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Detenuti legati ai letti, bendati e obbligati a portare i pannoloni perché impediti a usare il bagno. Non c’è spazio per la dignità umana nelle carceri israeliane, dove silenziosamente si stanno commettendo abusi difficili da immaginare e impossibili da giustificare. La notizia è rimbalzata su molti media esteri, tra cui la CNN che svela i dettagli di quello che chiama “l’oscuro centro di detenzione”. Il riferimento, nella fattispecie, è alla prigione di Sde Teiman, che sorge nel deserto del Negev, a Sud del paese e a trenta chilometri dalla frontiera di Gaza.

Le condizioni disumane dei prigionieri

Una fonte israeliana, che ha lavorato come medico nel centro di detenzione di Sde Teiman, ha scattato due fotografie, “diapositive di una scena che continua a perseguitarlo”. Ci sono file di uomini seduti, immobili, esposti ad una luce artificiale a tutte le ore del giorno e della notte, ma che loro non possono vedere perché sono bendati. I prigionieri hanno il divieto di parlare e quando mormorano qualcosa, le guardie gridano “uskot”, “zitti” in arabo. Di tanto in tanto, senza alcuna giustificazione, “si registrano pestaggi, che non hanno lo scopo di raccogliere informazioni, è pura vendetta – ha affermato un altro informatore anonimo alla CNN. I palestinesi vengono picchiati per ciò che alcuni di loro hanno fatto il 7 ottobre”.

Altre testimonianze, riportate dal New York Times, oltre a ripetere questi stessi resoconti, aggiungono inquietanti episodi di violenza sessuale, compresi stupri e casi in cui i detenuti sono stati costretti “a sedersi su bastoni di metallo che causavano sanguinamento anale e dolore insopportabile”.

Il carcere, che otto mesi fa fungeva da base militare, è diviso in due zone: la prima, dove sono detenuti circa settanta palestinesi all’interno di un recinto di filo spinato; la seconda, che è attrezzata come ospedale da campo. La descrizione di questa area supera ogni orrida immaginazione: “I feriti sono legati ai letti, viene impedito loro di alzarsi e per questo sono obbligati ad indossare dei pannoloni”. E ancora “vengono alimentati con cannucce”. La conclusione la trae lo stesso informatore israeliano, che afferma “li hanno spogliati di tutto ciò che li rendeva esseri umani”.

E quando l’emittente televisiva statunitense ha chiesto delucidazioni in merito a quanto divulgato dagli informatori sulla condizione disumana del carcere nel Negev, l’IDF [Israel defense force] si è difeso con il consueto comunicato in cui afferma che “l’esercito garantisce una condotta adeguata nei confronti dei detenuti in custodia. Qualsiasi accusa di cattiva condotta da parte dei soldati dell’IDF viene esaminata e trattata di conseguenza”. Insomma, il solito disco rotto, puntualmente smentito dal fatto che, come riporta Haaretz, solo l’1% delle indagini interne dell’IDF si conclude con un procedimento giudiziario.

“Siamo visti come animali, non come esseri umani”

Oltre agli informatori succitati, anche altri hanno visto con i propri occhi quel che accade nel deserto del Negev. Tra questi Mohammed Al-Ran, medico chirurgo dell’ospedale indonesiano di Gaza.

Ebbene, Al-Ran è stato catturato il 18 dicembre, nella struttura di Al-Ahli, a Gaza City, dove si era recato per prestare servizio – dato che l’Indonesian Hospital è stato uno dei primi a chiudere per ordine dell’IDF. Quando i soldati lo hanno preso, lo hanno spogliato completamente, bendato, legato e caricato sul retro di un camion. Il medico ha dichiarato che con lui c’erano “altri detenuti seminudi ammucchiati gli uni sopra gli altri, mentre venivamo portati in un campo di detenzione in mezzo al deserto” [presumibilmente quello di Sde Teiman].

“Al-Ran è stato trattenuto in un centro di detenzione militare per 7 giorni”, dopodiché, a seguito di un lungo interrogatorio, le autorità del campo lo hanno scagionato da sospetti legami con Hamas. Ciononostante, il medico palestinese non è stato rilasciato, ma è rimasto in prigione per altri 37 giorni, con un compito ben preciso. I soldati “gli hanno ordinato di fare da intermediario tra le guardie e i prigionieri”. Un ruolo, quest’ultimo, noto come “shawish”, ovvero supervisore, in volgare arabo. E proprio per questa “promozione”, ad Al-Ran è stato concesso un privilegio speciale: gli è stata tolta la benda. Quando, dopo una settimana di buio, ha finalmente riaperto gli occhi, quel che ha visto “per lui è stato come un altro tipo di inferno”. “Parte della mia tortura è stata vedere come le persone venivano torturate”, ha dichiarato Al-Ran. “All’inizio non potevi vedere la tortura, la vendetta, l’oppressione”. Poi però, prosegue l’ex prigioniero, “quando mi hanno tolto la benda, ho preso coscienza della portata dell’umiliazione. Ho capito che ci vedevano non come esseri umani, ma come animali”.

Al-Ran, nei vari spostamenti, dalla cattura al rilascio, è sempre stato bendato, e non può sapere se il carcere dove ha passato un mese e mezzo di prigionia sia effettivamente il centro militare del Negev (lo stesso raccontato dagli informatori israeliani). Tuttavia, la descrizione della variazione della temperatura, l’escursione termica tra giorno e notte, e il modus operandi dei soldati, fanno credere “che si tratti della medesima struttura”. E cioè un posto dimenticato da Dio e dagli uomini.

Detenuti operati senza anestesia

Un altro macabro episodio si aggiunge a quanto riportato finora. E, ancora una volta, le testimonianze di chi operava all’interno del carcere israeliano raccontano di una totale violazione dei diritti umani.

Un testimone, un altro medico dell’ospedale da campo di Sde Teiman, ha descritto le condizioni disumane in cui versano i pazienti. Sono tutti nudi, bendati e alla mercé dei loro carcerieri. “Se immagini di non poterti muovere – racconta la fonte – di non poter vedere cosa sta succedendo e di essere nudo, questo ti lascia completamente esposto. Credo che sia una violenza psicologica”. Ma non è tutto. “Mi è stato chiesto di fare delle operazioni che non ero in grado di fare, non rientravano nella mia specializzazione” ha confessato il testimone, aggiungendo che “ciò veniva spesso fatto senza anestesia”. “Dovevo procedere, e quando si lamentavano per il dolore, gli somministravamo del paracetamolo”. Il solo fatto di stare lì, conclude il medico, “mi faceva sentire complice degli abusi”. Qualcosa di simile a un tirocinio chirurgico su persone vive e senza anestesia.

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