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Nelle ultime ore si è fatto spesso il paragone tra il primo ingresso dei talebani a Kabul, avvenuto nel 1996, e il secondo di pochi giorni fa. Ci si è chiesti, in particolare, se per davvero i miliziani del movimento islamista siano cambiati. Se cioè le loro promesse di clemenza e di rispetto dei diritti delle donne possano essere o meno mantenute. In realtà però occorrerebbe anche vedere se a cambiare sia stato anche lo stesso Afghanistan. La Kabul che oggi i talebani hanno ereditato è molto diversa rispetto a quella di un quarto di secolo fa. Potrebbe essere questa la variabile più significativa per capire la direzione futura del Paese asiatico.

La Kabul di oggi

Tra i talebani entrati nella capitale afghana nel giorno di ferragosto forse non c’erano molti reduci del 1996. Ma chi ha partecipato alla prima presa di Kabul ha indubbiamente notato profonde differenze. Di fatto è come aver conquistato due città completamente diverse. Un quarto di secolo fa Kabul era completamente rasa al suolo, dilaniata dalle guerre successive all’invasione sovietica. Ferite fisiche che corrispondevano anche a cicatrici sociali ben evidenti. Gli abitanti della città erano provati e stanchi dai conflitti e dalle dispute tra i vari signori della guerra. I talebani hanno marciato sulle macerie e su un tessuto sociale e urbano devastato. Imporre le loro leggi, in un contesto del genere, non è stato molto difficile. Questo non vuol dire che per gli abitanti di Kabul il primo quinquennio talebano abbia rappresentato una passeggiata. Quando il 12 novembre 2001 gli studenti coranici hanno abbandonato la città, molti cittadini si sono messi in fila davanti i barbieri per farsi radere la barba. Segno dell’insofferenza per le tante regole rigide fatte rispettare con la forza in quegli anni. Tuttavia nel contesto di un quarto di secolo fa per “gli studenti coranici” è stato più semplice fare breccia.

La Kabul di oggi, invece, è molto diversa. In primo luogo è molto più grande. Si tratta dell’agglomerato urbano con la più alta crescita di popolazione degli ultimi 20 anni. Fino al 1996 la città contava poco più di un milione di abitanti, oggi sfora anche i cinque milioni. Questo ha fatto della capitale afghana il principale centro attrattivo per il Paese e le ha conferito l’aspetto di una grande metropoli. Circostanze che non hanno certo coinciso con le promesse di maggiore prosperità e ricchezza arrivate dopo il 2001. Anzi, sono nati molti quartieri senza alcun criterio urbanistico e senza servizi basilari. Al tempo stesso però è innegabile che in venti anni la città ha assunto un aspetto molto più dinamico. Tornando ad ospitare le ambasciate e vedendo al suo interno la presenza delle forze internazionali, Kabul è stata a stretto contatto con molte diverse realtà. Inoltre il funzionamento delle università, delle scuole e degli istituti culturali ha dato un importante impulso allo sviluppo di una qualche forma di coscienza civile nella parte più giovane della popolazione. Dal 2001 in poi ha preso piede anche una piccola ma significativa scuola giornalistica, testimoniata dalla nascita di diverse redazioni.

In poche parole, i talebani oggi si ritrovano a governare una città dalle mille contraddizioni ma sicuramente non “svuotata” socialmente ed economicamente come nel 1996. Difficile quindi per loro imporre da subito norme incompatibili anche con l’Afghanistan di adesso. Quali ad esempio il divieto di possedere televisioni e radio oppure lo stop definitivo ad alcune attività economiche in nome della Sharia.

Un Afghanistan diverso

Un discorso che vale per Kabul, ma che può essere esteso anche ad altre realtà del Paese. Ad Herat, dove erano stanziati gli italiani, negli ultimi 20 anni sono state aperte molte scuole e molte ragazze hanno potuto intraprendere gli studi. Se da un lato è vero che l’Afghanistan dal 2001 in poi non è riuscito a trovare una sua stabilità e la società è rimasta molto legata agli schemi etnico-tribali, dall’altro però è innegabile che qualcosa è cambiato o era in procinto di mutare. Lo si è visto ad esempio a Jalalabad il giorno dopo la conquista talebana. La città, la quinta più grande del Paese, anche per via della sua vicinanza con il Pakistan è da sempre considerata un feudo degli islamisti. Eppure per strada diverse persone sono scese sventolando la bandiera dell’Afghanistan ammainata dai talebani poche ore prima. Una piccola ma significativa resistenza, probabilmente non attesa dagli stessi vertici del movimento.

Pur tra mille contraddizioni, l’Afghanistan di oggi è diverso rispetto a quello preso in mano dagli studenti coranici nel 1996 e governato fino al 2001. Un elemento di cui i nuovi/vecchi padroni di Kabul dovranno tenere conto e che indubbiamente saranno chiamati a gestire a partire dalle prossime settimane.

Le prospettive future

Il collasso dello Stato nato nel 2001 non può cancellare i modesti ma importanti cambiamenti degli ultimi anni. La maggiore complessità della società afghana sarà per i talebani una spina nel fianco non indifferente. Anche se molti attivisti e molti giovani stanno provando in questi giorni a scappare, all’interno del Paese resterà viva una piccola ma significativa resistenza ai rigidi dettami della Sharia. Chi in 20 anni ha raggiunto determinate libertà, specialmente in città, non le cederà facilmente. Sono due i fronti da cui gli eredi del Mullah Omar dovranno guardarsi. Da un lato le possibili resistenze sociali all’ideologia estremista. Dall’altro le diatribe interne alle tribù Pasthun da cui provengono i miliziani del movimento. In questi 20 anni l’obiettivo comune rappresentato dalla lotta alla presenza internazionale ha cementificato i rapporti tra i vari clan, ma una volta al potere non sarà semplice per nessuno tenere stabile l’attuale equilibrio.

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