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Una folla di studenti, islamisti radicali, è in rivolta contro l’imperialismo americano manifesta minacciosa davanti l’ambasciata degli Stati Uniti. L’assedia. I più facinorosi saltano il muro di recinzione, infrangono i vetri e violano l’edificio che, in base alle leggi internazionali, è considerato suolo patrio americano. Le forze di sicurezza dell’ambasciata, per timore di scatenare una guerra, non rispondono con la risolutezza necessaria e cadono in mano ai rivoltosi. È l’inizio di una “crisi” che può condurre il mondo alla terza guerra mondiale.

Non è il 31 dicembre 2019 a Baghdad, ma il ricordo degli eventi del 4 novembre 1979, quando alle 6.30 l’ambasciata statunitense di Teheran viene presa d’assalto dalla folla di giovani sostenitori intransigenti dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, che sequestrano 52 americani (inizialmente 66), tra membri dello staff diplomatico e marines a presidio del sito, dando inizio a quella è rimasta nota come “crisi degli ostaggi nel ’79” che deteriorò profondamente i rapporti tra Stati Uniti e la vecchia Persia che, dopo aver assistito al rovesciamento dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, si tramutava velocemente nell’odierna Repubblica Islamica dell’Iran. Allora, la rabbia che la popolazione iraniana nutriva nei confronti di Washington, in quel momento sotto la presidenza di Jimmy Carter, non era più legata al rovesciamento di Mosaddeq – orchestrato dalla Cia e dall’Mi6 nel 1953 per frenare la nazionalizzazione nel petrolio iraniano – ma quella di non poter mettere le proprie mani e giustiziare in piazza lo Scià che aveva a lungo terrorizzato i dissidenti islamisti e gli oppositori politici con la sua polizia segreta, la SavakAccogliendolo negli Stati Uniti per sfuggire ai suoi carnefici e per ricevere le cure per il cancro in stato terminale, Washington era diventa la grande nemica del popolo iraniano. Così la vendetta non per quel consenso all’esilio e per la passata ingerenza non si fece attendere. L’occupazione dell’ambasciata e il sequestro di chi ci lavorava era un gesto risoluto nei confronti degli americani. Gli ostaggi presi all’ambasciata venivano mostrati davanti alle telecamere, sempre bendati, incappucciati e inginocchiati dinanzi ai loro carcerieri armati, come contropartita per ottenere lo Scià e condurlo finalmente al giudizio delle autorità iraniane, ora nelle mani degli ayatollah che nel frattempo avevano preso il potere.

I negoziati, lunghi e infruttuosi, durarono quasi due anni. Durante i quali molti ostaggi, che si sentivano abbandonati dal governo americano, tentarono il suicidio e portarono avanti continui scioperi della fame per le dure condizioni di quell’assurda detenzione. Data la completa impasse delle trattative, il Pentagono arrivò a pianificare un’operazione militare (Operazione Eagle Claw) per tentare la liberazione (dopo l’operazione “Canadian Caper” della Cia per liberare i sei ostaggi fuggiti e rifugiatisi nella casa dell’ambasciatore canadese), che si concluse però con un nulla di fatto e con la perdita di otto soldati in un incidente di volo in fase di rifornimento nel deserto iraniano. Gli ostaggi, dopo 444 giorni di prigionia, furono finalmente liberati il 20 gennaio 1981, un minuto prima della nuova presidenza di Ronald Reagan, e grazie alla necessità dell’Iran di essere svincolato dalle dure sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti per poter “combattere” la guerra che intanto imperversava con il vicino Iraq. Oggi teatro degli eventi. Lo Scià, intanto, era morto un anno prima di cancro al Cairo – dunque non c’era più alcuna contropartita da reclamare davvero.

Appare evidente come l’America e gli americani non abbiano mai dimenticato quella oscura pagina che brucia nella loro storia di potenza internazionale. E questo è stato reso estremamente chiaro dal presidente Donald Trump che, in risposta alle minacce di vendetta mosse dall’Iran per la recente eliminazione del generale dei Quds Qassem Soleimani, ha affermato che se ci sarà una ritorsione contro “35 basi americane in Medio Oriente” – come ha minacciato il generale Abdolrahim Moussavi, comandante dell’esercito iraniano – gli Stati Uniti sono pronti ad colpire “52 obiettivi in Iran“. Uno per ogni ostaggio americano costretto alla prigionia dagli ayatollah. “L’Iran sta parlando in modo molto audace di colpire alcuni beni statunitensi come vendetta. Che questo serva da avviso che se l’Iran colpisce qualche americano o beni americani, abbiamo nel mirino 52 siti iraniani (che rappresentano i 52 ostaggi americani presi dall’Iran molti anni fa), alcuni ad un livello molto alto e importante per l’Iran e la cultura iraniana, e quegli obiettivi e l’Iran stesso, saranno colpiti molto velocemente e molto duramente. Gli Stati Uniti non vogliono più minacce!”, ha scritto il presidente americano; non tenendo alcun conto della bandiera rossa dell’imam Hussein issata sulla cupola della moschea di Qom quale simbolo di presagio di una “battaglia”.

L’Iran sostiene che gli Stati Uniti – che hanno già fatto un passo temerario nell’ordinare l’uccisione di una personalità di così alto livello nei ranghi avversari – non abbiano il “coraggio” di colpire veramente 52 siti sul loro territorio. “Dicono queste cose – ha detto il generale Abdolrahim Moussavi, comandante dell’esercito – per distogliere l’attenzione dal loro atto odioso e ingiustificabile”. Ma la replica di Trump, laconica, non si è fatta attendere: “Ci hanno attaccato e noi abbiamo contrattaccato. Se attaccano di nuovo li colpiremo più forte”. Ora quello che torna a preoccupare di più, come teatro di un reale scontro tra potenze, è ciò che potrebbe accadere nello stretto strategico di Hormuz – perché uno scontro missilistico tra vettori a raggio intermedio potrebbe davvero condurre ad un’escalation di una potenza e di portata mai vista prima nella storia dei conflitti.

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