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La nuova fase della vita politica irachena è ufficialmente partita, ma almeno per il momento appare molto difficile la formazione di un nuovo governo. Il 20 agosto scorso Ilyad Al Samouk, portavoce della Corte Suprema federale dell’Iraq, ha comunicato la fine del lavoro dell’organo principale di giustizia nel Paese: i risultati delle elezioni dello scorso 12 maggio sono confermati e convalidati. Sono dovuti passare esattamente tre mesi prima del disco verde definitivo sui risultati e questo per via di diversi reclami. In particolare, diverse liste hanno contestato il nuovo sistema di conteggio elettronico e si è dovuto procedere con il riconteggio manuale delle schede. Adesso i nuovi eletti hanno 90 giorni di tempo per fissare la prima riunione della nuova legislatura

Un’unica certezza: sarà governo di coalizione

I risultati ufficializzati dalla Corte Suprema irachena sono gli stessi resi noti già nei giorni immediatamente successivi alle elezioni. A fronte di una bassa affluenza fermatasi al 44%, la coalizione uscita vincitrice è quella di Moqtad Al Sadr. Si tratta di un’inedita formazione che raggruppa lo storico leader sciita con il Partito comunista e che manda avanti un programma anti corruzione, con forti critiche all’operato degli uscenti esecutivi. Alle spalle di Al Sadr, si è piazzata la coalizione sciita filo iraniana e collegata alle milizie sciite che hanno combattuto l’Isis dal 2014 al 2017. Poi scorrendo si trova la formazione del premier uscente Al Abadi, quella dell’ex premier Al Maliki, poi ancora i curdi di Barzani ed i sunniti laici di un altro ex primo ministro, Ayad Allawi. In tutto sono circa una decina le coalizioni entrate nel nuovo parlamento, considerando altre formazioni curde, sciite moderate e sunnite. Appare ben evidente come, numeri alla mano e prima di ogni valutazione di natura politica, il prossimo sarà un governo di coalizione. Nessuno ha i numeri per formare da solo un esecutivo, ciò provoca non pochi timori circa i tempi di entrata in carica del futuro gabinetto di governo iracheno. 

L’attivismo di Al Abadi

Per adesso il leader politico più dinamico appare, quasi paradossalmente, quello uscito maggiormente ridimensionato dalle recenti elezioni: il premier Al Abadi. Leader di una formazione politica sciita definita moderata, distaccatosi gradualmente dalle posizioni del predecessore Al Maliki tanto da aver fondato un nuovo partito, è proprio la sua nomea di moderato a fare di Al Abadi un potenziale successore di sé stesso. Come riporta AgenziaNova, nei giorni scorsi a Baghdad il premier ha incontrato diversi leader politici al fine di individuare la giusta coalizione di governo. 

È lo stesso Al Abadi ad aver intavolato le trattative ed a dirigere le operazioni. Gli incontri più importanti sono stati con i due leader sciiti a lui più vicini: Moqtad Al Sadr, vincitore della maggioranza relativa, ed Ammar al Hakim. In realtà la lista di Al Sadr è nata proprio in contrapposizione all’attuale esecutivo, ma tra il leader sciita ed il premier uscente la sintonia è data dalla posizione in politica estera. Entrambi sono contrari ad un’eccessiva influenza dell’Iran, con Al Abadi fautore della politica di equidistanza tra Teheran e Washington ed Al Sadr, dal canto suo, addirittura molto vicino all’Arabia Saudita. Anche con Al Hakim si riscontrano maggiori sintonie in politica estera: la sua coalizione ha ottenuto pochi seggi ma potrebbe comunque essere decisiva per avere l’appoggio degli sciiti più moderati. 

Ma Al Abadi ha incontrato anche leader non sciiti. Spicca, in particolare, la riunione tenuta con Allawi e la sua lista di sunniti laici e moderati. Potrebbe sorgere di fatto un esecutivo a spinta sciita, ma con una matrice religiosa e settaria meno accentuata rispetto alle ultime compagini governative. Del resto, la diminuzione di partiti islamisti e l’unione di molti movimenti religiosi con partiti laici (come ad esempio la coalizione di Al Sadr con i comunisti) indicano come il paese potrebbe essere pronto a ritrovare una politica più propensa alla rappresentanza nazionale che settaria. L’attivismo di Al Abadi lo si può riscontrare anche in una notizia divulgata dallo stesso governo iracheno nell’ultimo giorno di agosto: Faleh al Fayyad, consigliere della sicurezza nazionale, è stato rimosso. 

Al Fayyad, oltre ad essere braccio destro di Al Abadi sulla sicurezza, è anche legato a doppio filo alle milizie sciite anti Isis e dunque alla coalizione piazzatasi seconda alle elezioni, vicina a Teheran. Dunque, il segnale appare chiaro: Al Abadi sta cercando di attrarre i partiti dei leader sopra menzionati convincendoli ad entrare nella coalizione. Sfruttando anche la sua esperienza al governo ed il riconosciuto ruolo di collante tra le varie anime politiche degli sciiti, il parlamento potrebbe dare a lui il compito di formare il nuovo esecutivo nonostante la sconfitta di maggio. 

Tutto comunque passa anche dai due partiti curdi: Barzani ha ottenuto 25 seggi, l’Unione Patriottica del Kurdistan 18, insieme le due formazioni curde possono disporre di 43 seggi vitali per l’appoggio a qualsiasi coalizione che verrà fuori dalle trattative. Ma la strada comunque appare in salita: il nuovo governo potrebbe non vedere la luce in tempi brevi.