Un paio di settimane fa Vladimir Putin, di fronte alla spedizione ucraina nella regione di Kursk e ancor più alla prospettiva che gli Usa accordassero a Zelensky la sospirata autorizzazione a colpire la Russia in profondità con missili americani a lunga gittata, aveva dichiarato più o meno quanto segue: gli ucraini non sono in grado, da soli, di usare certe armi, non hanno la competenza né il personale per farlo. Quindi, se certi missili colpiranno la Russia, vorrà dire che di fatto saranno i Paesi occidentali a lanciarli. È questa la ragione per cui è calato un velo di mistero su alcuni fatti recenti. Per esempio, sul modo in cui è stata pianificata e organizzata l’invasione ucraina della regione russa di Kursk (l’idea che i russi ne avessero avuto notizia ma non si fossero preparati a sventarla è francamente ridicola). O sui mezzi con cui sono stati fatti saltare gli arsenali russi di Toropets (Tver’), costruiti per resistere a ben altro che i droni. Per questo è stata liquidata in fretta la strage di Poltava, dove i russi hanno colpito un centro militare ucraino che forse ospitava istruttori militari svedesi (ipotesi avvalorata dalle successive, immediate dimissioni del ministro degli Esteri della Svezia). Per questo, più in generale, la famosa autorizzazione che Zelensky chiede agli Usa sembra non arrivare mai.
E per questo, in conclusione, Vladimir Putin ha annunciato ieri, in una delle due riunioni annuali che il Consiglio di sicurezza russo programmaticamente dedica al tema del nucleare, una revisione della dottrina russa sull’impiego delle armi atomiche. Revisione non ancora realizzata ma in via di elaborazione, fondata su due punti fondamentali: la Russia si prende la possibilità di usare l’arma atomica se attaccata da uno Stato non nucleare che abbia però l’appoggio di uno Stato nucleare; e in presenza di “informazioni attendibili” (non certezze, quindi) su un attacco nemico con armi aerospaziali. Il tutto applicato alla Russia ma anche alla Bielorussia.
Lasciamo ai nostri esperti di questioni strategiche e militari l’analisi più ampia delle possibili conseguenze di questa mossa. Noi restiamo qui alla Russia. La mossa di ieri, anche per il Cremlino bellicoso di Putin, rappresenta comunque una rottura. L’URSS non aveva una dottrina nucleare pubblica, ad eccezione del documento “Sulla dottrina militare degli Stati del Patto di Varsavia” del 1987, in cui si assicurava che quegli Stati “non sarebbero stati i primi a usare armi nucleari”. Finita l’URSS, ecco Boris Eltsin che il 2 novembre 1993 firma il decreto “Sulle principali disposizioni della dottrina militare della Federazione Russa”, il cui testo non fu mai pubblicato.
Il 21 aprile del 2000 Putin ha firmato il primo documento pubblico sulla Dottrina Militare della Federazione Russa. In esso si afferma che la Russia si riserva il diritto di ricorrere all’arma nucleare in risposta a un attacco con armi di distruzione di massa o “in risposta a un’aggressione su larga scala con armi convenzionali che crei condizioni critiche per la sicurezza nazionale”. Sempre nel 2000 furono adottati i “Fondamenti della politica statale nel campo della deterrenza nucleare”, in vigore fino al 2010, cioè fino a quando (5 febbraio 2010), il presidente Dmitry Medvedev ha approvato la nuova Dottrina Militare della Federazione Russa, che includeva una clausola sulla possibilità di utilizzare armi nucleari in risposta “all’aggressione contro la Federazione Russa mediante armi convenzionali, quando l’esistenza stessa dello Stato è minacciata”.
