La geopolitica della corsa allo spazio
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La questione serbo-kosovara è tornata al centro dell’attenzione delle grandi potenze. Dopo anni di stallo, di pace di piombo erroneamente scambiata per normalizzazione, vecchi e nuovi guardiani dei Balcani si sono riaffacciati sulla piana dei Merli, il cuore pulsante di due microcosmi antitetici, la serbosfera e l’albanosfera, a loro volta incuneati all’interno di due imperi legati da un antico rapporto di amore-odio: Russia e Turchia.

Oggi, epoca della Terza guerra mondiale a pezzi e delle periferie date alle fiamme dai giganti in competizione, tra la Serbia e la sua ex provincia divenuta stato, il Kosovo, nell’aria si respira nuovamente odore di zolfo. Perché mefistofelici burattinai, da quando la competizione tra grandi potenze è entrata nella fase delle periferie al centro, hanno cominciato a muovere le loro marionette con maggiori solerzia e assiduità. E nei mai domi Balcani, a causa delle tensioni che stanno scuotendo le fondamenta del sistema internazionale, oggi si possono vedere degli spettri aggirarsi. Fantasmi in grado di dar luogo a dei poltergeist dalle conseguenze imprevedibili e contagiose, come negli anni Novanta.

Oh Kosovo, sweet Kosovo

Non Belgrado, capitale di una serbosfera ridimensionata e tramontante, ma Pristina è la vena scoperta dell’ex Iugoslavia e, in esteso, dell’intera penisola balcanica. Pristina, capitale del Kosovo e perno geostrategico su cui l’Occidente, nel dopo-disgregazione iugoslava, ha fondato un nuovo ordine microegemonico, un antemurale in funzione antiserba (e, dunque, antirussa): l’albanosfera.

Dalla costituzione del Kosovo e dall’indipendenza del Montenegro, colpo di grazia alla serbosfera e al sogno del corridoio Murmansk-Minsk-Belgrado-Bar, non si torna indietro. I due giganti che si contendono l’Europa, Stati Uniti e Russia, sono a conoscenza dell’irreversibilità dei fenomeni che hanno ridisegnato identità e collocazione geopolitica dei Balcani nel dopo-Iugoslavia. Ma irreversibile non equivale a intoccabile, perciò la Russia negli anni recenti ha cominciato ad effettuare operazioni di disturbo tra Banja Luka, Podgorica, Pristina e Skopje. Obiettivo: pesare sul portafogli degli Stati Uniti, facendo sì che aumenti il loro esborso per la manutenzione del loro ultimo acquisto.

Il boicottaggio dell’agenda balcanica degli Stati Uniti, nella (lungimirante) visione della Russia, passa inevitabilmente dalla piantatura di semi della zizzania e del conflitto nei punti caldi della serbosfera – Entità serba di Bosnia – e dell’albanosfera – la divisa Macedonia del Nord e il vulnerabile Kosovo. Ed è proprio in quest’ultimo, mentre le luci dei riflettori sono puntate sulla voglia di secessione di Banja Luka, che Washington e Mosca stanno scaricando una parte delle tensioni accumulate negli anni della Terza guerra mondiale a pezzi.



Tutti gli occhi su Pristina

Settembre 2021, la crisi delle targhe: consiglieri russi fotografati in compagnia di militari serbi, esercito serbo in stato di allerta e province settentrionali del Kosovo messe a ferro e fuoco dai residenti di etnia serba.

Aprile 2022, l’onda lunga della guerra in Ucraina giunge sulle coste dell’albanosfera: nuovi incidenti nelle province a maggioranza serba del Kosovo, il governo Kurti replica al crescendo di insurrezionalismo ventilando l’ipotesi di un ingresso (improbabile) nell’Alleanza Atlantica.

Giugno 2022, la Casa Bianca invia un monito simbolico, ma eloquente, al Cremlino: i membri NATO che circondano (letteralmente) la Serbia impongono un “embargo aereo” al volo di stato che avrebbe dovuto portare Sergej Lavrov a Belgrado, costringendolo ad annullare il viaggio. Tanta rabbia, dichiarazioni di protesta, ma il Cremlino non può fare nulla: i cieli e le terre che circondano la Serbia sono proprietà dell’Alleanza Atlantica; impossibile ogni tentativo di aggiramento di quella muraglia invisibile.

Scrivere e parlare della chiusura dei cieli attorno alla Serbia che ha avuto luogo il 6 giugno è più che importante: è fondamentale. Perché di questo evento si è scritto tanto, ma si è spiegato poco. Non si è trattato (soltanto) di un semplice sgarbo diplomatico da inquadrare nel contesto della guerra in Ucraina. Si è trattato, a onor del vero, di un messaggio carico di significato in direzione, più che di Lavrov, del Cremlino.

Quel giorno, dopo mesi di osservazione non partecipante e apparente distacco, gli Stati Uniti hanno reagito alle operazioni di disturbo serbo-russe nell’albanosfera degli ultimi tempi. E lo hanno fatto con accortezza, evitando di gettare benzina sul fuoco in un momento già incandescente, ordinando agli alleati di inviare un segnale simbolico-ma-incisivo alla Russia circa l’avvenuta rinascita della fu cerebralmente morta Alleanza Atlantica.

Sino al 6 giugno, e per l’intero biennio passato – con la singola eccezione dell’accordo di normalizzazione parziale serbo-kosovaro dell’era Trump –, gli Stati Uniti non avevano interferito negli affari e nelle vicende dell’estremità meridionale della Cortina di ferro: faldone affidato a turchi, israeliani e tedeschi. Ma l’esacerbazione della competizione tra grandi potenze, emblematizzata dallo scoppio della guerra in Ucraina, ha rimescolato le carte in tavola e coartato la Casa Bianca a manifestare la sua presenza laddove richiesta.

Rendendo la Serbia irraggiungibile per una giornata intera, in estrema sintesi, gli Stati Uniti hanno voluto rammentare alla Russia che il Kosovo è e resta la linea rossa della NATO, in quanto fulcro della grand strategy a stelle e strisce per i Balcani, e che qualora ivi scoppiasse un rogo doloso di vaste proporzioni, come una guerra o una sedizione delle province a maggioranza serba, non esisterebbe il modo di inviare (direttamente) armamenti e mercenari alla Serbia. Prove tecniche di futuri confronti.

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