Perché sospendere il gemellaggio Milano-Tel Aviv ha molto senso

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Guerra, Politica /

Forse, diciamo forse, se un politico arriva a farsi notare quasi soltanto per dichiarazioni indignate sui giornali dell’opposizione quando il suo partito vuole cambiare le cose, questo ci dice qualcosa della funzione primaria di quel politico. Non crediamo faccia eccezione Emanuele Fiano, democratico in perenne sofferenza per la postura del Pd sul Medio Oriente, che dall’inizio della mattanza a Gaza adotta uno schema comunicativo ormai collaudato.

Restiamo sulla timeline degli ultimi due anni. «Da sinistra mai una parola sui missili di Hezbollah», è il virgolettato che nell’ottobre 2024 l’ex deputato regala a Il Tempo, allora diretto da Tommaso Cerno, in una prima pagina che ospita Schlein e Conte con fattezze di bruti terroristi e il titolo “I complici del sette ottobre”.

Autunno 2025. Fiano non si capacita del fatto che Pd e Movimento 5 Stelle non abbiano partecipato a un evento “contro l’antisemitismo” dell’associazione Setteottobre, a Roma, e come sempre se ne lamenta con Il Foglio. «Probabilmente a sinistra c’è il timore che partecipare alla manifestazione significhi appoggiare anche l’offensiva militare in corso, forse è questo ciò che frena». Vedete voi. Su X l’associazione Setteottobre estende il suo invito così: «Attendiamo l’adesione di tutte le realtà che lottano per liberare il mondo dalla violenza dell’Islam radicale». E in piazza rilancia le invettive di Oriana Fallaci contro la doppiezza dei palestinesi dall’altoparlante.

In un’altra occasione, sempre l’anno scorso, l’animatore e presidente di Sinistra per Israele, gruppo politico che si è prefisso fin dall’esordio, all’indomani delle operazioni dell’Idf a Gaza, di non allontanare troppo il centrosinistra dallo status quo, usa il relata refero sul lavoro della rapporteur Onu Francesca Albanese. «Ho letto una cosa sorprendente… io non sono in grado di dirle se la cosa sia vera o no, che Francesca Albanese non sarebbe mai stata ultimamente a Gaza…», racconta in radio. Forse dipende dall’ostilità estrema delle autorità israeliane a chiunque si avvicini all’enclave? Prosegue Fiano. «Io non sono contento di aver ascoltato le notizie, non so se saranno verificate o no. E ha compiuto dei viaggi in Medio Oriente finanziati da organizzazioni attigue ad Hamas. Ci sono molti punti interrogativi». Insomma, così pare, così viene detto, vedete voi cosa pensare. Occhio ai dettagli: all’epoca Albanese è già da tempo sotto sanzioni autoritarie, ignorate da tutte le istituzioni italiane.

Come abbiamo capito fin da subito, Sinistra per Israele nasce per romanticizzare il sionismo dei bei tempi andati e frenare il più possibile le critiche radicali a ciò che Israele rappresenta oggi. La critica al governo Netanyahu non costa niente ai centristi che occupano questo gruppo di pressione: è il minimo necessario per sedersi al tavolo degli adulti perbene. E il sottotitolo “due popoli e due Stati” viene aggiunto al logo di Sinistra per Israele a un anno e passa dall’invasione di Gaza, a Striscia già occupata e distrutta, come foglia di fico.

L’episodio più recente segue la stessa agenda politica. A provocare la rabbia di Fiano è la decisione del Pd milanese di sospendere il gemellaggio con Tel Aviv, con l’appoggio dei Verdi e di buona parte della giunta Sala. Contrari invece la destra e il Terzo Polo. La decisione non serve a niente, si colpevolizza un intero popolo: «È un classico della semplificazione manichea, da una parte sta solo il male, dall’altra il bene», si sfoga su Facebook l’ex deputato. Che sottolinea come Tel Aviv sia la città più progressista di Israele. È lì che vengono arrestati molti pacifisti e manifestanti contro Netanyahu, sottolinea.

