“Non sono contento di Putin. Non mi piace quello che sta facendo. Non so cosa gli sia successo”. Il presidente americano Donald Trump ha scelto la linea rossa che corre tra la Casa Bianca e il Cremlino, ma ha parlato a favore di telecamera, esprimendo tutto il suo dissenso nei confronti dell’omologo russo che ha ordinato o comunque approvato una delle più intense ondate di bombardamenti sull’Ucraina dall’inizio della guerra.
Oltre 360 tra missili di precisione e droni kamikaze sono stati lanciati dai vettori russi in quello che è stato definito un “attacco combinato” che ha registrato raid aerei in 15 settori, e ha letteralmente congelato i progressi che avrebbero dovuto portare ai colloqui del Vaticano, annullati, per accordare una tregua e negoziare i termini di una pace tra Kiev e Mosca.
Per il Cremlino i raid degli ultimi tre giorni hanno messo hanno preso di mira “obiettivi militari” e devono essere considerati una “ritorsione” per il lancio di droni ucraini sul territorio russo. Droni che avrebbero puntato anche l’elicottero sul quale si trovata il presidente russo Vladimir Putin, in visita nella regione di Kursk, al confine con l’Ucraina. Suggerendo un’operazione lanciata in fretta e furia della forze ucraine informate dell’intelligence, dal momento che la visita del presidente russo non era stata pianificata. Per vertici della divisione di difesa aerea russa, sarebbe stato un “attacco senza precedenti”. Ma sono espressioni che ormai conosciamo a memoria e ripetiamo fin troppo spesso.
Se solo una settimana fa l’ipotesi di una mediazione tra papa Leone XIV presso lo Stato del Vaticano, “molto interessato a ospitare i negoziati” tra Trump e Putin sembra realistica (sebbene delicata e molto complessa nella sua realizzazione “fisica”), ora, dopo tre notti di intensi bombardamenti e le dure dichiarazioni del presidente ucraino Volodymir Zelensky, lo scenario di una pace a portata di mano sembra essersi dissolto come un sogno all’alba.
“Solo un senso di totale impunità può consentire alla Russia di infliggere simili colpi e di aumentarne costantemente la portata. Questo non ha alcun senso militare, ma ha un grande senso politico. Putin dimostra così quanto disprezzi un mondo che si impegna di più nel “dialogo” con lui che nella pressione“, ha asserito il presidente ucraino. E questo proprio mentre un report della Defense Intelligence Agency, principale agenzia militare di intelligence per l’estero degli Stati Uniti, lasciava trapelare informazioni sconfortanti per l’Ucraina in guerra da tre anni. Secondo la Dia, il conflitto tra Kiev e Mosca potrebbe durare “Almeno per tutto il 2025“, nonostante gli analisti militari obiettino che “prolungare la guerra” sarebbe un onere per la Russia che ha applicato una strategia di dissanguamento dell’Ucraina che ha potuto e può contare sul sostegno della Nato, per quanto riguarda sistemi d’arma di vario genere e livello, ma che potrebbe comunque esaurirsi e non potrebbe/dovrebbe contemplare l’invio di soldati – anche solo per svolgere il ruolo di peacekeeper – per evitare un’escalation con una portata imprevedibile per non dire “inconcepibile”.
Come è stato riassunto correttamente su Weapons and Strategy: “in pratica nelle circostanze attuali le prospettive di un accordo negoziato sono scarse (…) vari interlocutori tendono ad ascoltare solo ciò che vogliono sentire e a rifiutare qualsiasi dissonanza se compromette i loro obiettivi“.
Ma ciò che attualmente attira la maggiore attenzione è l’ipotesi di una “Soluzione coreana” in stile 38° Parallelo. Uno scenario che viene considerato plausibile da molti analisti, già da diverso tempo. Un’opzione che prevede la neutralizzazione del conflitto con lo scopo solo di interrompere l’ostilità su vasta scala che nello stato attuale non posso consentire all’Ucraina di liberare i territori conquistati dalla Russia, ma, allo stesso tempo, difficilmente possono portare le truppe russe molto distanti dalla linea de fronte che hanno stabilito.
All’inizio di maggio, l’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Keith Kellogg, ha dichiarato che l’Ucraina avrebbe “suggerito la creazione di una zona demilitarizzata controllata congiuntamente da Kiev e Mosca“. Questa DMZ su modello coreano dovrebbe evidentemente fungere da zona cuscinetto, con entrambe le parti che si ritireranno di 15 chilometri, creando un’area di 30 chilometri sotto il controllo di osservatori di paesi terzi, per separare i territori orientali conquistati da Mosca, che intende annetterli alla Federazione Russa, e quelli che appartengono e continueranno ad appartenere all’Ucraina.
Questa ipotesi non tiene però conto della linea dura del Cremlino, che non vuole permettere a potenze terze, o almeno a potenze della Nato, di presidiare l’area, e della volontà di Putin che intende imporre il completo ritiro delle forze ucraine dagli oblast di Donetsk, Luhansk, Zaporizhia e Kherson. La pace, attualmente, sembra ancora appartenere a un’alba lontana.
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