La geopolitica della corsa allo spazio
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La Polonia sembra pronta per la guerra. Negli ultimi giorni il ministero della Difesa polacco avrebbe avvisato i cittadini residenti all’estero di considerarsi riservisti. Chi non adempirà a tale obbligo dovrà rinunciare alla cittadinanza. 

In verità è almeno dal 2016 che Varsavia pigia sull’acceleratore di un riarmo, che si materializza in maggiore presenza di militari Usa sul suo territorio e consistenti investimenti nella Difesa. 

Allora sul piatto c’erano le esercitazioni russo-bielorusse a Kaliningrad, exclave russa pugno nell’occhio di Polonia e Svezia. Ma se gli svedesi hanno accettato di non aderire alla NATO per evitare ulteriori tensioni, i polacchi sembrano pronti a tutto. 

Raggiunto da La Repubblica, il vice Premier Jaroslaw Kaczynski ha dichiarato senza preamboli che il suo paese sarebbe disposto a schierare deterrente nucleare Usa sul suo territorio, sperando anche nella costituzione di un Comando operativo (Joint Force Command – JFC) polacco e confidando nell’arrivo di altri soldati statunitensi in Europa. Ha inoltre ammesso l’importanza di una missione di peacekeeping NATO in Ucraina.

E, non è difficile capirlo, missione NATO in Ucraina vorrebbe dire guerra aperta con i russi. Ma cosa si nasconde dietro questo interventismo? Possono essere individuati due fattori, uno storico e l’altro geopolitico. 

I retroscena storici

Dai tempi della Confederazione polacco-lituana, i principali avversari della Polonia erano l’Impero russo e l’Impero ottomano. Con il primo ci si contendeva il dominio sull’Europa baltica ed in parte su quella danubiana; con il secondo l’area a nord dei Carpazi e la Bessarabia (corrispondente a circa l’attuale Moldova). Con la fine della Confederazione e la spartizione dei territori polacchi, l’avversione alla Russia zarista è aumentata, raggiungendo l’apice con la fine della Prima Guerra Mondiale. 

Nel 1920, infatti, il neonato stato polacco (sorto dalle ceneri dell’Impero austro-ungarico) combatte l’Armata rossa che cerca di esportare la rivoluzione bolscevica in terra polacca. Sconfitti, i sovietici avranno una seconda occasione nel 1941 nel corso dell’invasione russo-tedesca cui seguirono deportazioni di massa verso la Germania e verso i gulag della Siberia. Furono milioni i polacchi che morirono nei campi di Stalin.

Nel 1944 la celebre, coraggiosissima insurrezione anti nazista di Varsavia vide l’Armata rossa fermarsi oltre la Vistola, a pochi chilometri dalla capitale, lasciando che gli insorti (militari dell’Armia Krajowa e partigiani della ONR-Falanga, di destra radicale) ed i tedeschi si sfiancassero fra loro. Sarà un massacro: la città distrutta, centinaia di migliaia di morti. Ci sono di mezzo anche gli ucraini: una divisione inquadrata nell’Armata rossa disubbidì a Mosca ed intervenne in sostegno dei polacchi, ma venne facilmente liquidata.

Agli occhi dei resistenti polacchi il mancato appoggio sovietico fu un grave affronto. Poco male per i russi, che ebbero maggiore facilità nell’instaurare un governo filo-comunista. Jalta era ancora da venire e i russi si erano già insediati come nuovi padroni. Seguirono quattro decenni di regime socialista, al termine dei quali la Polonia fu l’apri-fila dei paesi del Patto di Varsavia che per primi di smarcarono dal dominio sovietico. 

Motivazioni geopolitiche

La Polonia è anche il primo ex paese socialista ad entrare nella NATO. É il 1999 e le frontiere dell’Alleanza toccano per la prima volta il confine della Federazione Russa: primo step dell’allargamento di UE e NATO verso est. 

Al tempo la situazione geopolitica lo permetteva: Putin era da poco subentrato a Borís Nikoláevič Él’cin, presidente debole e apprezzato dall’Occidente proprio perché incapace di essere una concreta minaccia per Europa e Stati Uniti. 

