L’altro giorno, con una certa preoccupazione, sono andato su Google Maps per verificare che la Siria fosse ancora segnata sulla cartina. Fortunatamente era ancora lì, con la sua storia da raccontare e le sue montagne al confine con il Libano, e ho tirato un sospiro di sollievo. Damasco, Aleppo, Hama e Raqqa: era tutto a posto. Tutto era al suo posto. Eppure mi sono chiesto: come mai abbiamo smesso di parlare di ciò che accade in questo Paese che, seppur lontano, è così vicino alla nostra cultura? I 623mila morti di Covid ci hanno forse fatto dimenticare gli altrettanti morti di questo conflitto quasi decennale? Non mi illudo: ci saranno sempre morti di serie A e morti di serie B. Così come i saranno sempre guerre di serie A e guerre di serie B. Il conflitto in Yemen è un esempio, forse il più eclatante, del nostro doppiopesismo. Ma almeno, nel caso yemenita, il silenzio di molti ha una motivazione politica: nessuno vuole infastidire la casa reale saudita. A Riad girano parecchi soldi. Meglio tacere. E guardare da un’altra parte, anche se la carestia, la guerra e il colera continuano a mietere vittime.

Come mai la Siria è sparita dai nostri radar? Perché se ne parla così poco e solamente se ci sono di mezzo altri Paesi? Tutti i giornali hanno parlato degli ultimi raid di Israele vicino a Damasco, ma pochi hanno continuato ad occuparsi di ciò che continua ad accadere a Damasco e dintorni. Pochi giorni fa, per esempio, ci sono state le elezioni parlamentari e solo pochi giornali ne hanno parlato come si deve. Eppure, a guardare i dati diffusi dall’agenzia Sana, scopriamo che qualcosa in quel Paese sta cambiando. Bashar al Assad ha vinto le elezioni (ovvio). Il partito Baath e i suoi alleati hanno infatti ottenuto 177 seggi su 250, una maggioranza schiacciante (anche questo ovvio). L’affluenza al voto, e questo è il vero dato interessante, si è fermata però solamente al 33.17%. Un dato molto più basso rispetto a quello del 2016, quando gran parte della Siria era ancora in mano al sedicente Stato islamico e ai gruppi ribelli, mentre i governativi controllavano solamente le città costiere una parte di Aleppo. Qualcosa si è rotto tra la politica e il popolo? Sono questi i frutti della devastante crisi economica che a giugno ha colpito il Paese in seguito al crollo della lira? Noi abbiamo cercato di fare il punto della situazione in questo articolo, ricordando anche ciò che sta accadendo nel nord del Paese.

Idlib rimane ancora lo snodo cruciale della guerra in Siria. In questa provincia, infatti, sono asserragliati i jihadisti che, a partire dal 2011, hanno imbracciato le armi contro Assad. L’artiglieria governativa continua a colpire il sud di questa provincia, mentre i ribelli continuano a piazzare ordigni esplosivi improvvisati (Ied) e a lanciare missili. La guerra continua. E anche l’Isis non è scomparso. Solamente pochi giorni fa, infatti, si è registrata un’aspra battaglia che ha provocato la morte di 15 soldati governativi e 11 miliziani del Califfato. Un segno, questo, che il sogno di uno Stato islamico non è ancora sopito. Anzi… Il campo di Al Hol, nel nord-est della Siria, è una polveriera che può esplodere da un momento all’altro. Voli con emissari partono da Teheran e atterrano a Damasco. E viceversa. Miliziani di Hezbollah muoiono. E il Covid-19 lentamente avanza. Tutto accade in questo Paese. E tutto sparisce. Nel silenzio dei media.

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