Prove di dialogo in Libia: giallo sulla visita del generale Haftar

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Nessun aereo è decollato dalla base di Al Rajma alla volta di Tripoli. Il generale Haftar, contrariamente a quanto annunciato nella giornata di lunedì, non si è mosso dal suo quartier generale alle porte di Bengasi per visitare la capitale libica. Ma il fatto stesso che sia stata ventilata la possibilità di una visita dell’uomo forte della Cirenaica nell’ovest del Paese appare, in previsione futura, molto significativo. Una presenza di Haftar a Tripoli non è più un tabù. È questo forse il principale segno di un dialogo avviato tra lo stesso generale, il quale con il suo Libyan National Army (Lna) controlla l’est della Libia, e il premier Abdul Hamid Ddeibah, ramificato invece in Tripolitania.

Il dialogo tra Ddeibah e Haftar

Gli ultimi scontri di un certo peso a Tripoli sono stati registrati nello scorso mese di agosto. In quell’occasione, le forze fedeli a Fathi Bashaga, a capo di un governo designato unicamente dalla Camera dei Rappresentanti e non riconosciuto né a Tripoli e né all’estero, hanno provato un colpo di mano contro l’attuale premier Abdul Hamid Ddeibah. L’operazione non è riuscita e, da allora, oltre al consolidamento del potere di Ddeibah si è assistito all’instaurazione di un periodo di relativa calma nel Paese.

Bashaga è stato infatti gradualmente emarginato dalla vita politica e definitivamente “posato” dalla stessa Camera dei Rappresentanti. Fallito il suo tentativo di prendere la capitale con la forza, i vari attori dell’est della Libia hanno preferito percorrere altre vie. Lo stesso Haftar ha evitato di schierarsi durante gli scontri di agosto. E il suo è progressivamente diventato un ruolo diverso rispetto al passato, più improntato alla moderazione e meno invece all’azione militare. Tanto Ddeibah quanto Haftar hanno intuito, molto probabilmente, l’importanza di evitare ulteriori disordini e iniziare una fase di “congelamento” del conflitto.

E questo sia per interessi interni che internazionali. A livello interno, il premier libico e il generale sono ben consapevoli del fatto che nessuna delle forze sul campo è in grado di prevalere sull’altra. Di conseguenza, appare inutile avventurarsi in nuove battaglie potenzialmente inconcludenti. Sotto il profilo internazionale invece, c’è il profondo interesse degli Stati Uniti ad assistere a una riunificazione delle istituzioni libiche e a una nuova stabilizzazione del Paese. Washington è tornata non a caso a essere molto attiva nel dossier. A gennaio il capo della Cia William Burns ha incontrato sia Ddeibah che Haftar durante una visita lampo tra Tripoli e Bengasi. L’interesse Usa nasce dalla volontà di contenere l’influenza della Russia, presente con la Wagner nell’est della Libia.

I nodi della discordia

La consapevolezza del premier libico e del generale della Cirenaica dell’importanza di tenere congelato il conflitto, ha portato alla nascita di un dialogo tra Tripoli e Bengasi. Per questo non ha suscitato ampia sorpresa l’annuncio, rivelato dall’Independent Arabia, di un’imminente visita di Haftar nell’ovest della Libia. La smentita quasi immediata non ha scalfito più di tanto le posizioni. Forse è semplicemente ancora presto per vedere il generale a colloquio diretto con Ddeibah. Ciò non toglie però che tra le parti i discorsi proseguano.

Il capo dell’esecutivo e il leader dell’Lna sono d’accordo su due principi fondamentali: la Libia deve tornare ad avere un governo unitario e il Paese deve tornare quanto prima al voto. Ci sono però dei nodi intricati da sciogliere. Il primo riguarda la formazione di un nuovo esecutivo: Haftar è disposto a inviare propri uomini a Tripoli all’interno della compagine governativa, ma secondo il generale tutto deve avvenire dopo le dimissioni di Ddeibah. “Occorre accelerare – ha dichiarato Haftar in una nota ripresa da AgenziaNova – la formazione di un governo tecnico per supervisionare le elezioni”.

Ddeibah invece è restio a lasciare lo scettro. Il premier da agosto in poi ha rafforzato il proprio potere e la propria posizione. Pochi giorni fa ha anche lanciato operazioni militari, con tanto di raid effettuati con l’ausilio di droni, contro trafficanti, contrabbandieri e scafisti. Per l’attuale capo dell’esecutivo, lasciare adesso il posto darebbe spazio a un nuovo periodo di destabilizzazione. Forse, come sottolineato proprio su AgenziaNova, un compromesso potrebbe essere dato da un più semplice rimpasto all’interno dell’attuale governo.

C’è poi il nodo elezioni. Sia la Camera dei Rappresentanti insediata nell’est che l’Alto Consiglio di Stato insediato a Tripoli, nei giorni scorsi hanno approvato alcuni emendamenti alla futura legge elettorale. Inoltre un comitato composto da sei rappresentanti per parte dei due parlamenti, in Marocco sta elaborando due disegni di legge per l’elezione del capo dello Stato e per quella della futura assemblea legislativa. Al momento però non sono giunte chiare fumate bianche dagli incontri. Sussistono divisioni sulle modalità di svolgimento delle elezioni e sui regolamenti per le candidature. Nodi non semplici da sciogliere in tempi brevi.

L’Italia guarda interessata

L’incontro tra Ddeibah e Haftar potrebbe comunque essere solo un appuntamento rimandato. Il dialogo tra le parti sta proseguendo, seppur con tempistiche per il momento poco certe. Un eventuale accordo tra i due vedrebbe l’Italia più che favorevole. La stabilizzazione della Libia è uno dei principali obiettivi della nostra diplomazia.

Un discorso che vale sia per l’attuale governo che per i precedenti. Assistere a un congelamento del conflitto e a un percorso politico governato dai due principali attori libici, è quindi un ottimo segnale per Roma. Da Palazzo Chigi e dalla Farnesina si osserva con attenzione l’attuale fase libica, in attesa di eventuali future novità.