucraina seguendo la procedura di scambio” ha detto Maliar. E ora ci si domanda quale possa essere il destino non solo dei soldati che si sono arresi, ma anche di coloro che ancora rimangono in questa Fort Alamo ucraina ormai diventata un simbolo, sia per Vladimir Putin che per la resistenza di Kiev.

Dal governo ucraino filtra molta cautela. Kiev ha ammesso che l’operazione per liberare l’Azovstal è terminata. Cosa che di fatto certifica la caduta di Mariupol. Volodymyr Zelensky ha detto che il Paese ha bisogno di “eroi vivi”, riferendosi al negoziato per salvare gli ultimi combattenti rimasti intrappolati nel complesso industriale del Mar d’Azov. Si è parlato di trattative “delicate” e di procedure di scambio, ma resta il nodo del trattamento riservato a chi ha deposto le armi e quali possano essere le richieste effettive della Russia.

Da Mosca sono arrivate dichiarazioni contraddittorie. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha assicurato che i soldati ucraini saranno trattati “secondo gli standard internazionali”, ma il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, ha esplicitamente detto che i “criminali nazisti non devono essere oggetto di scambio” ribadendo che secondo lui “sono criminali di guerra e dobbiamo fare il possibile per perseguirli”. Parole non troppo diverse da quelle che poco prima aveva pronunciato il consigliere di Putin, Vladimir Medinsky, che aveva detto che gli uomini del battaglione Azov sono “criminali di guerra” che non possono diventare oggetto di “negoziati politici”. Prese di posizione che non vanno sottovalutate, perché in una fase così difficile della guerra, Putin potrebbe evitare di mostrarsi accondiscendente nei confronti di Zelensky anche solo per proseguire nella sua narrazione del conflitto. In ballo c’è anche il tema dei combattenti stranieri ancora presumibilmente presenti nell’acciaieria. La propaganda in questo caso assume un ruolo fondamentale: il Cremlino non può permettersi errori che possano ledere ancora di più l’immagine di un leader in affanno.

L’Ucraina spera che la diplomazia internazionale aiuti il salvataggio di chi ha resisto a Mariupol per settimane sotto bombardamenti e un soffocante assedio. Ne va di uno dei simboli della resistenza ucraina, ma serve anche per dimostrare che Kiev non abbandona chi combatte per la propria causa. C’è il rischio di lanciare un messaggio che possa ledere l’immagine del governo e indebolire la sua presa sui soldati che ancora combattono, specie per coloro che si trovano sulla linea del fronte in Donbass. Ed è per questo che Zelensky fa il possibile per giungere a un accordo con l’aiuto delle cancellerie occidentali.

Anche in questo caso, un possibile ruolo da protagonista potrebbe strapparlo la Turchia, che si è detta disponibile a evacuare o soldi asserragliati nei bunker dell’Azovstal via mare. Ibrahim Kalin, portavoce di Recep Tayyip Erdogan, aveva detto nei giorni scorsi che il piano di Ankara “prevede che le persone evacuate dall’acciaieria siano portate via terra al porto di Berdyansk, che come Mariupol si trova sul Mar d’Azov, e che una nave turca li conduca a Istanbul”. Erdogan è pronto, soprattutto per dimostrare di avere ancora un ruolo come possibile mediatore e come potenza centrale nello scacchiere del Mar Nero. Tuttavia, è interessante che il leader ceceno Ramzan Kadyrov, uno dei protagonisti dell’avanzata russa in Donbass, abbia inviato un messaggio molto chiaro a Erdogan avvertendolo di astenersi dal supporto ai combattenti dell’Azovstal. “Se i musulmani russi si sono sorpresi alla notizia che droni Bayraktar siano stati forniti all’Ucraina da un paese musulmano, immaginiamoci come potrebbero reagire se la Turchia fosse pronta ad aiutare ad evacuare gruppi di oppositori dell’Islam” ha detto Kadyrov sul suo canale Telegram come riportato da Adnkronos. Intanto, sempre a Istanbul, sono arrivate Olha Adrianova, Hanna Naumenko e Kateryna Prokopenko, le tre donne che da tempo sono in viaggio nei Paesi più attivi sul fronte diplomatico per cercare di trovare una soluzione sugli ultimi combattenti dell’acciaieria.

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