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L’ultimo anno è stato attraversato in politica internazionale da due eventi capaci di calamitare l’attenzione: il ritorno dei talebani in Afghanistan e la guerra in Ucraina. Quest’ultima ha ovviamente offuscato quanto accaduto in terra afghana lo scorso mese di agosto, ma non per questo il conflitto nel Paese eternamente il lotta può dirsi superato e concluso. Al contrario, la tenuta del potere da parte dei talebani non sembra così scontata. La chiusura dei cordoni della borsa da parte dell’occidente da un lato e la riorganizzazione dell’opposizione dall’altro, potrebbero nei prossimi mesi portare a nuove escalation.

Massoud si riorganizza

A fine agosto, a circa due settimane dalla caduta di Kabul in mano agli studenti coranici, anche l’ultima resistenza nella valle del Panshir è stata domata. Per l’intero Afghanistan è stato forse quello il vero segnale della vittoria talebana. Mai quella valle era stata espugnata. Né dai sovietici negli anni ’80, né dagli stessi talebani durante gli anni del primo emirato. Qui ha sempre resistito la milizia tagika fedele ad Ahmad Shah Massoud, il “leone del Panshir”, il principale oppositore al regime talebano tra il 1996 e il 2001, anno in cui è rimasto ucciso in un attentato il 9 settembre, due giorni prima dell’11 settembre 2001. Quando gli studenti coranici hanno ripreso Kabul il giorno dello scorso ferragosto, il figlio ed erede Ahmad Massoud aveva provato a organizzare una resistenza. Ma è durata poco, appena quindici giorni. Senza il supporto statunitense e con i marines Usa che oramai avevano lasciato l’Afghanistan, continuare la battaglia era impossibile. Ahmad Mossoud però non si sarebbe mai del tutto arrestato.

Sarebbe fuggito in Tajikistan subito dopo e lì si troverebbe ancora oggi. Da qui, secondo diverse fonti dell’intelligence Usa, potrebbe già adesso provare a costituire un’opposizione. Alcuni segnali in tal senso sono arrivati nelle ultime settimane. In 8 delle 34 province afghane i talebani hanno subito attacchi e attentati. Una guerriglia a bassa intensità per il momento, ma che comunque smentisce la propaganda dell’emirato che presenta il “nuovo” Afghanistan come un Paese riappacificato sotto il loro controllo. Per gli studenti coranici gli attacchi potrebbero significare l’apertura di un nuovo fronte militare, in grado di fare il pari con quello già aperto in estate contro l’Isis-K, la costola locale dello Stato Islamico da sempre in pessimi rapporti con i talebani.

Gli attacchi non riconducibili ai miliziani islamisti, sarebbero invece riferibili a un embrione di quella che potrebbe essere una riedizione della cosiddetta “Alleanza del Nord“, il fronte comandato da Ahmad Shah Massoud fino alla sua morte e in seguito sostenuto dagli Usa in funzione anti talebana.

In che modo si sta organizzando la resistenza

La mancata evacuazione di tutti gli ex generali dell’esercito afghano scioltosi davanti l’avanzata talebana, a distanza di mesi si sta rivelando uno svantaggio tattico per gli stessi nuovi padroni di Kabul. Per i membri delle ex forze armate afghane, vivere nel nuovo emirato è pressoché impossibile. Da un lato non possono scappare, dall’altro vengono ancora perseguitati dai talebani. Su Repubblica Stefano Pontecorvo, ex ambasciatore Nato in Afghanistan, ha evidenziato come almeno due ex generali siano stati uccisi dagli studenti coranici nelle ultime settimane. Omicidi del genere, fatti a sangue freddo e attuati da militanti talebani che prelevano i soggetti direttamente dalle proprie abitazioni e davanti agli occhi dei familiari, se ne sarebbero contati almeno una decina soltanto dall’inizio del 2022. L’unica via quindi per gli ex generali è tornare a imbracciare le armi e combattere contro l’emirato. Ahmed Massoud sta ripartendo proprio da questo. Il suo obiettivo è assoldare tutti gli uomini che hanno come unica strada quella di aderire all’opposizione.

Tra questi ci sarebbero non solo tagiki e membri delle minoranze, ma anche pasthun. Ossia membri della stessa etnia dei talebani, la quale corrisponde a quella predominante nel Paese. Parte del successo talebano lo si deve proprio alla popolarità negli anni assunti tra i pasthun. Se dovessero esserci crepe tra la popolazione più vicina agli estremisti islamici, per l’emirato la situazione potrebbe senza dubbio complicarsi. Qualche nome di ex esponenti del governo franato ad agosto si fa già. C’è quello ad esempio dell’ex ministro degli Esteri Atmar, anch’egli pasthun e molto influente tra i servizi di intelligence della repubblica crollata con l’avanzata talebana. Atmar, per via del suo ruolo nel passato Stato afghano, sarebbe in grado di attrarre verso l’opposizione molti ex generali la cui vita oggi è minacciata. Poi ci sono i nomi di Yasin Zia e Sami Sadat, anche loro ex esponenti di spicco dell’ex esercito. Si troverebbero fuori dal Paese e intenzionati a prendersi una vendetta contro i talebani. Tanto più che Yasin Zia è tra i pochi a poter vantare una vittoria contro gli studenti coranici, avendo guidato le allora truppe governative afghane nella riconquista di Kunduz, occupata dai talebani nel 2015.

Volti, nomi ed esperienze che potrebbero rilanciare la sfida ai padroni dell’emirato afghano. I quali, oltre alla pressione militare, nei prossimi mesi potrebbero temere anche quella economica. La popolazione è con pochi aiuti a disposizione, l’economia è ancora ferma e alla gente sta iniziando a mancare ogni genere di prima necessità. Un mix che potrebbe agevolare l’apertura di brecce nel cuore dell’emirato da parte dell’opposizione.

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