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Nell’ottobre del 1996, durante un assemblea generale delle Nazioni Unite, è stato presentato un rapporto dal titolo: “Rapporto della commissione speciale per indagare sulle pratiche israeliane che pregiudicano i diritti umani del popolo palestinese e degli altri arabi dei territori occupati”. Già nel 1996 un capitolo del rapporto era dedicato al trattamento dei detenuti. Allora le strutture di reclusione erano sei in tutto il territorio, venti in meno di quelle che troviamo oggi.

Nel rapporto UN, dal capitolo 550 in poi si trovano decine di testimonianze di detenuti palestinesi. Ne riprendiamo due: “Per quanto riguarda la questione dei prigionieri malati, tutte le prigioni e i centri di detenzione israeliani non dispongono di strutture sanitarie minime. Non esiste assistenza medica quotidiana. L’assistenza medica è limitata a un infermiere che effettua un esame formale dei pazienti e prescrive una semplice pillola a tutti loro, per un totale di almeno 350 detenuti, perché richiederebbero un servizio medico quotidiano in ospedale. C’è chi soffre di ipertensione o ipotensione, varie patologie cardiache, vari problemi polmonari, disturbi del tratto gastrointestinale, malattie renali. Un gran numero di pazienti necessita anche di cure psichiatriche”. Non solo condizioni sanitarie, ma anche fame: “Le carceri sono piene. A Meggido ci sono più prigionieri nelle tende che nelle stanze. Il cibo è il cibo peggiore che i prigionieri abbiano mai ricevuto. Ogni giorno fanno lo sciopero della fame nell’una o nell’altra sezione, nell’una o nell’altra prigione”.

Si può essere arrestati senza un vero capo di accusa? Quanti anni di carcere deve scontare un palestinese solo per aver lanciato una pietra? Dodici anni è l’età in cui un ragazzino palestinese finisce in carcere, sono oltre 700 ogni anno. Queste sono solo alcune sfumature della gigante macchina punitiva israeliana che da oltre 40 anni deporta, tortura e imprigiona migliaia di palestinesi. La maggior parte di loro resta in prigione senza accusa e senza una vera condanna per anni.

Pochi mesi fa avevano fatto clamore le fotografie dei detenuti palestinesi in Gaza arrestati, bendati e legati dai militari israeliani e portati nel carcere di Sde Teman, a Est della Striscia, nel Sud di Israele.

Moti Milrod/Haaretz/ Associated Press

Negli anni, sono migliaia gli articoli di organizzazioni umanitarie, testate investigative e istituzioni che hanno denunciato le gravi violazioni dei diritti umani in atto in Palestina. Nel precedente articolo di questo dossier abbiamo già raccontato le atroci condizioni di tortura fisica e mentale a cui sono sottoposti i detenuti palestinesi. Dalla grande mole di articoli che si possono trovare online – abbiamo raccolto alcuni titoli nella grafica in basso – appare un dato chiaro: quello di Israele è un sistema preciso di punizione, tortura e repressione.

Il sistema israeliano: 26 carceri in tutto il territorio

Tra Palestina, Israele e Territori palestinesi illegalmente occupati da Israele, secondo gli ultimi dati di Addameer, organizzazione che si batte per i diritti dei prigionieri palestinesi, sono presenti 26 prigioni israeliane che hanno lo scopo di tenere in stato di reclusione i detenuti palestinesi. Le carceri sono sparse su tutto il territorio, sia israeliano sia palestinese, da Nord a Sud. Nella cartina in basso è possibile visualizzare la posizione esatta di ogni istituto di reclusione. Le carceri israeliane non sono carceri abituali, nelle quali si viene portati dopo aver commesso un reato. Sono carceri in cui oggi si trovano ragazzi giovani, donne, prigionieri politici, vecchi.

Negli anni Israele, sotto il comune denomitare del terrorismo, ha arrestato e deportato in queste prigioni migliaia di palestinesi. Alcuni ragazzi sono stati arrestati tra le età di 12 e 13 anni. Israele, come è noto, ha occupato e trasformato centinaia di territori palestinesi in residenze israeliane. Alcune di queste sono diventate delle carceri. È il caso di Huwara, che un tempo era una zona residenziale palestinese nel cuore della Cisgiordania occupata. Oggi invece è una zona militare israeliana vietata ai palestinesi. Si legge su National News Mena: “Huwara è quasi un simbolo della Cisgiordania oggi, circondato da insediamenti israeliani ritenuti illegali secondo il diritto internazionale, mentre i suoi residenti richiedono il permesso dell’esercito israeliano per attraversare persino la strada principale”.  

Posizione delle prigioni israeliane

Andare in prigione senza accusa e senza condanna

OsservatorioDiritti nel 2019 scriveva che le carceri israeliane raccoglievano oltre 5.000 palestinesi. Questo numero oggi è aumentato esponenzialmente. Infatti Addameer, organizzazione palestinese che si batte per i diritti dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, se a novembre 2019 stimava che dentro le carceri i detenuti in regime di amministrazione detentiva erano 400, oggi, con un forte aumento dopo i fatti del 7 ottobre, sono 3410. Perchè è importante sottolineare il regime di amministrazione detentiva?

