Prime difficili prove di pace in Afghanistan, dopo l’accordo che lo scorso 29 febbraio ha sancito l’inizio di un percorso volto all’inizio delle trattative tra governo e talebani e, soprattutto, al ritiro del contingente Usa dal paese. Nelle scorse ore il presidente afghano, Ashraf Ghani, ha annunciato la liberazione di 1.500 prigionieri talebani, primo step che dovrebbe portare poi ad un totale di 5.000 persone scarcerate da qui all’inizio dei colloqui tra l’esecutivo di Kabul ed il gruppo islamista. Contestualmente, sono stati quindi registrati alcuni spostamenti di truppe americane in alcune aree del paese le quali sembrerebbero far presagire un primo graduale ritiro. Ma non mancano incognite e difficoltà, a partire dalle violazioni della tregua già riscontrate in alcuni casi.

La liberazione dei primi prigionieri talebani

Lo scorso 4 marzo nella provincia di Herat, in un attacco sono stati uccisi ben 20 tra agenti di polizia e militari afghani. Un’azione compiuta, secondo le forze di sicurezza di Kabul, da un gruppo di talebani. Poche ore dopo, gli americani hanno risposto con un raid compiuto nella provincia di Helmand: “Questo è il nostro primo attacco contro i talebani in 11 giorni – ha commentato su Twitter Sonny Leggett, portavoce dell’esercito Usa in Afghanistan – Noi manteniamo il nostro impegno per la pace. Tuttavia, abbiamo la responsabilità di difendere i nostri partner afghani”. Due episodi, quelli sopra descritti, che sembravano segnare la fine prematura del percorso avviato appena quattro giorni prima a Doha. Quell’intesa, con il quale americani e talebani si sono impegnati a porre fine alla guerra iniziata nel 2001 con l’intervento Usa attuato in risposta agli attacchi dell’11 settembre, ha previsto tra le altre cose una tregua di sette giorni.

Una settimana senza attacchi da parte degli islamisti, terminata la quale allora sarebbe stato possibile avviare il percorso previsto dagli accordi. L’attacco ad Herat ed il successivo raid Usa, non hanno lasciato quindi presagire nulla di positivo in tal senso. Tuttavia nelle scorse ore Sediq Sediqqi, portavoce del governo afghano, ha confermato che il presidente Ghani è pronto a scarcerare i primi 1.500 talebani. Si inizierà sabato, con primi gruppi che di volta in volta verranno rispediti a casa. Successivamente, quando si apriranno le trattative tra governo ed islamisti, le porte delle carceri si apriranno per altri 3.500 miliziani. In questo modo, verrebbe mantenuto quanto previsto dal primo punto degli accordi di Doha, il quale prevede per l’appunto la liberazione di 5.000 prigionieri in cambio di un miglioramento delle condizioni generali di sicurezza nel paese.

L’attacco dello scorso 4 marzo, è stato evidentemente visto come un episodio isolato o comunque attuato da un gruppo collegato ai talebani non direttamente controllato dai vertici dell’organizzazione islamista. Per questo il governo di Kabul ha deciso di procedere con le prime liberazioni di prigionieri, ponendo i presupposti per un prossimo avvio dei colloqui diretti con i talebani.

Gli Usa iniziano il ritiro

Contestualmente all’annuncio del presidente afghano, nelle scorse ore sono stati registrati i primi movimenti di truppe americane propedeutici all’avvio del ritiro dal paese. Secondo l’accordo di Doha, i 14.000 soldati Usa dovrebbe lasciare l’Afghanistan entro 14 mesi. Il primo passo è quello di ritirare dal paese 8.600 militari entro il prossimo mese di luglio. In una base della provincia di Herat ed in altre località della provincia di Helmand, fonti americane hanno annunciato le prime dismissioni di alcuni avamposti. Segno di come dal Pentagono sia arrivato l’ordine di avviare un primo graduale ritiro da alcune province.

Forse, più che dal Pentagono le pressioni in tal senso sono arrivate dalla Casa Bianca. Per Donald Trump, in vista della campagna elettorale per le presidenziali del 2020, il ritiro dall’Afghanistan potrebbe rappresentare un punto cruciale a suo favore. Il tycoon newyorkese ha sempre avuto tra i suoi cavalli di battaglia proprio il ritiro delle truppe americane da molti scenari considerati, in special modo dai suoi elettori, oramai lontani dalle priorità statunitensi. Se entro luglio più della metà del contingente Usa in Afghanistan sarà davvero tornato a casa, Trump avrà una carta in più da giocarsi nella sfida per la rielezione.

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