“Prima finisce, prima la gente smette di morire”. Parla la madre di un soldato ucraino

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Da oltre tre anni ormai, la guerra tra Russia e Ucraina è entrata nella nostra quotidianità: se ne parla e se ne legge sui media, nei telegiornali e nei salotti del talk-show e ognuno ha la sua versione e narrazione. A volte accorata, a volte superficiale, ma per nostra fortuna la guerra resta ancora materialmente lontana da noi. Ma cosa significa, allora, vivere davvero la guerra in prima persona? Cosa significa viverla e sapere che ha cambiato per sempre il destino dei tuoi cari e della tua famiglia?

“Agni” – un nome di fantasia per ovvie ragioni di tutela della privacy – è la madre di un soldato. Donna e madre ucraina, è arrivata in Italia 25 anni fa. Come tante persone dopo il crollo dell’Unione Sovietica negli anni Novanta, è emigrata in Europa occidentale. Oggi Agni ha però una famiglia spezzata: una figlia qui, in Italia, e un figlio là, in Ucraina, sul fronte orientale presso Donetsk. Parlare di “fronte orientale” oggi, nel 2025, fa un certo effetto. Ma del resto, dirlo e realizzarlo è un primo passo per cercare di capire l’impatto e la concretezza della guerra, senza banalizzare i fatti.

Il figlio di Agni è un soldato come tanti, un padre di famiglia per cui la guerra è diventata un’esperienza di vita quotidiana. Un’esperienza che riguarda anche il nipote di Agni, anch’egli soldato, rimasto ferito al fronte, così come i nipotini, ancora bambini. Agni ci racconta di un’Ucraina deserta, di città e villaggi dove sono rimasti solo anziani e donne sole e ci racconta del suo nipotino, un bambino che frequenta le scuole elementari, che in questi tre anni ha sviluppato una forma di ansia e paura per i continui attacchi e le sirene che derivano dalla guerra, al punto da voler dormire nei rifugi antiaerei.

“Per me l’importante è che si fermi la guerra, che la gente torni alla propria vita normale, serena, senza vivere nel perenne terrore di perdere tutti i propri cari”, ci dice Agni, con una speranza e una forza incredibili, con un dolce e commozione nella voce tremante dove non possiamo che ammirare la sua tenacia. Eppure, la sua testimonianza svela una cruda realtà: oggi più che mai, raggiungere la pace è un fatto necessario per tutti. Soprattutto per gli ucraini. Una pace vera e duratura.

Soldato delle forze armate ucrane in Donetsk, 2025

Agni, quanti anni ha tuo figlio?

“Ne ha quasi 33, è padre di due figli”.

Dunque, è un padre giovane, ha figli molto piccoli?

“È diventato padre da ragazzo: la figlia ha 13 anni, il maschio va alle scuole elementari. Ora tutta la famiglia vive lì, in Ucraina. Quando nel 2022 è iniziata l’invasione russa, sarebbero dovuti venire in Italia, ma alla fine hanno preferito restare lì”.

Dall’inizio dell’invasione del 2022 ad oggi, a causa della legge marziale, gli uomini non possono lasciare l’Ucraina. Lui è andato a combattere come volontario, oppure è stato chiamato?

“Nell’aprile del 2023 è stato arruolato, non era volontario. Per alcuni mesi ha seguito un addestramento specifico nell’Ucraina occidentale, dalle parti di Chernivtsi, poi è andato a combattere. Non aveva una formazione come militare, ma gli è stato spiegato dalle basi, come usare un fucile, un carro armato… Noi da qui lo abbiamo vestito”.

In che senso? Avete pagato l’uniforme di tasca vostra?

“Sì, abbiamo comprato tutto”.

Non è stata fornita dalle forze armate ucraine?

“No, o meglio, nel tempo l’esercito ha fornito divise e “materiali”, ma è anche capitato che alcuni ricevessero vestiti e scarpe della misura sbagliata, quindi noi, qui in Italia, tra amici e conoscenti abbiamo fatto delle raccolte per mandare in Ucraina il necessario. Ci sentiamo e ci aiutiamo a vicenda, non è una cosa che riguarda solo mio figlio. Quando sono al fronte, a volte può essere utile ricevere qualcosa, anche pacchi di cibo, per esempio, perché non si può vivere per mesi solo con scatolette di fagioli. E poi in alcuni casi la situazione è drammatica”.

Cioè?

“Mio figlio mi ha raccontato di situazioni in cui hanno vissuto con i topi in alcune aree. Poi hanno avuto anche delle situazioni di emergenza, abbiamo dovuto mandare loro anche dei kit di primo soccorso, che abbiamo preso qui, in Italia. In alcuni casi, mio figlio e altri soldati si sono dovuti pagare le medicine da soli, di tasca propria”.