La dottrina militare russa è stata ancora aggiornata da Putin nel 2014, senza alcun cambiamento per quanto riguarda la deterrenza nucleare. Il vero aggiornamento arriva il 2 giugno 2020, quando Putin firma il decreto “Sui fondamenti della politica statale nel campo della deterrenza nucleare” che presenta altre due ragioni per cui la Russia potrebbe utilizzare le sue forze nucleari: un attacco con missili balistici e un attacco su strutture “di fondamentale importanza”, il cui crollo “porterebbe all’impossibilità di azioni di risposta delle forze nucleari”.
Il cambio della postura russa rispetto all’uso delle bombe atomiche è quindi evidente. Intanto la Russia si propone di impiegarle non più in presenza di condizioni per così dire “oggettive” (pericolo per l’integrità dello Stato o per le sue strutture essenziali, o il rischio di ritrovarsi inerme e senza possibilità di rispondere) ma per decisione propria, in base a un proprio giudizio. Così si spiegano quelle “informazioni attendibili” a cui si fa cenno. E così si spiega pure l’idea di usare armi nucleari anche contro uno Stato non nucleare (se appoggiato da uno Stato nucleare), che purtroppo manda in soffitta l’accordo che Francia, Gran Bretagna, Usa e Russia avevano raggiunto nel 1995 in sede Onu e che prevedeva, appunto, l’esclusione del nucleare nel confronto con uno Stato non dotato di armi atomiche. Detto in termini spicci se non rozzi, la nuova idea russa configura una situazione di questo genere: se avesse le prove che dietro l’invasione ucraina (Paese non nucleare) verso Kursk c’è una collaborazione fattiva di, per dire, Francia o Usa o Gran Bretagna (Paesi nucleari), il Cremlino si sentirebbe autorizzato a usare la bomba atomica.
Come dicevamo all’inizio, la riunione del Consiglio di sicurezza di ieri non era straordinaria o convocata d’urgenza. Al contrario, è una delle due annuali dedicate al tema, e Putin ha tenuto a precisare che si trattava del frutto di un anno di lavoro del Consiglio stesso, del ministero della Difesa e di altri uffici. In più: di solito questi appuntamenti si svolgono a porte chiuse mentre questa volta Putin ha voluto che il suo discorso fosse trasmesso in Tv. Il che vuol dire che il cambiamento di dottrina doveva essere pubblicizzato e arrivare in fretta alle orecchie davvero interessate: non tanto quelle ucraine ma quelle dei Paesi occidentali che l’Ucraina sostengono (e che sono potenze nucleari).
L’Ucraina, a dispetto della sua eroica resistenza, in questo momento non è il problema principale per Mosca. L’invasione della regione di Kursk è stata uno smacco, ma ora la situazione è questa: Kiev ha lanciato all’attacco le sue truppe migliori e i mezzi più moderni per ritrovarsi bloccata a mezza strada, senza poter avanzare e nemmeno ritirarsi, mentre i russi nel Donbass avanzano, lentamente ma inesorabilmente. La caduta della città di Ugledar è attesa per le prossime ore, quella di Toretsk per le prossime settimane. E il cosiddetto “piano per la vittoria” elaborato da Zelensky non sembra far breccia nel cuore degli alleati: l’autorizzazione a usare i missili a lunga gittata non arriva (ancora), dell’ingresso nella Ue e nella Nato non si parla. Quattrini e armi quanti ne vuole, ma solo con la prospettiva di una guerra lunga e sanguinosa.
Allora perché proprio adesso? Perché agitare in modo così ostentato la minaccia atomica? Altri discuteranno se questa di Putin è una “linea rossa” effettiva o fasulla e quanto concreto sia il rischio di un conflitto atomico. Cercando di interpretare il punto di vista russo, a noi pare che il Cremlino stia in questo modo ripetendo la proposta (fatta agli Usa e agli occidentali, non certo agli ucraini) messa sul tavolo nel giugno scorso con una certa arroganza: ci lasciate la Crimea e le altre regioni ucraine occupate (la cosiddetta Novorossija), l’Ucraina non entra nella Nato e la chiudiamo qui. Altrimenti, sappiate che possiamo andare avanti così e anche peggio.
Fulvio Scaglione
