L’acciaieria Azovstal di Mariupol è finita sotto il controllo delle forze armate russe dopo 86 giorni di resistenza. Mosca ha diffuso i video della resa e stilato la lista dei combattenti ucraini catturati. In totale 2.439 militari si sarebbero arresi, mentre il comandante del battaglione Azov, Denis Prokopenko, è stato portato via dall’acciaieria “con un veicolo blindato speciale” verso i territori controllati dalla Russia “perché i residenti lo odiavano e volevano ucciderlo per le numerose atrocità”, ha puntualizzato il Ministero della Difesa, sbandierando una vittoria più simbolica che non militare.

Ma che cosa è successo a Mariupol? Per quale motivo il governo ucraino ha ordinato ai suoi soldati di arrendersi? Ricostruire la vicenda è complicato. Collegando varie dichiarazioni, è tuttavia possibile ricomporre almeno una parte del puzzle. “Eseguiamo l’ordine di evacuazione del comando supremo”: queste sono state state le parole rilasciate da Prokopenko lo scorso 16 maggio, poco prima della definitiva resa dello stabilimento. In sinstesi, la guarnigione ucraina ha attuato – non si sa quanto in accordo con Kiev – una decisione approvata dall’alto “per salvare vite umane” e nella speranza del “sostegno del popolo ucraino”. I combattenti usciti dall’acciaieria sono finiti nelle mani dei russi e potrebbero adesso essere utilizzati come merce di scambio. È un’ipotesi concreta, che avanza tra chiusure e aperture.



I combattenti di Aszovstal e i negoziati

Qui entra in campo Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino ha collegato la ripresa dei negoziati alla liberazione dei combattenti di Azovstal, facendo capire che la ripresa dei colloqui con la Russia sarebbe dipeso molto da come i russi tratteranno i militari ucraini. In un secondo momento Zelensky ha effettivamente aperto al negoziato, sostenendo che i russi hanno “rispettato la condizione posta” e che “le vite dei difensori di Mariupol sono state preservate”. Di contro, il capo negoziatore ucraino Mikhailo Podolyak ha prontamente ammonito: non baratteremo la nostra “sovranità né i territori e gli ucraini che vi vivono”.

Nelle ultime ore è emersa un’indiscrezione interessante, quella secondo cui Mosca starebbe studiando la possibilità di scambiare l’oligarca ucraino filorusso Viktor Medvedchuk, sotto custodia dell’intelligence di Kiev da oltre un mese, con i militari del reggimento Azov usciti dall’acciaieria Azovstal. Il capo della commissione per gli affari internazionali della Duma, Leonid Slutsky ha però eretto un muro, affermando che non dovrebbe esserci uno scambio di militanti della formazione nazionalista Azov e che il loro destino dovrebbe essere deciso da un tribunale.

Le ipotesi restano però ancora tutte sul tavolo. Anche perché, come ha confermato Zelensky, lo sblocco della situazione dell’acciaieria è stato concordato grazie all’azione di vari intermediari. Kiev ha negoziato “con Turchia, Svizzera, Israele, e prima con la Francia per via dei rapporti dei suoi leader con la Federazione Russa”, ha reso noto il leader ucraino.

Mediazioni e pressioni

Come ha ricostruito Il Corriere della Sera, la mattina dell’8 maggio Zelensky riceve una chiamata dal leader dei tatari di Crimea, Mustafa Dzhemilen, membro della Rada di Kiev. Dzhemilen, che intrattiene ottimi legami con Recep Tayyp Erdogan, aveva passato gli ultimi giorni a chiedere al presidente turco di mediare, di sbloccare la situazione di Azovstal. Dal canto suo Ankara aveva risposto che sì, l’evacuazione si poteva fare, ma Zelensky avrebbe dovuto istantaneamente ordinare la resa dei combattenti. Questo è il messaggio arrivato a Zelensky.

Siamo tuttavia alla vigilia del 9 maggio, giorno che coincide con le celebrazioni russe sulla Piazza Rossa, e il presidente ucraino non aveva alcuna intenzione di concedere questo vantaggio simbolico e propagandistico a Putin. Il leader ucraino darà ordine di evacuazione (o di resa, secondo i russi) soltanto dopo il 9 maggio. E così è stato.

Ma perché Zelensky ha ceduto di colpo? Pare, sottolinea ancora il Corsera citando una fonte diplomatica, che il presidente non riuscisse più a tenere le pressioni di alcuni militari, disposti perfino a lanciarsi in un’offensiva sullo stabilimento. Alla fine Zelensky ha considerato Mariupol persa e ha sospeso il suo braccio di ferro con Mosca. Non sappiamo, tuttavia, quanto questa decisione sia stata digerita dagli irriducibili del battaglione Azov. Gli stessi che adesso sono finiti nelle prigione russe. “Li riporteremo a casa”, continua a promettere Zelensky.

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