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Una safe zone che da Kobane, nel nord-ovest dalla Siria, arrivi fino al confine con l’Iraq, passando per la città cristiana di Qamishlo: è questo l’obiettivo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Un piano di cui il reìs non ha mai fatto mistero e che ha anzi mostrato al mondo intero durante il summit dell’Assemblea generale dell’Onu. Minacciando ancora una volta un’incursione militare al confine con la Siria, avviata il 9 ottobre dopo il ritiro americano, il presidente turco reggeva tra le mani una cartina in cui era segnata con una spessa linea rossa la safe zone tanto agognata e che va da Derik fin oltre la città di Kobane.

A guardar bene la mappa mostrata alle potenze internazionali riunitesi a New York e non solo, è impossibile non notare che la linea tratteggiata da Erdogan corre lungo la M4, autostrada che dal confine con l’Iraq passa per la città di Manbij fino ad arrivare a Idlib e Latakia. Parliamo quindi di un’arteria strategica per tutti gli attori coinvolti nel conflitto siriano: sia il regime di Damasco, che i curdi e lo stesso presidente turco hanno bisogno di controllare la M4 e alcune particolari città attraversate dall’autostrada per portare avanti i loro obiettivi.

L’autostrada M4

L’autostrada M4 attraversa la Siria dall’Iraq fino a Latakia, città nei cui pressi sorge la base aerea russa di Hmeimim, passando per Aleppo. Si tratta di un’arteria stradale tra le più importanti della Siria, soprattutto dall’inizio della guerra civile nel Paese. La M4 infatti è una rotta commerciale il cui controllo permetterebbe al presidente Assad di migliorare l’economia siriana, puntando prima di tutto sul commercio con il vicino Iraq e in generale con l’estero. Ma questa specifica autostrada è strategicamente rilevante anche per i curdi: la M4 passa per quello che fino a prima dell’ennesimo intervento turco era il territorio più a nord del Rojava e fungeva quindi da via di rifornimento e collegamento tra le città sotto il controllo dell’Amministrazione autonoma e delle Sdf. Anche la Turchia, come detto, ha puntato da tempo gli occhi sull’autostrada: la M4 nel suo tratto più ad ovest passa per Idlib, quindi il suo controllo attualmente permetterebbe ad Ankara non solo di isolare una parte del Rojava dal resto del territorio in mano ai curdi, ma darebbe a Erdogan la possibilità di blindare il confine tra Siria e Turchia istituendo a tutti gli effetti una safe zone di più di 30 km di profondità. Secondo quanto riferito dal Rojava Information Center, al 17 ottobre l’esercito turco sarebbe riuscito a conquistare la parte di M4 che va da Til Temir fino ad Ain Issa, ma il controllo dell’area non è stato ancora del tutto consolidato e gli scontri sono tuttora in corso. Se la Turchia dovesse effettivamente riuscire a imporsi su questa parte di autostrada isolerebbe Qamishlo e la zona più a nord-est del Rojava da Manbij, che si trova invece ad ovest.

L’importanza di Manbij

Manbij è attualmente nelle mire della Turchia, così come in quelle di Damasco. Controllata dal 2016 dalle Sdf dopo essere finita nelle mani dell’Isis nel 2014 e ancora prima, nel 2012, dei ribelli anti-Assad, Manbij è una città a maggioranza araba che sorge lungo la M4 e nelle vicinanze del cantone di Afrin. La sua presa è di fondamentale importanza per la Turchia: una volta stabilito il controllo sull’area che da Serekanyie (leggi Til Temir) fino ad Ain Issa, sarebbe nell’interesse di Ankara arrivare fino a Manbij e da lì fino a Idlib, costeggiando anche il cantone di Afrin. Così facendo la Turchia riuscirebbe a unire i territori sotto il suo controllo – diretto e indiretto – garantendosi quella fascia di sicurezza la cui istituzione è obiettivo primario dell’operazione Sorgente di pace.

Attualmente però il progetto di Erdogan sembra destinato a restare un sogno di gloria difficilmente realizzabile. Le aree intorno a Manbij (e Kobane) sono pattugliate dalle truppe di Damasco con l’ausilio della Russia, secondo quanto stabilito dall’accordo raggiunto tra le Sdf e Assad a seguito dell’offensiva turca, per tanto non sembrano esserci margini di manovra per l’esercito di Ankara. La sorte di Manbij e la presenza delle truppe curde saranno decise più sul piano diplomatico che non su quello militare e una delle ipotesi è che Damasco (e Mosca) costringa le Sdf a lasciare la città per evitare l’avanzata turca. In questo modo Assad potrebbe mettere definitivamente le mani su un ulteriore porzione di territorio siriano perso ben sette anni fa sottraendolo ai curdi.