Nel 2004 seguono Ungheria, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia, Lituania, creando così uno schieramento NATO dal Mar Baltico al Mar Nero. 

Putin è di fatto circondato. I membri fondatori dell’Alleanza garantiscono supporto militare ai nuovi membri in un’ottica di rafforzamento dei confini orientali. Se per gli occidentali è solo una prassi, per i russi appare come una sorta di minaccia alla propria sovranità ed alla propria capacità di manovra. 

Inoltre, tra i paesi dell’Est Europa la Polonia era (ed è) quello con una economia in più rapida crescita: fra il 2007 ed il 2014 il PIL polacco era l’8° più alto del Vecchio Continente e che nel 2017 il tasso di disoccupazione era al 6,6% contro l’11% dell’Italia nel medesimo anno. 

Un paese dunque relativamente florido, strategico per la sua posizione a ridosso dei confini russi, politicamente stabile e con forze armate moderne e schierate anche in aree di crisi come l’Afghanistan. Nel 2016 Varsavia aveva previsto uno stanziamento di 50 miliardi di dollari per l’acquisto di sistemi d’arma made in Usa. E oggi, di fronte ai membri occidentali, preoccupati per le conseguenze delle sanzioni sull’approvvigionamento energetico, l’atteggiamento intransigente nei confronti di Putin suona come un messaggio chiaro all’Alleanza ed agli Stati Uniti: siamo una nazione forte, capace di prendere decisioni senza tentennamenti e pronti a chiudere la partita con il Cremlino. Affidatevi a noi. In altre parole, la Polonia auspica di diventare elemento chiave dell’Alleanza Atlantica in Europa. 

La relazione tra Ucraina e Polonia

Una “Grande Polonia”, dunque, egemone dalla sponda orientale dell’Elba fino all’Ucraina, nazione che ora sta aiutando ma alla quale potrebbe (ed è bene sottolineare potrebbe) presentare poi il conto. Non è vero che polacchi ed ucraini siano sempre andati d’accordo. Anzi, forti divergenze risalgono addirittura al XVIII Secolo, al tempo della cosiddetta “prima spartizione della Polonia”. Altre si registrano nei primi anni del Novecento quando, in seno alla Monarchia asburgica, le comunità polacche ed ucraine si scontrano sulla composizione etnica della Galizia: gli ucraini vogliono due “Galizie”, i polacchi si oppongono, temendo che Leopoli, città a forte connotazione culturale e sociale polacca, possa essere “ucrainizzata”. Al termine della Prima Guerra Mondiale, con la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, la Galizia è terreno di un conflitto armato fra la Seconda repubblica polacca e la Repubblica dell’Ucraina Occidentale legatasi, al tempo, alla Repubblica Socialista d’Ucraina. Ne usciranno vincitori i polacchi, tenendo con sé la Galizia orientale (e Leopoli) fino all’invasione russo-tedesca del ’39 ed alla perdita definitiva di Leopoli nel 1945. 

Attenzione, dunque, a dimenticare l’aspetto storico quando ci si rapporta con i popoli dell’Europa orientale dove il nazionalismo (prima etnico poi nazionale) è un elemento di forte impatto. Esso ha consentito ad un paese distrutto come la Polonia del 1989 di riprendersi e di diventare, oggi, l’economia più fiorente dell’est europeo. Lo stesso nazionalismo continua a giocare un ruolo fondamentale, specie nella capacità di bilanciare l’influenza dell’Unione Europea e gli interessi nazionali. Tutti hanno visto che, nel caso della suddivisione dei migranti, la Polonia non si è mai fatta scrupolo nell’opporsi all’accoglienza, facendo spallucce di fronte alle proteste di Bruxelles.

Se Germania, Italia e Francia sono quindi preoccupate per il futuro delle rispettive politiche energetiche e l’Ungheria è isolata poiché rifiuta di aderire alle sanzioni, la Polonia ha forse fiutato l’opportunità di accrescere prestigio e peso nell’UE e nella NATO, così che, al termine dell’ “operazione speciale”, possa rivendicare meriti e centralità nel sostegno umanitario all’Ucraina e nella sua capacità di deterrenza politica e militare contro l’ingombrante vicino russo. 

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