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L’Ucraina del 2023 come la Corea nel 1953: sui media statunitensi si torna a parlare di un possibile scenario coreano come soluzione per risolvere la crisi ucraina.

Non ci troviamo di fronte ad una novità assoluta, visto che di “modello coreano” – se modello può esser definito – si parlava già lo scorso maggio. Quando, in seguito a settimane di negoziati andati a vuoto, c’era chi ipotizzava di ricalcare quanto avvenuto nella penisola coreana 70 anni fa. Ovvero: dare forma ad un’Ucraina divisa in due Stati distinti. Uno protetto dalla Russia, l’altro dal blocco occidentale. Sulla falsa riga di quanto accaduto nella penisola coreana alla fine della Guerra di Corea (1950-1953), con la Corea del Nord sotto l’ombrello di Urss (e Cina) e la Corea del Sud riparata dagli Stati Uniti.

Ben presto questa strada è finita in un vicolo cieco perché, da un lato, Mosca pensava di raggiungere tutti i suoi obiettivi, mentre dall’altro Kiev ha iniziato a respingere gli assalti nemici immaginando di riprendere i territori perduti.

In altre parole, entrambi gli eserciti coinvolti pensavano di avere la meglio e nessuno si sarebbe accontetato di una ripartizione dell’Ucraina. Non Vladimir Putin, desideroso di allontanare l’ombra di Nato e Stati Uniti dai suoi confini, tanto meno Volodymyr Zelensky, ansioso di (ri)strappare al Cremlino il Donbass e il fronte meridionale del suo Paese.

Ad un anno dallo scoppio della guerra lo scenario ha assunto una fisionomia diversa. Il conflitto si è trasformato in un’estenuante guerra di logoramento, né Mosca né Kiev intendono arretrare e non si vede, all’orizzonte, un deus ex machina per risolvere la contesa.

Congelare il conflitto

Il New York Times ha lasciato intendere che la situazione non è affatto positiva. “Dopo un anno di combattimenti brutali, in cui sono state perse migliaia di vite, infrastrutture civili distrutte e danni incalcolabili, la guerra ha raggiunto una situazione di stallo”, ha scritto Sergej Radchenko.

Come se non bastasse, nessuna delle due parti lascia intendere di voler accettare un accordo in un negoziato. Nel frattempo, sui campi di battaglia, continuano a morire soldati e civili. Per non parlare del rischio di una escalation nucleare.

Ecco, in sostanza, perché sta emergendo l’idea di congelare il conflitto. Di congelare le ostilità al più presto, magari anche senza risolvere (per il momento) le cause profonde che hanno portato alla guerra.

Il punto è che applicare il modello coreano all’Ucraina, ammesso e non concesso che sia possibile, porterà sul tavolo le stesse criticità presenti in Asia. Corea del Nord e Corea del Sud sono ancora in guerra tra loro, niente è stato risolto e i test missilistici di Kim Jong Un continuano a spaventare il mondo intero. Se non altro, va sottolineato, tra Pyongyang e Seoul non si sparano più colpi di cannone. E, per l’Ucraina di oggi, sarebbe già oro colato.

Il modello coreano

Dovessimo fare un paragone, la guerra in Ucraina richiama a grandi linee la guerra di Corea. Dove i sudcoreani e i loro alleati, capeggiati dagli Stati Uniti, si scontrarono contro le truppe nordcoreane e cinesi, sostenute dall’Unione Sovietica.

In Corea, ha scritto Radchenko sul NYT, la situazione era simile: né i nordcoreani né i sudcoreani – né i loro sponso – avevano fretta di porre fine alla guerra. Tuttavia, il conflitto è gradualmente svanito, portando ad un cessate il fuoco e ad una divisione (in teoria temporanea, ma che dura ancora adesso) della penisola.

Il ragionamento fatto all’epoca fu il seguente: meglio una guerra in stallo che una guerra in corso. Chissà che anche l’Ucraina non possa ritrovarsi divisa in due Stati.

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