Sale la tensione nel Golfo Persico. E adesso non si può più parlare di “incidenti” alle petroliere. Perché dopo l’episodio del 12 maggio al largo di Fujairah e quello di oggi al largo del Golfo dell’Oman è chiaro che siamo di fronte a una nuova forma di conflitto che si sta sviluppando nel mare che divide Iran e Penisola arabica, e che quindi divide alleati e nemici degli Stati Uniti.

A un mese di distanza dal colpo alle petroliere negli Emirati Arabi Uniti, arriva infatti un nuovo episodio che rischia di essere l’ennesima miccia di un conflitto latente che però dà l’idea che stia raggiungendo (forse) un punto di svolta. Per adesso, le informazioni che arrivano sono alluvionali, anche se comincia a delinearsi un quadro abbastanza complesso, con il rischio di un’escalation di tensione dietro l’angolo. Alle prime ore dell’alba, due petroliere (la Front Altair, di una società norvegese ma battente bandiera delle Isole Marshall, e la Kokuka Corageous, di una società giapponese e battente bandiera di Panama) hanno avvertito delle esplosioni. Su entrambe le imbarcazioni è scoppiato un incendio e gli equipaggi sono stati evacuati. All’allerta hanno risposto entrambe le marine militari più importanti dell’area e coinvolte nella tensione crescente nel Golfo Persico: quella iraniana e quella americana. La marina di Teheran è intervenuta mettendo in salvo gli equipaggi delle due imbarcazioni portando le persone evacuate nel porto di Bandar-e-Jask. La marina degli Stati Uniti, invece, è intervenuta con la Quinta Flotta di stanza in Bahrein non appena ricevuta la chiamata d’emergenza di una delle due navi. Dopo qualche ora, sia gli equipaggi che gli armatori e le compagnie petrolifere hanno confermato che non poteva trattarsi di un incidente. E si è iniziata parlare prima di siluri, poi addirittura di un inseguimento, con l’armatore della Kokuka che ha anche affermato che dopo il primo attacco “il nostro equipaggio ha messo in atto manovre di fuga, ma tre ore più tardi è stata colpita nuovamente. A quel punto era pericoloso restare a bordo”.

Non solo un attacco quindi, ma una vera e propria azione pianificata e mirata a colpire in maniera ripetuta quelle due navi che transitavano nel Golfo dell’Oman, una delle aree più calde degli ultimi decenni. Un “incidente” che però rischia di compromettere in maniera sensibile il già fragile equilibrio del Golfo Persico. E non è un caso che adesso tutti non solo si stiano interrogando sulla realtà dei fatto e su chi sia l’autore, ma anche come possa essere sfruttato questo episodio nell’escalation che sta attraversando il mare che divide Iran e monarchie arabe.

stretto di hormuz cartina geografica

Un dato è certo: la tempistica è sospetta. Lo ha detto il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ma lo può capire chiunque legga le notizie che giungono dal Golfo. Innanzitutto, questo attacco arriva esattamente un mese dopo l’assalto alle petroliere saudite e norvegesi a largo degli Emirati Arabi Uniti. Pochi giorni fa, il governo di Abu Dhabi ha inviato un rapporto alle Nazioni Unite in cui ha parlato di un’operazione “sofisticata” in cui era evidente la partecipazione di un attore statale. Una regia che adesso potrebbe esserci anche in questo episodio, un mese dopo quello di Fujairah, ma che sembra avere delle implicazioni addirittura più importanti. Innanzitutto per un motivo: i due cargo, tutti e due legati al Giappone, sono stati colpiti mentre Shinzo Abe è in visita in Iran. E sembra difficile credere che sia casuale l’attacco a una petroliera giapponese mentre Abe incontra l’Ayatollah Ali Khamenei. Evidentemente qualcuno ha voluto mandare un segnale moto chiaro su questo incontro. Sia esso un nemico dell’Iran, del Giappone, o chiunque sia interessato nel Golfo a innalzare la tensione.

Proprio la tempistica e gli obiettivi devono quindi indurre alla calma. Perché pensare a una regia specifica in questo momento è molto difficile. Chiunque può avere interesse ad alzare la tensione nelle già bollenti acque del Golfo. E questo chiunque può essere l’artefice dell’attacco. Perché di questo si deve parlare. L’interesse nel far esplodere la crisi potrebbe essere innescato da chi vuole ad esempio creare le premesse per un maggiore coinvolgimento militare degli Stati Uniti nell’area. Così come potrebbe essere interesse di coloro che vedono nel basso prezzo del petrolio un fattore di rischio. Ma potrebbe essere anche un modo per far saltare i piani dell’incontro tra i leader di Giappone e Iran. Un incontro fondamentale, dal momento che il maggiore alleato degli Stati Uniti in Asia orientale può ergersi quale mediatore proprio con il nemico storico degli Usa in Medio Oriente: Teheran. E il fatto che lo stesso governo giapponese abbia parlato subito di un attacco a una nave “legata al Giappone” indica che per Tokyo questo venga ritenuto un attacco anche contro il proprio ruolo.

Calma è stata richiesta anche dalla Russia. Subito dopo l’attacco, il ministero degli Esteri ha esortato gli attori regionali a allentare immediatamente la tensione. Ma anche Mosca non può dirsi del tutto esclusa da questa possibile nuova escalation .Innanzitutto per l’importanza che riveste lo scontro tra Iran e Stati Uniti nella strategia mediorientale del Cremlino. In secondo piano,poi, non va sottovalutata la presenza di marinai russi proprio su una delle due petroliere attaccate. Le autorità marittime russe hanno confermato la presenza di 12 connazionali sulla nave che sono stati tratti in salvo. Il vice ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkova ha paralo di una “situazione estremamente tesa nella regione” e che serve fare di tutto per fermare l’escalation. Intanto, gli Stati Uniti stanno monitorando la situazione. Donald Trump è stato “aggiornato” sugli attacchi mentre la Quinta Flotta controlla a poche miglia nautiche la situazione. In quello stesso mare, la portaerei Uss Abraham Lincoln si è fermata come segnale all’Iran.