La geopolitica della corsa allo spazio
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Guerra /

A una decina di giorni dal compimento del quarto mese di conflitto in Ucraina, le operazioni militari si sono concentrate nell’est del Paese, dove l’esercito russo sta cercando di completare la conquista del Donbass. Ormai la guerra di Mosca procede lenta, con avanzate di pochi chilometri a cui si contrappongono sporadici contrattacchi ucraini localizzati, ma soprattutto sempre con la stessa metodologia: uso intensivo di artiglieria e impiego di forze corazzate/meccanizzate organizzate in unità di livello medio piccolo (i BTG – Gruppi tattici di battaglioni) assegnate in numero diverso (ed eterogeneo) alle CAA (Armate di Armi Combinate) russe presenti sul fronte.

L’arrivo del generale Alexander Dvornikov al comando delle operazioni ha permesso di dare una certa riorganizzazione generale, visibile soprattutto nella maggiore attenzione alla “copertura dei fianchi” delle colonne corazzate/motorizzate russe e dei loro rifornimenti, in quando il nuovo comandante ha decurtato le direttrici di assalto lungo tutti i fronti per concentrarsi nel Donbass, dove può utilizzare risorse altrimenti impiegate altrove per difendere le linee logistiche e per orchestrare meglio le manovre offensive.

I limiti della strategia ucraina

Gli scontri si stanno sviluppando, ormai da settimane, nel saliente di Severodonetsk, dove l’esercito ucraino sta opponendo una strenua resistenza che però, anche al netto delle piccole controffensive che è riuscito a imbastire, non sta fermando i russi dal tentativo di tagliarlo alla base: il concetto di “difesa flessibile”, ovvero di cedere terreno ove necessario per riguadagnarlo ove possibile, non sta avendo il successo sperato.

L’attenzione mediatica si è concentrata sulla battaglia per la città di Severodonetsk: l’ultimo ponte sulla via di Sloviansk, a Lysychansk, è stato fatto saltare, anche se al momento non sappiamo da chi, quindi molto probabilmente le forze ucraine in città sono rimaste tagliate fuori. Sloviansk è una cittadina chiave per arrivare a Kramatorsk e quindi per isolare le truppe ucraine in una sacca grazie all’avanzata dalla regione di Popasna ormai sotto controllo russo.

Anche se l’attenzione è stata posta su quel particolare settore del fronte, altrove si continua a combattere e i russi guadagnano lentamente ma costantemente terreno: scontri tra artiglieria sono stati segnalati nella regione di Kharkiv, a Tsupivka e Velyki Prokhody, mentre Stary Saltov, a nord di Rubizhne, è stata riconquistata dall’esercito di Mosca. A sud, nella regione di Kherson, si segnala una controffensiva ucraina nelle direzioni di Kyselivka, Soldatske e Oleksandrivka.

I due motivi che spingono Kiev

Ma perché Kiev si sta impegnando così tanto per difendere Severodonetsk? La motivazione di questo accanimento risponde a due esigenze molto diverse e non di pari importanza.

La prima, quella squisitamente tattica, riguarda proprio il numero di forze impiegate da Kiev in città e più in generale nell’intero saliente. A Severodonetsk risulta che l’esercito ucraino abbia schierato non meno di cinque brigate, anche se non al completo (quattro di fanteria, la 115esima, 128esima e 111esima, una di sicurezza, la Quarta, e una di fanteria blindata, la 57esima Motorizzata). Queste forze, che si aggiungono alle restanti che combattono altrove nel saliente, sono una forza consistente che risulta difficile da ritirare rapidamente senza il rischio di perdere un elevato numero di uomini e mezzi, quindi paradossalmente è più consigliabile continuare a opporre resistenza e far affluire rinforzi finché c’è la possibilità di usare le vie di comunicazione.

La seconda motivazione, più importante, è di carattere politico: la resistenza nella sacca permette a Kiev di avere una carta importante da giocarsi con gli alleati occidentali nel quadro dell’invio dei rifornimenti militari, soprattutto di quelli di alto valore bellico come mezzi corazzati, sistemi missilistici e pezzi di artiglieria. Gli Stati europei, che pur hanno deciso l’invio di diversi sistemi d’arma anche sofisticati ma soprattutto di impatto come i sistemi antiaerei semoventi Gepard, gli obici semoventi Pzh 2000 e Caesar, sembrano stentare a organizzare le spedizioni. Sicuramente da questo punto di vista c’è la necessità di addestrare il personale ucraino all’utilizzo di armi di cui non hanno esperienza (a tal proposito la pratica con gli Mlrs statunitensi Himars è cominciata da circa una decina di giorni), ma il sospetto che le cancellerie europee stiano prendendo tempo per capire meglio la tenuta di Kiev in questa nuova fase della guerra prima di impegnarsi ulteriormente nel sostegno del conflitto resta.

L’Ucraina quindi, se vuole essere sicura di vedere arrivare le spedizioni di questi nuovi “vecchi” armamenti deve dimostrare di poter resistere alla guerra d’attrito russa, e Severodonetsk funge da cartina tornasole.

Da parte russa le operazioni devono forzatamente essere continue, se pur non omogenee, lungo tutta la sacca: restare sulla difensiva a Severodonetsk significherebbe allentare la pressione e vedere spostate truppe ucraine alla base del saliente, quindi complicando/rallentando l’avanzata. Al tempo stesso la città sta diventando il simbolo di questa fase della guerra proprio per la strenua resistenza offerta dagli ucraini, quindi la sua conquista potrà essere efficacemente spesa sul fronte interno, così come avvenuto per la caduta di Mariupol e dell’acciaieria Azovstal.

Accanirsi a difendere la città, però, potrebbe essere un errore fatale per Kiev: il dispendio di uomini e di mezzi potrebbe pesare profondamente sulle capacità dell’intero esercito, nonché, più il tempo passa, più si corre il rischio che i russi possano chiudere la sacca, intrappolando così forze molto consistenti. Sarebbe più consigliabile, finché sono aperte vie di fuga, organizzare il ripiegamento effettuando contrattacchi di alleggerimento alla base del saliente e attestarsi sulla linea che passa per Kramatorsk, attendendo le prossime mosse di Mosca.

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