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Dire che il ritorno di Donald Trump sia una vittoria per Putin e Netanyahu è diventato una sorta di luogo comune giornalistico nelle ore immediatamente successive alle elezioni presidenziali statunitensi. A cadere in questa visione è stato Oz Katerji, combattivo reporter filoucraino molto attivo sui social. Lo hanno ripetuto diversi opinionisti di peso, basandosi sui segnali favorevoli che Trump avrebbe mandato negli ultimi anni ai due leader, venendo spesso descritto dall’opposizione come una “marionetta del Cremlino” da un lato e un “succube” delle lobby filoisraeliane dall’altro. Secondo questa lettura, Trump costringerebbe l’Ucraina a una resa più o meno incondizionata per compiacere Putin e lascerebbe carta bianca al premier israeliano Benjamin Netanyahu in Medio Oriente.

Si tratta di un cliché che può creare fraintendimenti. In primis, perché lo scenario a cui Trump darebbe impulso è già in atto. Per Kiev, le difficoltà sul campo, gli errori della NATO e la prospettiva di dover negoziare in condizioni dure per Volodymyr Zelensky si sono delineati ben prima del ritorno di Trump. Secondo un reportage dell’Economist, l’Ucraina fatica a rimpiazzare le perdite sul campo, raggiungendo solo i due terzi dell’obiettivo di leva, mentre la Russia compensa le proprie file con contratti allettanti senza ricorrere a mobilitazioni di massa. L’articolo cita un comandante ucraino che ammette un calo di morale su ampi tratti del fronte, con circa un quinto dei soldati allontanatisi dalle posizioni. Intanto la Russia ha radunato 50.000 soldati, inclusi contingenti nordcoreani, per riprendersi il territorio nella regione di Kursk, senza spostare forze dall’Ucraina orientale, il fronte principale.

Kiev si prepara diplomaticamente a queste eventualità da molti mesi: a prescindere dall’atteggiamento filo-Putin di Trump, l’Ucraina sapeva già che avrebbe dovuto orientarsi nel nuovo contesto politico occidentale. Alcuni segmenti della politica ucraina, inoltre, potrebbero persino aver considerato un avvicendamento di Zelensky per facilitare i rapporti con Washington. Il pessimismo di diversi ufficiali statunitensi sulle prospettive dell’Ucraina, dato il consistente avanzamento russo a Kursk e nell’est ucraino, è perlopiù attribuibile alle politiche dell’amministrazione Biden.

Quanto a Israele, non sarà certo Trump il primo presidente a lasciare libertà di azione a Netanyahu. A dispetto delle tensioni tra il premier israeliano di estrema destra e Washington per le operazioni di rappresaglia dell’IDF a Gaza — inclusi gli avvertimenti sui rischi umanitari e di un’escalation regionale — Biden ha mantenuto la sua posizione di “sionista convinto”, ribadendo il suo legame storico con Israele. Ogni volta che Biden ha cercato di persuadere Netanyahu a concordare un cessate il fuoco o ridurre l’intensità della campagna di annessione in Cisgiordania, la fornitura di armi a Israele non è mai stata interrotta, risultando in tentativi vani.

La vera preoccupazione è che il prossimo presidente degli Stati Uniti possa consolidare ulteriormente questa posizione, in modo sfavorevole per i palestinesi e favorevole ai coloni, avendo Trump in passato definito “legali” tutti gli insediamenti israeliani nei territori occupati, considerati illegali dall’ONU. In aggiunta, il sostegno di 100 milioni di dollari da Miriam Adelson, vedova del sostenitore sionista Sheldon Adelson, punta proprio a rafforzare la colonizzazione della Cisgiordania.

Affermare che Putin e Netanyahu trarrebbero entrambi vantaggio in egual misura significa, inoltre, sottovalutare l’imprevedibilità dell’approccio di Trump in politica estera. Secondo Germano Dottori, analista di Limes e intellettuale conservatore sostenitore di Trump, i russi potrebbero aver commesso un errore di valutazione. L’interesse nazionale americano difficilmente consentirebbe, neppure con un commander-in-chief ambiguo, una ritirata disastrosa come in Afghanistan. Kori Shake, su Foreign Affairs, ha riportato che durante la campagna Trump ha promesso: “Direi a Putin, se non fai un accordo, daremo [a Zelensky] molto. Daremo [all’Ucraina] più di quanto abbiano mai ricevuto, se necessario.”

Quindi no, Putin e Netanyahu non partono dalla medesima condizione di partenza. Solo il secondo è un alleato di ferro di Washington, e le sue lobby molto più potenti di quelle del Cremlino. Appianare questa differenza gioca in effetti a favore di un discorso liberale di sinistra che non accetta di vedere Trump come il rappresentante di istanze anti-guerra o di una galassia anti-sistema, ma anche questo sarebbe miope. Per quanto stretto sia il legame tra il Pentagono e Netanyahu, quest’ultimo non dovrà dimenticare che il risultato elettorale rappresenta un mandato per rifiutare l’agenda neoconservatrice di guerre inutili e costose, e per abbracciare la promessa di Trump di porre fine ai conflitti, rilanciare l’economia americana e abbassare il costo della vita. I gruppi di pressione filoisraeliani radicati a Washington dovranno tenerne conto, altrimenti rischiano di trovarsi senza lavoro alle prossime elezioni.

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