Il Nagorno-Karabakh è lo specchio perfetto del Caucaso: una regione remota e dal nome difficilmente pronunciabile, che risulterebbe impossibile da localizzare per la stragrande maggioranza del pubblico mondiale se non fosse per la sua storia conflittuale, e nella quale si incrociano e scontrano i destini di diverse civiltà e di una miriade di potenze.

Nel Nagorno Karabakh sono presenti tutti gli ingredienti capaci di innescare quel fenomeno di trasformazione chimica noto come esplosione – appetiti energetici, rivendicazioni territoriali e identità -, perciò tra gli effetti indotti nel pubblico testimone degli eventi vi sono la polarizzazione e la tendenza ad interpretare la questione secondo una visione dualistica in cui tutto è nero o bianco, o giusto o sbagliato, e dove non può esserci spazio per sfumature di grigio, compromessi e legittimazioni parziali.

Tra geopolitica e geografia sacra

Il Nagorno Karabakh è la vena scoperta del Caucaso meridionale, un punto unico in termini di sensibilità e carica propellente nel quale si incontrano e scontrano direttamente Armenia e Azerbaigian e che esercita un potere d’attrazione magnetica su tutte le potenze distese o proiettate nella regione, in primis Russia, Turchia e Iran, e in secundis Stati Uniti, Israele, ItaliaFrancia.

Avere una voce in capitolo nel Nagorno Karabakh equivale ad avere una leva su Yerevan e Baku, due realtà che, a loro volta, rappresentano dei trampolini di lancio verso tre mondi civilizzazionali storicamente in contrasto e i cui destini si incrociano in questo lembo di terra conteso: la Terza Roma, la Sublime Porta e la Persia. Scritto in altri termini, il Nagorno Karabakh è la chiave di volta per l’egemonizzazione del Caucaso meridionale, è il passepartout che separa e unisce al tempo stesso Europa e Asia; è la fermata imprescindibile con la quale tutti – prima o poi, volenti o nolenti – devono fare i conti.

In sintesi, nessun sogno caucasico è realisticamente concretabile e sostenibile se privo del fattore Karabakh; una verità incontrovertibile e incontestabile che, ad esempio, sta spronando la Francia, storico alleato dell’Armenia, a corteggiare l’Azerbaigian per ottenere la partecipazione alla ricostruzione, e che ha incoraggiato Israele ad entrare nella regione per controbilanciare l’influenza iraniana nel Caucaso meridionale.

Geopolitica e realismo sono utili nella maniera in cui esplicano e chiariscono il coinvolgimento e l’interesse di piccole, medie e grandi potenze per il fato di questa terra martoriata, ma sono la storia e la geografia sacra che completano e dettagliano il quadro. Quel che per il resto del mondo è Nagorno Karabakh, per gli azeri è Dağlıq Qarabağ ed è considerato il gioiello della loro nazione, sede di meraviglie come la moschea di Juma, la reggia di Natavan e le fortezze del leggendario Khan (duca) del Karabakh Panah Ali Khan, mentre gli armeni lo chiamano Artsakh e lo venerano come uno dei nuclei originari dell’antico regno d’Armenia.

Le grandi potenze dedicano attenzione al Nagorno Karabakh per semplice realpolitik, ovverosia per risorse naturali, appalti e corridoi di trasporto, ma per Armenia e Azerbaigian è una questione in cui si mescolano tangibile e metafisico, politica e identità, passato e futuro, sacro e profano; elementi che spiegano perché il conflitto risulti così divisivo e sanguinolento e perché sembri così arduo raggiungere una pace duratura.

Oggi, una conseguenza di ieri

Il futuro è il risultato delle azioni intraprese nel presente, che, a sua volta, è lo specchio di quanto accaduto nel passato; è soltanto a partire da, e per mezzo di, questo ragionamento che è possibile comprendere l’attualità sempreverde della questione Nagorno Karabakh.

La seconda guerra del Nagorno Karabakh è il prodotto inevitabile del fragile status quo emerso nel primo dopoguerra, mentre la vittoria schiacciante è il riflesso dei cambiamenti occorsi nell’ultimo trentennio, in primis la trasformazione dell’Azerbaigian nella prima potenza militare del Caucaso meridionale e in secundis l’aumento straordinario dell’influenza della Turchia (e di Israele) nei giochi di bilanciamento che ivi hanno luogo.

La prima guerra del Nagorno Karabakh, a sua volta, ha due origini: una più immediata ed una più remota. La prima è il processo di disintegrazione dell’Unione Sovietica, che l’instabilità nella regione ha contribuito indirettamente ad accelerare, e la seconda ha a che fare, come soprascritto, con la storia e con la geografia sacra.

La prima radice reca due date precise – 1988, quando gli armeni del Nagorno Karabakh hanno chiesto separazione di questa regione dall’Azerbaigian unificazione all’Armenia. Contemporaneamente circa 250mila azerbaigiani furono deportati dall’Armenia che ciò che ha portato agli scontri tra armeni e azerbaigiani nell’Azerbaigian e successivamente all’occupazione militare dei territori dell’Azerbaigian da parte dell’Armenia –; mentre la seconda traversa il tempo coinvolgendo autorità sovietiche – che nel 1921 il Bureau caucasico del comitato centrale del Partito bolscevico decise di mantenere il Nagorno Karabakh all’interno della Rss dell’Azerbaigian – e toccando l’intero primo quarto di Novecento, bagnato dal sangue delle violenze interetniche durante la rivoluzione russa del 1905, della guerra armeno-azera del 1918–1920 e della deportazione massiva di azeri da parte della repubblica socialista armena.

Stabilire chi ha ragione e chi ha torto non è semplice. Gli armeni rivendicano la sacralità delle loro aspirazioni sul Nagorno Karabakh in quanto regione costitutiva dell’antico regno d’Armenia e storicamente hanno fatto ricorso al controllo della popolazione, sia durante l’era Stalin che all’indomani del primo conflitto del Nagorno Karabakh, riducendo virtualmente a zero il peso demografico della componente azera – questo spiega perché Yerevan sia lo stato più etnicamente omogeneo dell’intero spazio postsovietico e perché la comunità azero-karabakha, dopo secoli di primato etnico in diversi villaggi e distretti, sia, oggi, quasi del tutto scomparsa.

Gli azeri, d’altro canto, considerano il Nagorno Karabakh come proprio in forza della realtà fattuale – la loro sovranità de iure è riconosciuta a livello universale, mentre l’esistenza della repubblica dell’Artsakh non è mai stata sanzionata neanche dall’Armenia – e del fattore storico – la regione è stata inglobata nella realtà turco-azera fra il 15esimo e il 16esimo secolo e da allora ne ha fatto parte (quasi) ininterrottamente –; inoltre, grazie alla vittoria dello scorso autunno, possono vantare di aver rimescolato le carte sul tavolo a proprio favore, riaprendo una partita che, fino a quel momento, era in una situazione di stallo.