Il regime di amministrazione detentiva è il metodo più crudele per mantenere in prigione un cittadino senza imputazione di reato e senza termini di scadenza dell’arresto, tradotto in parole semplici, la persona si trova in carcere senza che gli sia stato contestato un reato e senza sapere quanto tempo dovrà rimanere dentro la prigione. Il regime di amministrazione detentiva a volte dura settimane e mesi, in molti altri casi dura anni.

L’amministrazione detentiva però non è stata introdotta di recente. Già nel rapporto UN del 1996 troviamo alcune frasi dedicate al tema dell’amministrazione detentiva: “Per quanto riguarda la detenzione amministrativa, le autorità militari israeliane continuano con la politica della detenzione amministrativa, vale a dire la detenzione per un periodo non superiore a 12 mesi, rinnovabile – e ciò senza che venga mossa alcuna accusa contro la persona e senza portarla in tribunale. Le autorità continuano a rinnovare gli ordini di detenzione amministrativa. Il numero totale dei detenuti attualmente in detenzione amministrativa ammonta a 372, di cui 92 hanno visto il loro periodo di detenzione rinnovato più di una volta. Tra loro c’è Osama Barah, il cui periodo di detenzione è stato rinnovato per la settima volta consecutiva. È in prigione ormai da 42 mesi. La detenzione di Ahmed Katamesh è stata rinnovata sei volte e lui è in prigione ormai da 36 mesi.

Immagini da 4 delle 26 carceri israeliane oggi attive.

I tribunali militari per giudicare i palestinesi

A raccontare il sistema che giudica e spedisce nelle carceri i prigionieri palestinesi è Addameer. “Una volta terminato il periodo di interrogatorio, i detenuti palestinesi della Cisgiordania vengono processati per la condanna e il tempo di reclusione da scontare in uno dei due tribunali militari israeliani attualmente operativi nei territori della palestina occupata: Salem, vicino a Jenin nella Cisgiordania settentrionale, e Ofer, nella Cisgiordania centrale, vicino a Ramallah. Entrambi i tribunali militari si trovano all’interno delle basi militari israeliane. All’interno di questi tribunali militari, gli ordini militari hanno sempre la precedenza sul diritto israeliano e internazionale. Nelle rare occasioni in cui il diritto internazionale viene usato, viene usato per favorire la potenza occupante. I giudici nei tribunali militari sono ufficiali militari in servizio regolare o di riserva. La maggior parte dei giudici non ha una formazione giudiziaria e molti hanno servito in precedenza come procuratori militari. I pubblici ministeri sono soldati israeliani in servizio regolare o di riserva nominati dal comandante dell’area; alcuni di loro non sono ancora certificati come avvocati sotto l’Associazione degli avvocati israeliani”.

Addameer racconta anche il dramma dei prigionieri-ragazzi: “La responsabilità penale inizia all’età di 12 anni sia per i palestinesi che per gli israeliani. Tuttavia, i palestinesi sotto il sistema giudiziario militare vengono processati da adulti all’età di 16 anni, mentre il sistema giudiziario israeliano fissa la maggiore età a 18 anni. (2) Mentre la legge e gli ordini di polizia israeliani prevedono che i bambini detenuti in Israele debbano essere interrogati solo da agenti di polizia appositamente addestrati per il compito, i bambini palestinesi sono interrogati dalla polizia o dagli agenti dell’ISA, in situazioni che sono altamente intimidatorie, mancano di alcuna forma reale di supervisione e sono ricchi di abusi. La maggior parte dei ragazzi finisce in carcere per lanci di pietre”.

Dietro le sbarre di Eschel – In prigione a 13 anni

Ahmad Manasra oggi è un giovane palestinese di 22 anni e si trova nel carcere di Eschel, a Est della Striscia di Gaza. La prima volta è stato arrestato nel 2015 all’età di 13 anni in relazione ad un accoltellamento di due cittadini israeliani in un territorio occupato vicino Gerusalemme. Nonostante il tribunale abbia anche stabilito che Manasra, all’epoca dei fatti tredicenne, non avesse preso parte agli accoltellamenti ,è stato ugualmente condannato a 9 anni e 3 mesi per tentato omicidio. Da allora diverse organizzazioni internazionali, come Amnesty hanno documentato l’evolversi della situazione di disagio a cui è stato sottoposto Manasra, tanto che oggi le sue condizioni di salute sono scarse e gli sono state diagnosticate disfunzioni mentali.

La storia di Ahmad è la storia di tantissimi giovani ragazzi palestinesi. Solo negli ultimi 2 mesi almeno 24 giovani ragazzi sono stati tratti in arresto e rinchiusi nella prigione di Magiddo nel Nord del Paese. Di storie così se ne trovano a decine.

Fonte: Defense for Children Palestine

Defense for Children Palestine stima che ogni anno nelle carceri israeliane il numero di ragazzi che entra, di età compresa tra i 12 e i 16 anni, sia tra i 500 e i 700. Il capo d’accusa più comune con cui vengono processati è il lancio di pietre contro militari israeliani nei territori occupati. La tabella, fornita dal sito web di Defense for Children ci racconta che ogni anno centinaia di ragazzi-bambini restano vittime del sistema di oppressione israeliano con scarsissime possibilità di poterne uscire. 

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