Fiano si prende i titoli, quelli più prevedibili: Il Foglio, Il Giornale, HuffPost, Ansa. Minaccia la possibilità di andarsene: “È veramente difficile se non impossibile rimanere in un Partito così”. Passano solo 24 ore e ci ripensa: “Resto ma che sofferenza”. Altri titoli, tutti volti a gettare zizzania nel principale partito d’opposizione.

Ma è davvero necessario ricordare come si viva oggi a Tel Aviv? Chi c’è stato prima e dopo il 7 ottobre, senza paraocchi e senza tour Instagram-friendly, avrà visto che il sentimento prevalente, specie tra i giovani, è quello del disinteresse per la condizione palestinese. Prevalgono semmai depoliticizzazione o angoscia per il clima economico plumbeo, e la sinistra è marginale. Non si capisce in che modo chi lotta per una pace che non sia solo israeliana o solo degli ostaggi si debba sentire abbandonato con un gemellaggio sospeso formalmente come protesta contro Netanyahu.

Se smetti di essere pacifista di sinistra per ripicca o abbattimento dopo episodi del genere, non lo sei mai stato, ci verrebbe da dire.

Ma il punto principale è che il gesto milanese va visto come un minuscolo tentativo di rottura con la depoliticizzazione sul tema Israele. Non pretende di essere rivoluzionario, ma dice agli elettori: there is an alternative. È come prendersela retoricamente con gli F-35, tagliare una festività ridondante a caso, boicottare un prodotto ritenuto intoccabile o alzare una bandiera anziché un’altra in Campidoglio. Certo che non cambia la situazione generale, certo che un gemellaggio tagliato non fermerà i fucili dei coloni violenti nella West Bank, ma allarga il campo del dicibile e incrina alcuni tabù.

Se si può discutere anche di questo a Milano, la città più godereccia, expottimista, liberal under-40 d’Italia, internazionale e innamorata di Tel Aviv quando era cool, parliamo di tre anni fa, non tre decenni, magari un giorno non lontano si potrà rompere qualche tabù anche in Parlamento o al ministero degli Esteri.

Anna Foa ha inquadrato bene la questione, parlando in un podcast di Daniele Rielli dei boicottaggi accademici. «È un piccolo scotto, noi ebrei possiamo anche pagare questo scotto. Finché non c’è il boicottaggio economico, finché non si fermano le armi, allora qualunque gesto, simbolico o meno, può essere importante».

Un tocco comico si raggiunge quando Fiano conclude la sua invettiva dicendo: «E come mai non chiedete di cancellare il gemellaggio con San Pietroburgo visto il comportamento di Putin

Peccato che nel novembre 2012 il Comune di Milano abbia unilateralmente sospeso il gemellaggio con San Pietroburgo, come segno di protesta per la legge emanata dal Consiglio federale della città russa sulla «propaganda dell’omosessualità», considerata dalle associazioni Lgbt una legge omofoba. A dire il vero San Pietroburgo compare ancora sul sito del Comune di Milano tra le città gemellate, ma ogni iniziativa è stata interrotta.

La mozione, peraltro, era stata presentata da un esponente dei Radicali, Marco Cappato. Nel 2022, a invasione dell’Ucraina iniziata, un esponente di Fratelli d’Italia, partito che oggi contesta la punizione di Tel Aviv, chiese di ribadire la cancellazione di San Pietroburgo e di avviare un gemellaggio con una città ucraina, nonostante proprio nella prima ci fossero, e ci siano tutt’oggi, i segmenti pacifisti più vivi e visibili, e nonostante sia in Israele più che in Russia che il voto democratico riflette l’ideologia dominante.

Siamo sempre lì. Sarebbe utile applicare lo stesso standard a tutti i gesti simbolici, ma non tutti i gesti simbolici sono uguali.