Perché da soli? Non è garantita assistenza medica gratuita per i soldati, o una forma di assistenza attraverso la sanità pubblica?

“La sanità pubblica esiste ancora, ma alcuni si pagano le medicine da soli per necessità. Solo ad alcuni è concesso di non pagare per i servizi, ovvero a coloro che fanno parte dell’esercito, delle forze armate ucraine. Mio figlio combatte, ma fa parte di un altro corpo, quello della Guardia Nazionale legata al ministero dell’Interno, e quindi, anche se ha combattuto e combatte, non è considerato parte dell’esercito, per cui non ha diritto alla sanità pubblica per tutto”.

Questo però è paradossale. Forse c’è un problema a monte, perché nonostante gli aiuti militari e umanitari forniti all’Ucraina, non vengono distribuiti a tutti capillarmente?

“A volte c’è la sensazione che qualcuno si intaschi i soldi, alcuni dicono i comandanti. Mi è stata raccontata anche la storia di un soldato che, dopo essere morto al fronte, insomma, la moglie aveva notato che qualcuno, sei mesi dopo la morte, prelevava dal suo conto in banca. Sì, è paradossale”.

Corpo della Guardia Nazionale ucraina

Tuo figlio è al fronte anche ora, in questo momento. Da quanto tempo? Ha avuto dei periodi di riposo?

“È stato al fronte per molto, ma poi è stato ferito in battaglia e ha perso l’udito a un orecchio ed è in attesa di essere operato. Intanto però, è già tornato sul campo di battaglia. Ha ricevuto una promozione, e ora dirige le operazioni, non potendo combattere direttamente a causa dei problemi di udito”.

Non gli è stata riconosciuta una qualche forma di disabilità, in quanto ferito in guerra?

“Diciamo di sì, ma quando è stato ferito è rimasto in ospedale, perché aveva anche una contusione e poi è tornato a combattere, anche se siamo in attesa che venga operato all’orecchio. Non gli è nemmeno stato permesso di andare a vedere i suoi figli, perché ha perso il “turno” di riposo quando gli spettava, dato che si trovava in ospedale”.

Quindi le regole sono molto rigide. Riuscite a sentirvi tranquillamente al telefono? Come fai a sapere quando è opportuno parlare?

“Non bisogna mai chiamare, perché se chiamo nel momento sbagliato, rischio di mettere in pericolo lui e tutti gli altri con lui. Anzi, è già successo con alcuni ragazzi. La chiamata può essere rintracciata e geolocalizzata dal nemico, e possono essere bombardati. Quindi io mando messaggi, quelli non vengono intercettati”.

In Italia una cosa che aveva colpito molto negativamente l’opinione pubblica era il fatto che nemmeno nel giorno di Natale gli attacchi fossero stati interrotti. So che il Natale ortodosso in Russia è festeggiato tradizionalmente il 7 gennaio; era così anche in Ucraina, ma dal 2023 su volere del presidente ucraino Zelensky è stato adattato al calendario della Chiesa cattolica, dunque al 25 dicembre. Tuo figlio, e in generale gli altri, non hanno dei periodi di riposo nei festivi?

“Mio figlio in tre anni, in totale, ha fatto solo un mese di riposo. Avrebbe diritto a un mese all’anno, ma non viene rispettato quasi mai. Non ha avuto risposo, né ferie, nemmeno quando è mancata mia mamma. Ha avuto solo tre giorni di lutto per andare al funerale, nel periodo di Pasqua, per seppellire la nonna. Ma non c’è mai tregua, né a Pasqua, né a Natale… Per questo, una volta che era di “riposo”, quando era stato ferito, mi aveva detto: “Mamma, preferisco tornare dove ci sono i combattimenti, perché almeno sento qualcosa, mentre qui [nella città natale nda], mi sento come se fossi un cane. Non ce la faccio a vivere in queste condizioni disumane”. Gli avevano dato tre giorni di lutto, anche se aveva diritto a chiederne dieci, per stare coi parenti, ma non glieli hanno dati; il suo comandante temeva potesse scappare, al punto di dirgli che se non fosse tornato entro quei tre giorni, lo avrebbe denunciato come disertore. Un disertore può anche finire in carcere, ma soprattutto, può essere mandato sulla prima linea del fronte”.

Puoi dirmi lui, in questo momento, in quale regione si trova?

“Nella regione di Donetsk. Da quando è partito nel 2023 è stato in varie regioni: Donetsk, Zaporizhzhya, Dnipro… Ma non mi dice molto, spesso mi dice che meno so, meglio è. Non è uno che parla molto di quello che fa come soldato. Ho anche un nipote, figlio di mio fratello, e anche lui è stato al fronte, anche se non avrebbe nemmeno dovuto essere lì, dato che aveva dei problemi fisici sin da bambino. A lui le forze armate lo hanno praticamente …preso e abilitato. Anche lui è stato ferito lo scorso anno, molto gravemente”.

Cosa gli è successo?

“È stato ferito anche lui in battaglia, ma alla gamba. Purtroppo, però, in alcune zone, i soccorsi non possono intervenire immediatamente. Se succede di notte, per esempio, bisogna aspettare l’indomani. Lui aveva fatto un corso di primo soccorso e un altro corso preparatorio come infermiere e praticamente si è “auto medicato”, solo che dopo 24 ore aveva la gamba in cancrena. Gliel’hanno dovuta amputare fin sopra al ginocchio”.

Quanti anni ha lui?

“Ne ha 40. Anche lui è giovane. Vista la situazione è stato giudicato come “invalido”, ma non è sempre così: se qualcuno perde una gamba, ma sotto al ginocchio, viene considerato come ancora “valido” e capace di stare al fronte”.

Due donne anziane a Mariupol, 2022

Hai detto che è stato preso dalle forze armate: è un tema molto delicato, ma oggi su Internet, sempre più spesso, ci sono dei video che mostrano gli arruolamenti forzati degli uomini in Ucraina. Video che sono arrivati anche in Italia. Che cosa ne pensi?

“È una situazione drammatica. Dalle parti di casa mia, nell’Ucraina occidentale, molti sono stati “portati via” e sono morti, oppure sono fuggiti. Chi ha potuto è fuggito via immediatamente, nel 2022, ma adesso è sempre più difficile. Io come madre di un figlio che combatte, non giudico, ma mio nipote una volta mi ha scritto: “Zia, ho paura, non voglio partire, non voglio morire”. Le nostre regioni, in Ucraina, sono praticamente deserte, svuotate dalla gente. Ci sono solo persone anziane e donne sole.

Ho visto anche io questi video, e lo capisco, perché non ci sono più uomini da mandare al fronte, ma per me è inaccettabile. Ho sentito che alcuni pagano i comandanti migliaia di dollari, per non essere arruolati, ma non è una garanzia. Mio figlio ora non può lasciare l’esercito e diciamo che, quando è cominciata la guerra, non ha voluto ascoltarmi e venire qui, ma col senno di poi invece mi ha detto: “Se qualcuno me l’avesse detto, se qualcuno mi avesse aperto gli occhi, sarei andato via [dall’Ucraina nda]”. Lui credeva di fare la cosa giusta combattendo per la sua patria, per non nascondersi, ma è stata una scelta difficile.

Adesso si parla di trattative di pace, tu come madre di un soldato, cosa ti aspetti?

Trovo ingiusto che l’Ucraina debba cedere, ma vorrei anche che tutto finisca il prima possibile. Poi mi rendo conto che non saremo noi a decidere, ma che tutto forse è già stato deciso, “manipolato”, con la corruzione. Quindi per me, è meglio se decidono prima, se finisce prima, almeno smette di morire gente. Ho ancora i miei nipoti lì, e la ragazzina di 13 anni ora è più serena, ma il maschietto quando sente le sirene sta male, non riesce a dormire e vuole andare nei rifugi antiaerei.

In questo momento, secondo te, c’è fiducia verso il governo in Ucraina, o si spera in un cambiamento?

“Io non sono né pro, né contro Zelensky, all’inizio lo consideravo come una persona finalmente “nuova”, e speravo potesse cambiare le cose per il meglio, ma ora penso che comunque, anche per chi arriverà dopo, tutto sarà già deciso. Noi ucraini possiamo anche andare a votare, ma abbiamo poca fiducia. Per me l’importante è che si fermi la guerra, che la gente torni alla propria vita normale, serena, senza vivere nel perenne terrore di perdere tutti i propri cari”.

Tu vivi in Italia da quasi 25 anni. Quando la guerra è scoppiata nel 2022, con l’invasione russa, in Italia tutti erano increduli. Tu da ucraina ti saresti mai aspettata che potesse succedere?

“Sì, lo sapevamo. Io parlo per me, ma già dopo l’indipendenza dell’Ucraina nel 1991, con il primo mandato di Putin, ci aspettavamo una possibile guerra. Sapevamo che prima o poi l’Ucraina avrebbe potuto essere attaccata. Io non sono una persona che si occupa di politica, ma questa paura c’era già”.

Perché? Come te lo spieghi?

“Per i vecchi richiami dell’Unione Sovietica. Ogni popolo ha i suoi pro e i suoi contro, i suoi aspetti “belli” e quelli “brutti”, però rispetto al popolo russo, il popolo ucraino, anche se oggi è ormai sparso, disperso, è rimasto comunque molto unito, forte e orgoglioso della propria identità. Comunque, per me, l’Ucraina avrà un bel futuro”.